Ho fatto le elementari al San Patrizio, una scuola a Priaruggia, un angolo di Genova protetto, silenzioso, tranquillo, con l’aria di mare e molti alberi intorno.
Ogni classe era in una struttura a sè, con il proprio spazio davanti per giocare. A ricreazione tutti i bambini correvano nel cortile e giocavano coi propri compagni mentre le altre classi facevano altrettanto nei propri cortili, tutti visibili tra loro, tutti collegati, ma mai invasi.
Nessuna sezione e cinque classi: la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta.
I bimbi di prima e di seconda avevano il grembiulino azzurro a righine bianche, dalla terza in poi si diventava grandi: si aveva il grembiule blu a tinta unita.
La nostra maestra -che era una sola e gestiva senza problemi una classe di quindici/venti bambini- è stata la nostra maestra per tutti e cinque gli anni. Era un tipo tosto: metodo Montessori, preghiera ogni mattina prima di cominciare le lezioni, isolamento fuori dalla porta per castigo, medaglie d’oro, d’argento e di bronzo assegnate ogni sabato mattina a quelli che erano andati meglio quella settimana, regole e disciplina ferree e smatafloni quando qualcuno se li meritava (io ne ho preso uno in seconda elementare, me lo ricordo ancora, il segno delle sue cinque dita mi è rimasto sulla faccia per un paio d’ore).
Nessuno di noi è rimasto traumatizzato, ma tutti noi abbiamo imparato alla perfezione tutto ciò che c’era da imparare alle elementari, vivendo di rendita per tutti gli anni a venire, soprattutto in grammatica, sintassi, analisi logica, educazione e rispetto.

Detto ciò, ogni classe aveva la cartoleria d’emergenza. Nel mobile chiuso a chiave c’erano, nuovissimi, quaderni a righe, quaderni a quadretti, gomme da matita, gomme pane, matite e penne.
E gessetti, oh come erano ambiti i gessetti. I gessetti li poteva usare solo la maestra ed erano rare le occasioni per poterli usare anche noi, giusto per le interrogazioni di matematica ma la matematica si studiava soprattutto attraverso i compiti a casa e i compiti in classe. Quindi i gessetti… Oh, ma ora non volevo parlare dei gessetti.
Volevo parlare delle penne. Bic.
Tutti noi eravamo liberi di avere e usare le nostre penne, s’intende, ma se ci serviva una penna al momento, la maestra attingeva alla cartoleria della classe e ci dava una bic blu nuova. Lei scriveva rigorosamente con la bic nera e ci correggeva con la bic rossa. La verde non è mai stata molto considerata.
Quindi la bic blu era la penna per noi, quell’oggetto nuovo che ci veniva dato dalla maestra nel momento del bisogno.

Ho sempre scritto con una bic blu. Ho sempre in borsa almeno una bic blu. Non amo scrivere in nero e il rosso lo uso solo quando correggo. E ogni tanto, quando sento di aver bisogno di qualcosa, entro in una cartoleria e mi compro una bic blu.