Italo FiorioHo conosciuto mio nonno che era già vecchio, o almeno era così che lo vedevo io da bambina.

Sapevo che era stato un impresario edile, che aveva costruito mezza Cossato e molte cose a Genova, da cinema a palazzi, che gli piaceva andare a caccia, vestirsi bene e ascoltare la musica classica nel suo studio (compresi i dischi del Rondò Veneziano che gli regalavo ogni Natale).
Quando, da piccola, dormivo dai nonni, aspettavo il mattino per infilarmi nel lettone e farmi raccontare da lui le storie dei partigiani o quelle che poi ho trovato nel libro Cuore, quando me lo hanno regalato amici di famiglia per la Prima Comunione (il libro Cuore era un regalo da Comunione gettonatissimo, ai tempi).

Sapevo anche che gli piaceva il calcio e che ogni tanto andava a vedere il Genoa
, che aveva due azioni della squadra, una per ogni figlio, e quel cuscinetto rosso e blu diviso in due parti che si apriva come un libro e diventava quadrato. Quanto lo desideravo! Ma era per andare allo stadio ma a me, allo stadio, mi ci hanno portata una volta sola, avrò avuto cinque anni, e quel giorno ho potuto sfoggiare il cuscinetto rosso e blu e sedermici sopra, urlare fortissimo “Gol!” quando lo urlavano anche il nonno e papà e incitare i calciatori con la palla davanti, ma solo quelli con la maglia rossoblu, i Nostri.

Quello che non sapevo era che mio nonno amava il buon calcio perché era stato un calciatore.
Non famoso, suo padre glielo ha impedito, doveva andare a lavorare nei cantieri, altro che giocare al pallone, ma ho scoperto che ha giocato tanto, soprattutto di nascosto da lui, e che ha cominciato nella Pro Vercelli.

La mia famiglia paterna è di Cossato, ora in provincia di Biella, e ai tempi, la scuola per geometri più vicina era a Vercelli, per cui il mio bisnonno aveva messo suo figlio Italo in un collegio in quella città per farlo diplomare – a quei tempi si usava – e metterlo poi a lavorare nell’impresa di famiglia.

Non sappiamo come sia entrato nella Pro Vercelli, ma è accaduto in quegli anni. Probabilmente lo avranno visto giocare, quando non studiava era sempre dietro un pallone.

Pare che abbia fatto parte della squadra per un paio d’anni, non sappiamo con esattezza quali ma lui era del 1902, sarà stato verso la fine degli anni ’10. In quel periodo divenne molto amico di Virginio Rosetta, tanto che, qualche anno dopo, lo fece andare a giocare a Cossato per un’occasione anche questa persa nel tempo e nei ricordi di famiglia. Mio padre ricorda una foto di quel giorno, con mio nonno e Rosetta insieme sul campo, ma purtroppo chissà dov’è finita.

Quando, finita la scuola, tornò a Cossato, andò a giocare nella Cossatese, forse per un’altra decina d’anni, anche questo non ci è chiaro, abbiamo alcune foto della squadra con lui che svetta, quasi sempre al centro e quasi sempre di profilo o di tre quarti. Non so perché non gli piacesse guardare in camera, forse per il suo innato senso di riservatezza, una caratteristica molto fioriesca.

Pro Vercelli - Cossato FBC 1933?
C’è anche un piccolo mistero sulla maglia della Cossatese fino ai primi anni ’30.
Nelle foto di mio nonno, in quelle dell’archivio della Pro Loco di Cossato e nei ricordi di chi c’era e si ricorda ancora quelle maglie stese ad asciugare il lunedì mattina, la maglia della Cossatese era nera con una stella bianca.
Ma anche quella del Casale lo era, per cui, tra gli appassionati di storia del calcio c’è un innalzarsi da una parte a dire che è del Casale e dall’altra a dire, in cossatese, di non sparare tavanade.
Da quello che ho visto, la maglia del Casale aveva uno sparato bianco che la Cossatese non aveva, secondo me hanno tutti ragione (ed è più bella la maglia della Cossatese, va da sé).

Da quello che ho capito, a quei tempi i calciatori erano per la maggior parte ragazzi che avevano un lavoro e che giocavano per passione, senza un compenso, come mio nonno, se non altro nelle squadre meno importanti. Non so come sia adesso, ma mi parlano di quei mondi come qualcosa di sano e pulito.
Sano come il senso sportivo, e mio nonno, che amava il buon calcio e i bravi calciatori a prescindere dalla squadra, quando, nell’immediato dopoguerra, lasciò il Biellese per trasferirsi a Genova, la prima cosa che fece fu andare a vedere gli allenamenti del Genoa. La sua passione per quella squadra credo nasca da lì.

Mio padre sostiene che chi ha praticato uno sport non considera mai l’altra squadra come il nemico ma solo come un avversario sul campo: finita la partita si torna tutti amici.
Come quando si giocava da bambini.
Non so se valga per tutti, di certo vale per la mia famiglia: non ho mai visto reazioni di invidia, di competizione agguerrita o di attacco agli altri, né in campo sportivo né in altri campi. Se qualcuno è bravo non importa se sia più bravo di noi, è bravo e basta, glielo si riconosce e lo si ammira per questo.

Del perché mio padre tiene per il Toro ve lo racconto un’altra volta.

Oppure potete leggere il pezzo intero su Io Gioco Pulito, voluto e pubblicato da Ettore Zanca, che ringrazio per avermi chiesto di aprire quel baule meraviglioso dei ricordi di famiglia.