Con estrema ragionevolezza, ho deciso di attribuire la mia apatia creativa dell’ultimo periodo a un problema di arredamento d’interni.
Chiamatelo feng shui, chiamatelo alibi, sempre quello è, ma siccome stavolta sono totalmente, profondamente e irrevocabilmente convinta di avere ragione, ho capito perchè sono ferma da mesi al quinto capitolo del nuovo libro: mi manca lo spazio giusto per scrivere.
Neanche vi chiedo cosa ne pensate, sono certa che siate d’accordo con me.

Ecco perchè oggi, armata di metro (quello di legno, da duecento centimetri, da architetto), ho aggredito il mio studio con la granitica intenzione di trasformarlo nel mio studio. Già.
Perchè, finora, una stanza con una parete di libri e un’altra con due scrivanie veniva immeritatamente definita “studio”, ma per lui è arrivato il momento di guadagnarsi la carica, le pulizie settimanali e il cambio d’aria.
Perchè finora, io e il mio portatile, abbiamo girovagato a zonzo per la casa a seconda dell’umore e solo di rado ci siamo fermati nell’unico posto dove avrebbe avuto senso fermarsi: lo studio, appunto.
Perchè, finora, la scrivania dello studio era contro il muro e a me si rattrappisce l’orizzonte, col muro in faccia, motivo per cui sono diventata stanziale al tavolo della sala, con la finestra di fianco e un bel po’ di metri arredati davanti.

Ma stamattina mi sono svegliata pensando che fosse arrivato il momento di accettare la mia nuova identità di scrittrice, consapevolezza che rende opportuno smettere di mischiare il lavoro a gatti, palline da lanciare, biscotti da mangiucchiare, lavatrice da avviare, sabbia da pulire, forno da spegnere, telegiornali da orecchiare, pavimenti da pulire di punto in bianco, soprammobili da spolverare. Eccetera. Avete capito.

Così ho aperto la porta del mio studio con aria di sfida e ho deciso di crearmi la postazione di lavoro ideale: scrivania al centro, spalle alla finestra e calorifero vicino. E niente più muro a inibirmi, niente più alibi.
Detto ciò, non è che io possa semplicemente spostare un mobile da un quintale limitandomi allo stiramento di qualche tendine e a rigare piastrelle, che ingenuità.

Quando vengo travolta da un raptus è un raptus totalizzante, è il raptus del control freak, è il demone dell’ordine e della perfezione che si impossessa di me e comincia a farmi aprire il cassetto in fondo della cassettiera nell’angolo e a farmi notare vecchi walkman e cavi sbertucciati di nulla utilità. Dopodichè mi sbila nel timpano Non vorrai crearti il posto di lavoro perfetto senza pulire e ordinare ogni singolo centimetro quadrato, visibile e non visibile, della stanza, vero? e lascia che il suo potere mi si avvinghi a ogni organo vitale e mi immoli alla missione.
Di solito bastano dieci minuti, oggi però il demone era particolarmente in vena e dopo cinque minuti avevo già forsennatamente svuotato l’intera cassettiera, poi il bidone di Elvis che mi segue da quando avevo 15 anni, poi i due cassetti grandi della scrivania, poi un paio di scatoloni nascosti sotto e poi, visto che restava ancora un po’ di tempo prima che perdessi i sensi, anche una mensola, per un totale di sei ore ininterrotte di carotaggi in quel substrato di esistenza che è il mio tradizionale accumulo di roba.

Non crediate che sia a buon punto, avrò fatto forse un 10% del necessario, ma quando, alle nove e mezza di sera, ho caricato la macchina con due sacchi di roba da buttare, tre di carta e un borsone enorme di oggetti di plastica (perchè io faccio la differenziata anche nel delirio) e in tuta da casa, pinza in testa, polvere sotto le unghie e felpa appiccicata addosso dal sudore sono andata a riempire i bidoni dei rifiuti, mi son sentita più leggera.
Dopo una lunga doccia calda, anche di più.

Tutto questo preambolo per raccontarvi cosa ho trovato nei miei scavi, considerando che io sono come una chiocciola e vago da decenni trascinandomi dietro TUTTE le mie cose fin dall’infanzia.
Mi limiterò a elencarvi ciò che ha attirato la mia attenzione guadagnandosi trillanti esclamazioni variabili da “Uuuhh maddai, e chi se lo ricordava!” a “E questo cosa diamine è?” fino a “Come ci è finita sta roba in casa mia?“.
Sta a voi attribuire le esclamazioni agli oggetti che seguono.
n° 8 cappellini con visiera brandizzati Motorola, cinque verdi e tre blu
n° 1 orologio di plastica di Kermit la rana, ancora nella sua confezione
n° 2 spille commemorative dei 25 anni dell’Hard Rock Cafè
n° 1 dente del giudizio (vero)
n° 1 portacenere della Fiat Uno con una moneta da 50 lire all’interno
n° 1 salvadanaio di terracotta con la faccia da pagliaccio
n° 15 rollini fotografici
n° 1 pigna d’argento del peso di tre etti minimo
n° 1 orologio da muro a forma di salotto in miniatura
n° 20 animaletti di plastica racchiusi in un sacchetto di stoffa azzurro insieme a due puffi di Das non colorati
n° 1 vecchia macchina da cucire in legno, a manovella, per bambini
n° 12 gioielli agghiaccianti, di bassissima bigiotteria, in smalto e argento placcato varianti da spille a forma di giaguaro o delfino, a ciondoli a forma di airone, fino a bracciali simil rapper del bronx
un numero spropositato di: floppy disk, sim telefoniche, convertitori di Lire in Euro, buste bianche.

E poi loro, i due ritrovamenti più preziosi, quanto di più pregiato io potessi avere prima dell’asilo, due memorabilia inestimabili di cui non mi priverò mai:
n° 1 scatolina per anello di velluto blu, di quelle da gioielleria, contenente 6 pugni di robot
n° 1 portamonete rosa con perline contenente: dobloni con le effigi di Pippo, Paperino, Nonna Papera, Minnie, Paperina, Paperoga; due medagliette coi segni zodiacali di Sagittario e Acquario, forse d’oro (per la cronaca: nessuno della mia famiglia è o era di questi due segni astrologici); una moneta del 1927 della Shell; 14 ciondoli del tunnel del Monte Bianco, presumibilmente uniti, in origine, a comporre un bracciale; una medaglietta con rappresentato un elefante e la scritta Felicidad, forse d’oro; 2 monete con le effigi di Aldrin, Armstrong e Collins e la data 21 luglio 1969, coniate da Rizzoli Editore.