• La storia della sguatterina più famosa del mondo piace un casino, forse per la sua capacità di trovare vestiti fantastici con cui sbaragliare tutte alle feste.

    C'era una svolta

Mio nonno, giocatore della Pro Vercelli e nella Cossatese, ha passato a mio padre l’amore per il buon calcio.
Ma il motivo per cui mio papà, classe 1932, è diventato tifoso del Toro è piuttosto buffo.

Quando era in collegio a Torino, dove lo avevano messo per fare le medie mentre la famiglia si trasferiva dal Biellese a Genova, i bambini, per dividersi in squadre a ricreazione, usavano i nomi delle squadre cittadine: Toro e Juventus.
Per mio papà non c’era una distinzione tra le due, ma siccome erano di più i bambini della Juventus, la possibilità di giocare aumentava nettamente se si stava nel Toro.

“Vabbè, papà” gli ho detto un giorno, ridendo anche un po’, “ma era come essere i bianchi e i neri. Perché poi sei rimasto tifoso del Toro?”.
Ha sorriso e stretto le spalle a sottolineare l’ovvio. “Per lealtà. Quando scegli una squadra è quella, non cambi idea”.
E il Grande Toro è stata in effetti la passione di mio padre per molto tempo.

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Avrà avuto quattordici o quindici anni quando la Nazionale venne a Genova per un allenamento: doveva poi incontrare una squadra straniera, chissà quale. In quegli anni la Nazionale, mi ha detto mio papà, era praticamente composta da tutto il Grande Toro (so che lo si deve chiamare così, dopo Superga) più Parola e Depetrini.

Mio papà, coi soldini guadagnati raddrizzando chiodi per mio nonno, si è comprato una foto del Toro (del Grande Toro!) e si è infilato nel pullman della squadra, fermo davanti allo stadio di Marassi.
Immagino che adesso sia impensabile che un ragazzino faccia una cosa del genere.
Emozionatissimo si è fatto fare l’autografo da tutti i calciatori: quelli del Toro (il Grande Toro!) ognuno sulla propria immagine, mentre Parola e Depetrini nel retro della foto.

Io, di quella fotografia, ne ho sentito parlare per decenni. Era una delle reliquie a cui mio padre teneva di più, ma purtroppo – sempre troppo fiducioso nella gente – l’ha prestata a un conoscente, un dipendente del Comune di Genova, tifoso del Toro, che voleva farsene una copia, e non l’ha mai più rivista.
Se sapessi il nome di quella persona andrei a suonargli a casa per riavere quella foto, ma – ahimè – mio padre non se lo ricorda.
(TU, in persona o figlio/nipote/quel che sei: se hai quella foto, me la ridai? Fammi fare una sorpresa gigante a mio padre e dimostra che c’è giustizia al mondo)

Era un grande ammiratore anche di Carlo Parola e della sua mitica rovesciata, da piccola me ne parlava spesso, lo ricordo bene perché mi faceva ridere immaginare qualcuno che si chiamasse Parola. Quando, diciassette anni fa, Carlo Parola è morto, mio padre ha cercato sull’elenco il numero di telefono e ha chiamato la vedova per dirle quanto ammirasse suo marito. Una telefonata che mi aveva commosso, quando me lo aveva poi detto: avevano parlato per un’ora, lei gli aveva raccontato come si erano conosciuti e innamorati, mio padre le aveva raccontato dell’emozione che gli dava vedere il marito giocare in quel modo.
Come dicevo, ha poca importanza la squadra.

Barbara pallone
Io, il calcio, non l’ho mai seguito. Nemmeno i mondiali. Li ho visti qualche volta per fare compagnia agli amici, ma non sono mai riuscita ad appassionarmi.
Però mi piaceva giocarlo.
Alle medie ero nella squadra della mia classe, l’unica classe di tutta la scuola che aveva due femmine, io giocavo in difesa, a volte in porta, raramente in attacco, e non ero mai l’ultima a essere scelta: ci mettevamo tutti in fila davanti ai due capisquadra e, a turno, venivamo scelti. Di solito, al quarto o quinto turno, venivo chiamata. Roba di cui andavo fierissima.

Per eredità familiare mi fa piacere quando il Genoa e il Toro festeggiano una vittoria e accetto di buon grado che il mio vicino di sopra copra la facciata del palazzo con uno stendardo rossoblu quando il Genoa vince qualche partita importante. Dai, ci sta, la passione quando fa allegria è sempre una cosa bella.

Italo FiorioHo conosciuto mio nonno che era già vecchio, o almeno era così che lo vedevo io da bambina.

Sapevo che era stato un impresario edile, che aveva costruito mezza Cossato e molte cose a Genova, da cinema a palazzi, che gli piaceva andare a caccia, vestirsi bene e ascoltare la musica classica nel suo studio (compresi i dischi del Rondò Veneziano che gli regalavo ogni Natale).
Quando, da piccola, dormivo dai nonni, aspettavo il mattino per infilarmi nel lettone e farmi raccontare da lui le storie dei partigiani o quelle che poi ho trovato nel libro Cuore, quando me lo hanno regalato amici di famiglia per la Prima Comunione (il libro Cuore era un regalo da Comunione gettonatissimo, ai tempi).

Sapevo anche che gli piaceva il calcio e che ogni tanto andava a vedere il Genoa
, che aveva due azioni della squadra, una per ogni figlio, e quel cuscinetto rosso e blu diviso in due parti che si apriva come un libro e diventava quadrato. Quanto lo desideravo! Ma era per andare allo stadio ma a me, allo stadio, mi ci hanno portata una volta sola, avrò avuto cinque anni, e quel giorno ho potuto sfoggiare il cuscinetto rosso e blu e sedermici sopra, urlare fortissimo “Gol!” quando lo urlavano anche il nonno e papà e incitare i calciatori con la palla davanti, ma solo quelli con la maglia rossoblu, i Nostri.

Quello che non sapevo era che mio nonno amava il buon calcio perché era stato un calciatore.
Non famoso, suo padre glielo ha impedito, doveva andare a lavorare nei cantieri, altro che giocare al pallone, ma ho scoperto che ha giocato tanto, soprattutto di nascosto da lui, e che ha cominciato nella Pro Vercelli.

La mia famiglia paterna è di Cossato, ora in provincia di Biella, e ai tempi, la scuola per geometri più vicina era a Vercelli, per cui il mio bisnonno aveva messo suo figlio Italo in un collegio in quella città per farlo diplomare – a quei tempi si usava – e metterlo poi a lavorare nell’impresa di famiglia.

Non sappiamo come sia entrato nella Pro Vercelli, ma è accaduto in quegli anni. Probabilmente lo avranno visto giocare, quando non studiava era sempre dietro un pallone.

Pare che abbia fatto parte della squadra per un paio d’anni, non sappiamo con esattezza quali ma lui era del 1902, sarà stato verso la fine degli anni ’10. In quel periodo divenne molto amico di Virginio Rosetta, tanto che, qualche anno dopo, lo fece andare a giocare a Cossato per un’occasione anche questa persa nel tempo e nei ricordi di famiglia. Mio padre ricorda una foto di quel giorno, con mio nonno e Rosetta insieme sul campo, ma purtroppo chissà dov’è finita.

Quando, finita la scuola, tornò a Cossato, andò a giocare nella Cossatese, forse per un’altra decina d’anni, anche questo non ci è chiaro, abbiamo alcune foto della squadra con lui che svetta, quasi sempre al centro e quasi sempre di profilo o di tre quarti. Non so perché non gli piacesse guardare in camera, forse per il suo innato senso di riservatezza, una caratteristica molto fioriesca.

Pro Vercelli - Cossato FBC 1933?
C’è anche un piccolo mistero sulla maglia della Cossatese fino ai primi anni ’30.
Nelle foto di mio nonno, in quelle dell’archivio della Pro Loco di Cossato e nei ricordi di chi c’era e si ricorda ancora quelle maglie stese ad asciugare il lunedì mattina, la maglia della Cossatese era nera con una stella bianca.
Ma anche quella del Casale lo era, per cui, tra gli appassionati di storia del calcio c’è un innalzarsi da una parte a dire che è del Casale e dall’altra a dire, in cossatese, di non sparare tavanade.
Da quello che ho visto, la maglia del Casale aveva uno sparato bianco che la Cossatese non aveva, secondo me hanno tutti ragione (ed è più bella la maglia della Cossatese, va da sé).

Da quello che ho capito, a quei tempi i calciatori erano per la maggior parte ragazzi che avevano un lavoro e che giocavano per passione, senza un compenso, come mio nonno, se non altro nelle squadre meno importanti. Non so come sia adesso, ma mi parlano di quei mondi come qualcosa di sano e pulito.
Sano come il senso sportivo, e mio nonno, che amava il buon calcio e i bravi calciatori a prescindere dalla squadra, quando, nell’immediato dopoguerra, lasciò il Biellese per trasferirsi a Genova, la prima cosa che fece fu andare a vedere gli allenamenti del Genoa. La sua passione per quella squadra credo nasca da lì.

Mio padre sostiene che chi ha praticato uno sport non considera mai l’altra squadra come il nemico ma solo come un avversario sul campo: finita la partita si torna tutti amici.
Come quando si giocava da bambini.
Non so se valga per tutti, di certo vale per la mia famiglia: non ho mai visto reazioni di invidia, di competizione agguerrita o di attacco agli altri, né in campo sportivo né in altri campi. Se qualcuno è bravo non importa se sia più bravo di noi, è bravo e basta, glielo si riconosce e lo si ammira per questo.

Del perché mio padre tiene per il Toro ve lo racconto un’altra volta.

Oppure potete leggere il pezzo intero su Io Gioco Pulito, voluto e pubblicato da Ettore Zanca, che ringrazio per avermi chiesto di aprire quel baule meraviglioso dei ricordi di famiglia.

Buona Fortuna coverZorro, Cowboy, Indiano, Sandokan per i maschietti. Fatina, Principessa, Primavera, Spagnola per le femminucce. Questi erano i costumi negli anni Settanta. Non lo straripamento di maschere di adesso, con un tripudio di bambini grotteschi intrappolati in tute pelose, corazze di plastica o mostruosi aggeggi invadenti che minaccerebbero anche l’autocontrollo di un asceta.
«Fai un pezzo di colore sulle maschere di Carnevale di un tempo, il Carnevale dei bambini che oggi hanno quarant’anni» dice Giovanna, la mia caporedattrice.
«A Natale?»
«Sì, a Natale» insiste lei, scegliendo di ignorare la mia espressione allibita e vagamente schifata. A conferma mi elargisce una solida argomentazione. «L’altro ieri mio nipote, mentre facevamo l’albero, ha voluto mettersi il vestito da Carnevale e noi adulti abbiamo cominciato a ricordare i nostri di quando eravamo bambini. Vedi come sono collegabili tutte queste feste, questi momenti di ricordi e di dolce nostalgia? Così ho pensato che potrebbe essere originale scrivere delle maschere di trent’anni fa.»
Come no. Uno è lì che spezzetta il panettone nel caffellatte, sfoglia il quotidiano locale, legge un bell’articolo sul Carnevale e a quel punto o ha la sensazione di aver sfumato due mesi di vita dormendo profondamente o pensa di aver preso per sbaglio il giornale di dieci mesi prima, che teneva per la sabbia dei gatti. Poi scopre che no, è questa giornalista che deve aver coriandoli al posto del cervello. Bella idea, davvero.
Il nipotino è una delle varie mine sparse sul territorio “Giovanna”. Raramente è possibile prevedere su quale argomento mi chiederà di scrivere ma, a seconda di quello che accade nella sua famiglia, possono nascere spunti tra i più sconclusionati. Cosa che in fondo mi diverte, lo ammetto, scongiura la noia, tuttavia, spesso, dà un vago tocco surreale alle pagine di cultura e società del giornale per cui scrivo.
Ho fatto una gavetta di dieci anni prima di approdare alla redazione di un quotidiano, sempre come freelance, non sia mai che a una donna fertile si offra un contratto a tempo indeterminato. Mi sono anche guadagnata una buona reputazione professionale che, in effetti, arbitrarie capriole sul calendario delle festività non dovrebbero compromettere, ma ogni volta il mio istinto è riluttante ad accettare con entusiasmo temi che sembrano pescati a caso da un bussolotto.
Con ciò, mentre fuori impazza la caccia alla strenna, mi concentro sulle maschere.
D’altra parte io per prima sono cresciuta fra tradizioni contaminate, convinta che la pentolaccia fosse una tradizione del mio compleanno, a novembre, e sentendomi ingannata e scippata di un simbolo personale quando ho scoperto che apparteneva legittimamente al Carnevale.
Forse è anche un po’ per questo che sento di avere un conto in sospeso con quel periodo sregolato e sciocco: sdoganava scherzi odiosi che minavano le mie giornate a scuola e aveva il potere di rendere ambite quelle stelle filanti ad anello, quasi sempre incollate, su cui soffiavi fino a farti scoppiare le orecchie mentre la maggior parte delle volte partiva solo un cerchietto di carta che, plof, cadeva a terra davanti a te.
Amavo mascherarmi, però, non senza qualche problema di identità. Il mio preferito era il vestito da Principessa. Non ero una bimba frivola, anzi, ma un giorno sarei diventata una regina, non avevo dubbi in proposito, un po’ perché quel nome ingombrante, Margot, me lo imponeva e un po’ perché non vedevo alternative, a parte la Fata, data la mia certezza di avere poteri magici. Ma c’era Zorro. Zorro era il mio eroe, si vestiva di nero, era un gran figo e combatteva per difendere i deboli dalle ingiustizie.
L’indecisione tra Principessa, Fatina o Zorro portava sempre a un astuto compromesso che mi vedeva vestita da Principessa con poteri magici da Fata che però sotto sotto era anche Zorro, identità segreta che nessuno doveva conoscere.
Il sillogismo “Quindi Zorro era una principessa” l’ho sempre evitato.
Questi ricordi mi offrono l’ispirazione: «Il pezzo lo scrivo come un tema delle elementari, del resto è sul Carnevale dei bimbi di trent’anni fa, chi vuoi che lo legga?».
Giovanna scuote la testa rassegnata. «Dovresti tenere seminari di automotivazione, Margot. Se uno sopravvive a quelli può farcela in qualunque situazione.»
«Potrebbe essere uno spunto per un altro pezzo.»
«Non tentarmi.»
Meglio di no, in effetti, stasera ho bisogno di uscire presto, la dottoressa Rigobelli ha un’agenda inflessibile.

(primo capitolo di Buona fortuna)

secolo-xix-natale-fiorioPer chi se lo fosse perso, ecco il mio ricordo di Natale pubblicato ieri su Il Secolo XIX.

Eravamo seduti sul muretto del giardino condominiale, sotto il nespolo. Io sei anni, lui cinque. Il Fabietto era il mio vicino di casa, all’epoca anche mio migliore amico, lo è stato per anni. Noi ci suonavamo alla porta di casa, una dirimpetto all’altra, e decidevamo se giocare da lui, da me o giù in giardino. A meno che qualche adulto non ci urlasse “Andate a giocare fuori!”. In tal caso, giardino.

Eravamo seduti sul muretto del giardino condominiale, dunque, gambette a penzoloni, bacche di pitosforo tra le mani per appiccicare i semini collosi alle foglie e farne dei disegni totalmente astratti ma molto vischiosi.
“Tu ci credi, a Babbo Natale?” mi chiese, aprendo una bacca con una pietruzza.
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img_2389Siccome diverse persone attorno a me stanno traendo notevoli benefici dallo yoga, ho deciso di provarci anch’io.
Avevo fatto una lezione, anni fa, ma la mia labirintite cronicizzata, grazie a cui non possiedo il benché minimo senso d’equilibrio, mi ha reso quell’esperienza come una delle più frustranti, faticose e detestabili che io abbia avuto in palestra.
Il mio era il saluto al sole più sbilenco dell’universo, l’albero più pericolante del creato, il cane più lamentoso della terra e il guerriero più ubriaco dell’esercito.

Dieci anni di acciacchi dopo, Leggi il resto →

Il male più terribile al mondo è il male commesso dai signor Nessuno. È un male che viene commesso da uomini senza moventi, senza convinzioni, senza alcuna crudeltà o senza menti diaboliche, perciò da essere umani che si rifiutano principalmente di essere delle persone. È esattamente questa la banalità del male.

Paris 13 nov 2015Stiamo cantando canzoni popolari francesi in un ristorante della vecchia Belleville, undicesimo arrondissement. Una donna con addosso tutti i colori del suo armadio, un elastico rosso in testa e un sorriso colmo di fiducia in noi, gira per il locale con la fisarmonica e ci chiede di cantare con lei.
Lo chiede in modo molto organizzato: consegnando a tutti un foglio col testo della canzone che canterà, spiegando che dobbiamo farlo sennò cosa siamo lì a fare, raccontando la storia della canzone e dandoci il via. Lei è l’attrazione di quel ristorante, lo abbiamo scelto apposta.
Cantiamo.

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(suggerimento: avviate il video e leggete il testo lasciando che la musica crei l’atmosfera giusta)

Molte cose stanno fermentando qui dietro, anche se il silenzio può dare il falso indizio del riposo.
Ho riposato, questo lo confesso, per ben una settimana.
Una settimana non prevista, nata da un mio click di troppo su Booking, che mi ha incastrata in una vacanza alle Dolomiti. Leggi il resto →

La leggenda notturna dei miei tappi di cerca, Secolo XIX, Prima, 20 agosto 2015Quando Il Secolo XIX mi ha chiesto di scrivere un racconto da pubblicare, ero molto in dubbio. Un racconto di due cartelle, su qualcosa che per me è estate, da scrivere in pochi giorni.
La mia prima, tipica, reazione è Non ce la faccio mica.

La sera, mettendomi i tappi di cera nelle orecchie (quelli che sono DAVVERO tappi di cera per le orecchie, e che mi assicurano il sonno nelle notti da finestre aperte), il mio compagno mi ha detto, trattenendo a fatica la risata. Ecco cosa dovresti raccontare: la storia delle palline di cera.

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Times-square-manhattan-new-york-nyc-yoga-eventoNon ho mai fatto tanto shopping, camminato tanto, mangiato tante schifezze buonissime, visto tanti musei come a New York.
Per cui ci torno.

Parto senza scheda telefonica e senza il mio fido computer. Avrò giusto l’iPod e l’iPad e succhierò wifi ogni tanto laddove ce ne sarà, se sarò in pausa tra un Guggenheim e un F.A.O. Schwarz.
Forse vi aggiornerò, ma non prometto niente. Sono le mie vacanze, l’obiettivo è: STACCARE.

Vi affido Qualcosa di vero.
Leggetelo, parlatene, usatelo come regali di compleanno, scrivetene, fotografatevi con lui, fotografatelo sui pianerottoli, sui banchi di scuola, in ufficio, nella cabina elettorale (no, scherzo, quello non fatelo, non si può), insomma, fatelo vivere insieme a voi e intorno a voi.
Quando torno mi raccontate.