• La storia della sguatterina più famosa del mondo piace un casino, forse per la sua capacità di trovare vestiti fantastici con cui sbaragliare tutte alle feste.

    C'era una svolta

Mentre continua il tour di Vittoria (ma soprattutto mio, e non posso neanche darmi il cambio alla guida con lei) ma anche un po’ il Pigro Tour – perché al momento in ogni posto dove sono stata è spuntato qualche Scrittore Pigro ad abbracciarmi e questo è un doppio regalo che mi sta facendo Vittoria -, arrivano le prime interviste.

Parlando di Vittoria con Stefania Mangiardi, la ragazza che annusava i libri.

Di Vittoria in vittoria chez Giulia Ciarapica.

Uno scatto per i tuoi pensieri: giocate con Vittoria
C’è anche un contest fotografico Uno scatto per i tuoi pensieri a cui partecipare, per chi di voi si diverte con Instagram (ma va bene anche se le mettete su Facebook, eh).
Provate a raccontare con una foto un vostro pensiero, un vostro desiderio, una vostra emozione.
Nella foto deve esserci almeno uno di questi elementi: l’azzurro della copertina, un gatto, dei tarocchi.
E poi abbinate al testo che accompagna la foto una citazione tratta da Vittoria, la frase che vi ha ispirati, quella che preferite, quella che avete sottolineato mentre lo leggevate.
Aggiungete gli hashtag #UnoScattoPerITuoipensieri #Vittoria #FujifilmGFX #Fujifilm ed è fatta.

Siete tutti invitati a Milano il 30 maggio e a Torino il 4 giugno per i due eventi in collaborazione con Feltrinelli e FujiFilm Italia.

 

Ho iniziato a scrivere questo libro il 12 marzo 2017. Stavo guardando il video della commemorazione per la morte di Terry Pratchett, a un certo punto Neil Gaiman è salito sul palco e ha detto: “C’è una furia nella scrittura di Pratchett. È la furia che ha alimentato Discworld ed è qui che lo scoprirete: è la rabbia per il preside che riteneva il seienne Terry non abbastanza intelligente per le classi successive, la rabbia per i critici pomposi e per quelli che pensano che serio sia l’opposto di divertente. E penso: Cosa farebbe Terry con questa rabbia?, poi prendo la penna e inizio a scrivere.”
A queste parole, ho aperto un nuovo file di Word e ho iniziato a scrivere.

Ero in piena crisi creativa, convinta di non riuscire più a farlo, e mi sentivo mutilata per questo. La mia situazione lavorativa non aiutava a sentirmi serena: vivere in perenne precariato, facendosi i conti in tasca per qualunque spesa, anche la più piccola, non è un bel vivere, si sa. Soprattutto se hai sempre vissuto contando su uno stipendio, se sei sulla soglia dei cinquant’anni e se chi ti cerca ti chiede solo di scrivere in cambio di una manciata di dobloni di visibilità.
Dobloni che – ci ho provato – né l’Enel né la Vodafone accettano. E nemmeno i supermercati, i benzinai, manco l’amministratore di condominio. Proprio nessuno, giuro. Incredibile.

Così, quel 12 marzo, mentre ero davanti al nuovo file di Word, mi è caduto l’occhio su una foto che mi ha fatto papà da bambina. E mi è anche caduto l’occhio su Facebook, questa vetrina adulterata dove gli altri si fanno un’idea di noi che può essere lontanissima dalla realtà, dove a volte ciò che vogliamo è sembrare migliori di quel che siamo, a volte proteggerci e non mostrare le rovine alle nostre spalle. Un posto che fagocita tempo e persone, e a volte le trasforma, slatentizzando tratti narcisistici e rovinosi.
Poi ho sorriso per l’ennesima posizione assurda che Brodo, il mio gatto, prende quando dorme accanto al mio computer e ho cominciato a scrivere.
Pochi giorni prima, mia madre mi aveva detto “Be’, mica devi solo scrivere storie allegre! Perché non racconti come ti senti in questo momento?”. Le avevo risposto che non aveva senso ma, come spesso accade, aveva ragione.
Ecco cosa potreste trovare di me in questa storia.

Ma non sono una fotografa, la fotografa vera è Sara Lando, che ho la fortuna di conoscere da molto tempo e che ho tempestato di mail per chiedere se tecnicamente fosse possibile fare questo o quello.

E prima che qualcuno di voi mi chieda un giro di carte, non sono nemmeno una cartomante, né mi sono messa a leggere i tarocchi per pagarmi le bollette. Per questo ho affidato a Francesca Strata il compito di controllare che non avessi scritto troppe fesserie sui tarocchi, per scoprire che in realtà avevo fatto uscire le carte giuste, a prescindere dalle letture fatte. Tu guarda a volte il caso.

Non ho neanche mai passato notti brave a Berlino tra sesso, droga e rock’n’roll.
E spezzare il cuore a Vittoria mi sembrava perfetto: a chi non è successo almeno una volta?

La prima persona a cui ho detto che mi rimettevo a scrivere è stata Alice Basso, che di questo romanzo è stata la levatrice. Alice è stata un sostegno straordinario, che ha letto capitolo dopo capitolo tifando come un ultras.

Dopo soli tre mesi ho mandato il romanzo alla mia agente, Silvia Meucci, che aspettava con pazienza e fiducia.
Dopo un altro mese, mentre pesavo gli zucchini al supermercato, mi ha chiamato
Ricciarda Barbieri, la mia editor in Feltrinelli, e ha detto: “Vittoria!”
Se qualcuno, quel giorno, ha visto una tipa che piangeva abbracciata a un sacco di sabbia per gatti alla lavanda, non ero assolutamente io, vi siete sbagliati.

Chi aspettava e ha brindato con me sono state le mie persone di fiducia a cui avevo dato il libro da leggere (Alice, l’ho detto, Sara, detta anche Unlettore, Francesca per i tarocchi, Riccardo Rodolfi e Isabella Bianchi -sì, è la White e sì, è Alice: perché sforzarmi di inventarla, lei, se l’avevo a portata di mano?) e le persone che mi avevano dato la spinta che mi mancava, i miei giganti, insomma.

Ma c’è qualcun altro che, nelle stanze di un forum, ha seguito, tifato e partecipato alla nascita e poi al percorso di Vittoria: i miei Scrittori Pigri.
Quello che mi ritorna dai laboratori online di scrittura che tengo ogni anno è immenso: nel Gruppo di Supporto Scrittori Pigri si creano legami profondi, nascono amicizie, ogni volta mi ritrovo con una quarantina di persone che vivono in ogni parte dell’Italia, che partecipano con i nickname più bizzarri e con cui passo mesi di lavoro incessante ma anche di risate, confidenze, sfoghi, sostegno.
“Sto inventando personaggi che vanno a farsi leggere i tarocchi” gli ho detto un giorno, e loro si sono scatenati. Non so se poi ho usato qualcuno degli spunti avuti, erano tantissimi e io rielaborato, limato, tagliato, però so che nella carrellata di quelli a cui Vittoria apre la porta e legge le carte, ci sono anche pezzi dei miei Scrittori Pigri.

Ecco, io, tutte le persone che ho nominato fin qui, le ringrazio. Perché dietro un libro non c’è mai solo l’autore, c’è una squadra. Compresa quella di Feltrinelli, straordinaria, a cominciare da Giovanna Salvia, la redattrice che mi ha fatto le pulci: era esattamente quello che volevo. E se nell’editing di Qualcosa di vero avevo scoperto di far sorridere chiunque, nell’editing di Vittoria ho scoperto d’aver fatto inclinare la testa un po’ a tutti. Grazie a Giovanna si sono salvate un bel po’ di cervicali ma ora sono curiosa: chissà quale sarà il gioca jouer nei miei prossimi libri!

Siete arrivati fin qui?
Be’, allora grazie anche a voi.

It’s a long way to the top (if you wanna rock n roll)

Quando Giovanni del Bicicletterario mi ha chiesto se poteva farmi un’intervista non mi ha detto che aveva preparato venticinque domande, che neanche a un concorso pubblico.

Molte domande che non mi ha mai fatto nessuno tra l’altro, è stato divertente andare a fare carotaggi nei ricordi per rispondere.

Se siete curiosi come Giovanni, trovate tutta l’intervista qui.

E se amate pedalare e scrivere, partecipate al prossimo concorso letterario dedicato alla bicicletta, è un Premio pieno di entusiasmo.

 

Sono due mesi che non scrivo sul blog, ormai i social hanno vinto e un po’ mi dispiace, perché questa è casa, con la rilassatezza di un divano comodo, non è la frenesia del ballo delle sedie che si vive su Facebook.
Ma vabbè.

Comunque, in questi due mesi, sono successe alcune cose di cui vi faccio il sunto, tisana alla mano.

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Mio nonno, giocatore della Pro Vercelli e nella Cossatese, ha passato a mio padre l’amore per il buon calcio.
Ma il motivo per cui mio papà, classe 1932, è diventato tifoso del Toro è piuttosto buffo.

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Italo FiorioHo conosciuto mio nonno che era già vecchio, o almeno era così che lo vedevo io da bambina.

Sapevo che era stato un impresario edile, che aveva costruito mezza Cossato e molte cose a Genova, da cinema a palazzi, che gli piaceva andare a caccia, vestirsi bene e ascoltare la musica classica nel suo studio (compresi i dischi del Rondò Veneziano che gli regalavo ogni Natale).
Quando, da piccola, dormivo dai nonni, aspettavo il mattino per infilarmi nel lettone e farmi raccontare da lui le storie dei partigiani o quelle che poi ho trovato nel libro Cuore, quando me lo hanno regalato amici di famiglia per la Prima Comunione (il libro Cuore era un regalo da Comunione gettonatissimo, ai tempi).

Sapevo anche che gli piaceva il calcio e che ogni tanto andava a vedere il Genoa
, che aveva due azioni della squadra, una per ogni figlio, e quel cuscinetto rosso e blu diviso in due parti che si apriva come un libro e diventava quadrato. Quanto lo desideravo! Ma era per andare allo stadio ma a me, allo stadio, mi ci hanno portata una volta sola, avrò avuto cinque anni, e quel giorno ho potuto sfoggiare il cuscinetto rosso e blu e sedermici sopra, urlare fortissimo “Gol!” quando lo urlavano anche il nonno e papà e incitare i calciatori con la palla davanti, ma solo quelli con la maglia rossoblu, i Nostri.

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Buona Fortuna coverZorro, Cowboy, Indiano, Sandokan per i maschietti. Fatina, Principessa, Primavera, Spagnola per le femminucce. Questi erano i costumi negli anni Settanta. Non lo straripamento di maschere di adesso, con un tripudio di bambini grotteschi intrappolati in tute pelose, corazze di plastica o mostruosi aggeggi invadenti che minaccerebbero anche l’autocontrollo di un asceta.
«Fai un pezzo di colore sulle maschere di Carnevale di un tempo, il Carnevale dei bambini che oggi hanno quarant’anni» dice Giovanna, la mia caporedattrice.
«A Natale?»
«Sì, a Natale» insiste lei, scegliendo di ignorare la mia espressione allibita e vagamente schifata. A conferma mi elargisce una solida argomentazione. «L’altro ieri mio nipote, mentre facevamo l’albero, ha voluto mettersi il vestito da Carnevale e noi adulti abbiamo cominciato a ricordare i nostri di quando eravamo bambini. Vedi come sono collegabili tutte queste feste, questi momenti di ricordi e di dolce nostalgia? Così ho pensato che potrebbe essere originale scrivere delle maschere di trent’anni fa.»
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secolo-xix-natale-fiorioPer chi se lo fosse perso, ecco il mio ricordo di Natale pubblicato ieri su Il Secolo XIX.

Eravamo seduti sul muretto del giardino condominiale, sotto il nespolo. Io sei anni, lui cinque. Il Fabietto era il mio vicino di casa, all’epoca anche mio migliore amico, lo è stato per anni. Noi ci suonavamo alla porta di casa, una dirimpetto all’altra, e decidevamo se giocare da lui, da me o giù in giardino. A meno che qualche adulto non ci urlasse “Andate a giocare fuori!”. In tal caso, giardino.

Eravamo seduti sul muretto del giardino condominiale, dunque, gambette a penzoloni, bacche di pitosforo tra le mani per appiccicare i semini collosi alle foglie e farne dei disegni totalmente astratti ma molto vischiosi.
“Tu ci credi, a Babbo Natale?” mi chiese, aprendo una bacca con una pietruzza.
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img_2389Siccome diverse persone attorno a me stanno traendo notevoli benefici dallo yoga, ho deciso di provarci anch’io.
Avevo fatto una lezione, anni fa, ma la mia labirintite cronicizzata, grazie a cui non possiedo il benché minimo senso d’equilibrio, mi ha reso quell’esperienza come una delle più frustranti, faticose e detestabili che io abbia avuto in palestra.
Il mio era il saluto al sole più sbilenco dell’universo, l’albero più pericolante del creato, il cane più lamentoso della terra e il guerriero più ubriaco dell’esercito.

Dieci anni di acciacchi dopo, Leggi il resto →

Il male più terribile al mondo è il male commesso dai signor Nessuno. È un male che viene commesso da uomini senza moventi, senza convinzioni, senza alcuna crudeltà o senza menti diaboliche, perciò da essere umani che si rifiutano principalmente di essere delle persone. È esattamente questa la banalità del male.