• Perché l’amore se ne frega dei motivi e dei meriti, l’amore gironzola impunito e talvolta lascia il posto a una contro figura che si aggrappa a insicurezze e paure nutrendosi di loro con l’avidità di un parassita.

    Chanel non fa scarpette di cristallo

La spensieratezza degli anni in cui tutto è possibile, in cui si rincorrono i sogni tra una festa e un caffè, l’allegria, i colori, quello spirito un po’ sciocco e un po’ buffo che gioca con la vita ancora tutta da inventare, ed è musica allegra, pop e zuccherosa, con le scarpe da ginnastica sui cofani delle auto, tra gli abiti sgargianti delle amiche e la ricerca di qualcuno da cui farsi notare.

Poi l’amore, e quel senso di onnipotenza che fa sembrare tutto possibile, sogni più vicini, progetti concreti accompagnati da note più profonde, intime e intense, ancora allegre, piene di una gioia densa, la sensazione di non essere più soli e sentirsi forti per questo. E si balla, e si vola.

Poi gli intoppi, la paura di deludere, chi svende il proprio sogno per una musica di chincaglieria, chi assiste alla resa, chi si inebria di un successo facile, chi cerca di salvare il sogno dell’altro. E le incomprensioni, la lontananza, la fatica, le delusioni, le umiliazioni, i fallimenti e la musica si spegne in una nuova solitudine, in un’amputazione, nella rinuncia.

Infine resta una canzone, quella canzone, a ricordare un destino mancato, a ricordare un Persempre abbandonato, che poteva essere, era possibile ed era un lieto fine, ma che si è lasciato rotolare via tra pause troppo lunghe.
E i sogni che comunque possono avverarsi, anche con altri finali, e il destino che cambia, che può essere diverso perché fatto di scelte e di coraggio, di perseveranza, mai di stelle senzienti, che non è mai scritto perché dipende dai suoi autori e se loro smettono di scriverlo, se rinunciano, ne creeranno un altro.
Però non sarà quello che avrebbero potuto avere. Sarà quello che hanno. Che avranno. Che scelgono o che non scelgono.

Un ultimo sguardo, un sorriso, titoli di coda.

IMG-20140721-WA003Chi non ha mai visto Davide Enia sul palcoscenico è come se non avesse mai dato un primo bacio, se non avesse mai messo i piedi nudi nel mare, se non avesse mai mangiato un gelato. E’ come se non si fosse mai innamorato, se non avesse mai viaggiato, se non avesse mai guardato un tramonto.
Si può vivere senza tutte queste cose, e si può vivere senza aver mai visto Davide Enia a teatro, ma mancherebbe qualcosa.

Io, dalla prima volta in cui l’ho visto, col suo Italia-Brasile 3 a 2, ho sentito vibrare il sangue e aggrovigliarsi lo stomaco. Lui ha un dono, un dono potente, il dono della narrazione. E la scena teatrale è lo spazio magico dentro cui compie i suoi incantesimi. Ogni volta.
Lo ha fatto con una partita di pallone, lo ha fatto con Maggio ’43, lo ha fatto coi Racconti dell’infanzia. Lo ha sempre fatto e lo ha rifatto stasera su un piccolo palco ad Albisola, col mare alle spalle, le nubi nere sopra, i fulmini in lontananza e il silenzio del pubblico e del cielo attorno.
E al centro lui, col Libro XI, che ci portava nella discesa agli inferi di Odisseo.
Non riesco a immaginare un narratore migliore di Enia per raccontare l’Odissea, l’origine della narrazione.
Né provo a raccontarvela io.
Cercate di non perdervela, la prossima volta.
Potete ancora recuperare: l’Odissea, un racconto mediterraneo, è in giro da millenni, e soprattutto quest’anno.

 

casa da giocoL’abitudine di arrivare sempre in anticipo agli appuntamenti, a volte può lasciare spazio a impreviste passeggiate in mondi paralleli. Per esempio un bar del centro storico di Genova.
Sono entrata per bere un tè caldo, nonostante un deterrente schermo del televisore acceso si imponesse sulla sala.
Ma a scorrere non erano i soliti calciatori in calzoncini, bensì le immagini anni Cinquanta di un vecchio film americano con Rock Hudson e Anne Baxter.
Pochi minuti dopo, le due titolari e io, stavamo tifando come una curva nord per la Tracey di Anne Baxter, disprezzando senza mezze misure il personaggio di Julie Adams (“che basta guardarla per capire che è una refiosa intrigante”) e aspettando con ansia che Rock Hudson capisse finalmente -almeno nella finzione- quale fosse la donna giusta per lui.
Me ne sono andata con rammarico, per non arrivare in ritardo, ma le due signore del bar di piazza della Meridiana mi hanno promesso che, se torno oggi, mi dicono com’è finita.
Una delle due nicchiava, “Non può finire bene, mi sa che devono fare la morale”, diceva. Ma io ho dato un’occhiata su internet e so che alla fine l’amore trionfa.

 

Cortificio 2013Avete i cassetti pieni di lingerie, le mensole tutte occupate da gattini di ceramica e persino il tavolo della cucina che ballava ora non ha più bisogno dello spessore sotto una gamba?
Ottimo, significa che dovrete trovare posto a quella sceneggiatura per un cortometraggio che avete scritto sotto gli effetti di qualcosa che non dovete necessariamente dichiarare.

Gioite, ho io la soluzione: spedite l’inedito alla seconda edizione del concorso Il Cortificio entro il 30 ottobre 2013. Qui tutti i dettagli utili.

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cenerentolaDomani, domenica 26 maggio, andrò in scena per la prima volta (credo, anche se qualcuno sostiene che ci sia già andata a mia insaputa).
Spiegomeglio.
Domani, a Villa Serra di Còmago (GE), si terrà la terza edizione del Festival del Monologo in Liguria, organizzato da Improteatro e da Maniman Teatro di Genova, con la partecipazione del Teatro Rina e Gilberto Govi.
Che sono un po’ il teatro off delle nostre parti (mica ce l’ha solo Broadway, il teatro off).

Ci saranno cinque palchi e cinquanta attori che, dalle 14.30 e per quattro ore ininterrotte, faranno la staffetta tra loro e si alterneranno con un quarto d’ora di monologo ciascuno.
Per cui, se capitate nel parco di Villa Serra e sfuggite al pavone che aveva passato un pomeriggio a corteggiarmi con imbarazzante determinazione (e una coda bellissima), potreste incappare in un’attrice -bionda+occhi azzurri, quel che si dice gnocca- che interpreta la vera storia di Cenerentola, una povera bimba ricca e i suoi uccelli.
Quella dei Grimm, non quella di Disney, per capirci.
Anzi, per essere precisi quella dei Grimm raccontata da me.

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MuriIl manicomio non sono i muri di un ospedale psichiatrico, il manicomio sono i nostri schemi mentali.

Mariuccia è un’infermiera che vedeva e non capiva, e le sembrava tutto normale, e che oggi si vergogna a dire che le sembrava normale quell’esproprio che veniva fatto agli utenti di quei lager, privati della dignità, della voce, dell’intimità, della possibilità di lavarsi, di pettinarsi, di usare il coltello per mangiare o di esprimere un sogno. O anche solo di averlo, un sogno.
Persone fatte impazzire dal dolore e dalla solitudine, gettate via da mariti violenti, da genitori imbarazzati, da figli infastiditi, violate nell’anima e con l’umanità fatta a brandelli.

Mariuccia racconta. Racconta col suo accento triestino e la semplicità della donna di buon senso, della madre di famiglia che c’era, che non capiva perché, che puliva i pavimenti e i vetri e vedeva le recluse del reparto M, quelle calme, sedute per dodici ore su panche, in silenzio, vestite di abiti impregnati di urina, isolate nelle stanze di contenimento in base all’umore delle capo infermiere -acide e crudeli- o trattate con l’elettroshock per sedare una naturale difesa dalla violenza.
Non era terapia, era punizione, tutto quello. Era pura e spietata brutalità considerata normale.
Si vergogna, Mariuccia, ad averlo creduto.

Finché non è arrivato un dottore che aveva sentito l’odore delle carceri e ne riconosceva la stessa natura nei manicomi, un uomo chiamato il Filosofo, che è arrivato un giorno, con la sua equipe, e ha rivoluzionato il pensare, il trattare, il comprendere, il curare. Facendo aprire le porte e consegnando consapevolezza e rispetto, senso di responsabilità e crescita umana e professionale.
Quell’uomo si chiamava Franco Basaglia e ha elevato le coscienze e abbattuto gli schemi mentali.
E Mariuccia ha capito che solo abbassando il livello di miseria e alzando la qualità della vita, solo rispettando chiunque e capendo dove si annida il suo dolore e solo dandogli la possibilità di avere una esistenza migliore, si può migliorare la propria esistenza. Solo così si possono abbattere i muri.

Muri. Prima e dopo Basaglia di Renato Sarti
Un testo nato da una testimonianza vera, scritto magistralmente senza intaccarne l’autenticità.
E un’attrice, Giulia Lazzarini, che ancora una volta innalza se stessa, il teatro e tutto il pubblico ad altezze vertiginose dove l’emozione ti soffoca e ti inchioda.
Uno spettacolo da cui si esce pensando, capendo e guardandosi intorno con la consapevolezza di avere un nuovo muro da abbattere, l’indifferenza generale, e l’urgenza di abbatterlo prima che ci inghiotta.

il-lato-positivo-locandina-280x408Visto, così posso parlarne.
Mi sono divertita, è una commedia buffa, ben recitata e il doppiaggio non fa venir voglia di strapparsi le orecchie a morsi.
Ci siamo tutti immedesimati in qualcuno, in qualcosa, nei maniacali rituali, nei meccanismi di fuga, di attacco, di negazione dell’evidenza, abbiamo ridacchiato di noi stessi con affettuosa indulgenza, abbiamo tifato e abbiamo nutrito le antipatie esattamente come il regista intendeva farci fare, perché dalla griglia imposta non è possibile fuggire e chi deve essere odioso ci è odioso, chi deve far tenerezza la fa, chi deve far ridere lo fa.
Non è il film che consiglierei a gran voce di non perdere assolutamente, ma è un film gradevole, rilassante, prevedibile ma non noioso, ha un buon ritmo e dialoghi brillanti. E ha un’ironia che tiene il livello un po’ più su della media delle commedie simili.
Però l’ho trovato un’occasione mancata, perché il tema della “pazzia” comune è interessante ma soprattutto quello del bipolarismo è serio e il fatto che il protagonista sia un bipolare che però le medicine lo intontiscono e quindi è meglio correre, pensare positivo, darsi un obiettivo, ballare e innamorarsi, ecco: no.
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oscarVisto che fino alle 15.00 di oggi possiamo parlar d’altro -dove per altro s’intende il futuro dell’Italia, quisquilie, insomma- ne approfitto per fare le chiacchiere di rito sugli Oscar.
Io, quest’anno, son contenta.
Oddio, non è che di solito dedico una percentuale altissima della mia partecipazione emotiva a questo evento, però è uno di quegli appuntamenti che mi divertono.

Per darvi un’idea del mio livello di interesse, ve lo sequenzio nelle tappe che puntualmente tocco ogni anno:
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A metà marzo era prevista una mia presentazione a Roma che, per varie vicissitudini logistico-organizzative, è saltata.

Quando gli imprevisti stravolgono i miei programmi di punto in bianco, se prima vivevo il cambiamento con broncio e disappunto, ora -sarà l’età, sarà l’esperienza- mi siedo comoda e dico ad alta voce “Ok, vediamo perché”, senza trattenere un sorriso. Poi aspetto.
Di solito l’attesa è breve, molto breve. A volte di pochi secondi, quelli sufficienti a guardare i miei appunti a matita sull’agenda, a volte di poche ore, quelli che servono a dare il tempo a un volantino di essermi messo tra le mani da una gentile sconosciuta.

Bene, se in quei giorni fossi stata nella Città Eterna, mi sarei persa due appuntamenti importanti nella Superba a cui, invece, non vorrei proprio mancare.

Giulia Lazzarini

Il 15 marzo, al Teatro dell’Archivolto, andrà in scena un’attrice che io amo molto, Giulia Lazzarini, di cui vi ho già parlato qualche tempo fa in occasione del suo Remake. Questa volta parlerà di un tema molto delicato, quello dei manicomi e delle persone in essi internati, dei drammi umani, delle solitudini, delle diversità in MURI – prima e dopo Basaglia.

 

 

nekrosiusIl 16 e il 17 marzo, al Teatro della Tosse, andrà in scena DIVINA COMMEDIA con la regia di Eimuntas Nekrošius, che torna con la sua compagnia e uno spettacolo in lituano coi sottotitoli in italiano. Non storcete il naso e fidatevi: ho visto così Hamletas, quattro ore di Shakespeare in una lingua aliena, e ad oggi resta lo spettacolo teatrale più bello che io abbia mai visto (interessanti anche il “Cantico dei cantici” e “Anna Karenina”, ma l’Amleto, eh, l’Amleto è qualcosa di straordinario, potente, indimenticabile).

Sono emozioni pure che non mi perderò.
Prendeteli pure come suggerimenti (non ringraziatemi, è un piacere).

A Roma? Be’, a Roma spero di venirci un’altra volta. Restate sintonizzati.