• I sensi di colpa sono fili che ti ingarbugliano l’anima e danno potere agli altri.

    Buona Fortuna

Tandem ph. Sara LandoEra da tempo che io e Sara fantasticavamo sull’idea di fare un laboratorio insieme, qualcosa che unisse la creatività dei fotografi a quella degli scrittori, che offrisse nuovi spunti, nuovi stimoli, nuove chiavi di lettura, che mescolasse questi due linguaggi come già la pubblicità sa fare.

Dopo il Gruppo di Supporto Fotografi Pigri e il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, ci stavamo quindi dicendo davanti a un piatto di pansoti al sugo di noci, perché non raccontiamo una storia con le nostre parole e le nostre foto?
Quando è arrivata la focaccia al formaggio eravamo passate al “Perché invece non la facciamo raccontare agli altri? Lavoriamoci con altre persone, creiamo un gruppo misto, facciamo un laboratorio noi due!“.
Qualche mese dopo, Differentools ci ha contattate. “Vi andrebbe di fare una cosa insieme, voi due?

Sabato 9 e domenica 10 aprile, io e Sara Lando vi aspettiamo al West Garda Hotel, a Padenghe sul Garda (BS), per una due giorni di laboratorio folle, inaudito, luminoso, dirompente, strepitoso, corroborante e ineluttabilmente creativo.
E con l’idromassaggio nei dintorni.

Otto scrittori e otto fotografi per andare in TANDEM con le loro storie da raccontare.
Adatto a chi è abituato a lavorare da solo per dare corpo alle proprie storie – attraverso la scrittura o la fotografia – ma che sente i limiti di questo isolamento creativo e desidera sperimentare un uso artistico di linguaggi differenti, anche per cercare stimoli esterni.
A chi ha voglia di vedere le proprie parole, a chi ha voglia di leggere le proprie immagini, di scoprire e unire diversi punti di vista.

Scoprite di più qui.
Io e Sara vi aspettiamo.

Sotto la FGiovedì alla Feltrinelli di Genova eravate tantissimi.

Qualche decina più di cento, mi dicono. Non vi ho contati, ma vi vedevo, c’eravate, eravate bellissimi, sorridentissimi e verissimi. Ed era bello avervi tutti lì.

Accanto a me, Daniela Ardini ed Erika Falone sono state esattamente come sapevo che sarebbero state: brillanti, intelligenti, acute, profonde, stuzzicanti. Mi hanno permesso di portare tutti i presenti dentro Qualcosa di vero e di travolgerli con Giulia, Rebecca, Lorenzo, Daniele, Leone, Anna, le fiabe vere, la Gilda del cerchietto e un drago. Persino Zorro è passato a salutare tantissimo.
Davanti Tutte e tre Lettura

Trovate molte belle foto della presentazione qui. Gli scatti sono di Annalisa Bozzano, Ester Armanino, Bussalino di Repubblica, Mauro Traverso e Rosa Piterà, che ringrazio di cuore.

Nel frattempo, in modo del tutto spontaneo e per questo ancora più bello, molti di voi mi stanno inviando immagini di Qualcosa di vero che si pavoneggia nelle librerie o in casa dei lettori, e dei lettori stessi insieme al libro.

Siccome mi sto divertendo da matti, ho deciso di dedicare due album alle vostre foto:

Qualcosa di vero che tronfieggia
, dove lo immortalate ovunque si trovi, che sia in una libreria, sulla vostra scrivania, dentro una borsa, in cima a una montagna, sdraiato sulla spiaggia, sotto un albero in un bosco, in macchina, in vetrina, dove capita.

Voi e Qualcosa di vero, dove ci mettete la faccia e mi fate i creativi. C’è chi ha provato a morderlo, chi gli ha dedicato una bolla, chi lo ha presentato al proprio drago, insomma, sbizzarritevi.

Se mi mandate le vostre foto direttamente sulla mia pagina pubblica di FB (o, se non avete FB, via mail a info chiocciola barbarafiorio punto com) dicendomi nome, cognome, dove è stata scattata la foto e, nel caso, in che libreria, io vi pubblico insieme agli altri e ci facciamo un album dei ricordi.
Secondo me, più deliranti siete, più ci divertiamo tutti.

Barbara copertinarioMi avevano avvisata. In Feltrinelli, mesi fa, mi avevano detto “Tienti pronta, perché da febbraio in poi sarà un vortice senza respiro” e io, ingenua, avevo pensato che esagerassero.
Se pensate che l’impegno di chi scrive romanzi sia scrivere romanzi e godersi in pace il resto del tempo, avete farfalle di zucchero nel cervello. Le stesse che avevo anch’io (detta tra noi, mi mancano).

Quando un libro entra nella catena di montaggio di una casa editrice, e la sua pubblicazione si avvicina, si attiva una squadra di furetti impazziti che pensano a lui e a te come se foste l’unico scopo della loro vita. E tu che pensavi di farti una tisana allo zenzero e leggere un romanzo, scritto da un altro, te lo puoi scordare.

DraghettoHa iniziato la mia editor, che ama il suo lavoro in un modo entusiastico e viscerale, e che dall’anno scorso mi chiama ogni tanto per dirmi quanto sia felice di essere circondata da draghi (capirete quando leggerete Qualcosa di vero, e no, non è un fantasy).
work in progress

Poi abbiamo lavorato all’editing, dove si discute con grande garbo anche della posizione delle virgole, perché io sono una di quegli autori che ragiona anche sulla posizione delle virgole e non so se questo mi mette tra gli autori con cui si ama lavorare o tra gli scassamaroni che ci si passa a botte di pagliuzza più corta. Comunque accetto critiche e consigli, quindi so per certo che c’è di peggio.

Fiorio - Qualcosa-di-vero CoverNel frattempo l’ufficio grafico impazzava e, per quanto mi riguarda, ha vinto il premio copertina dell’anno. Aveva iniziato proponendo una copertina bella. Sarebbe andata bene anche quella, ma no, c’era spazio per farsi venire altre idee e ne ha tirata fuori un’altra, molto bella. Poi ha estratto dal cilindro quella che vedete qui a fianco: buffa, elegante, intelligente, ironica, originale. In una parola: geniale. E io ho capito di amare quei grafici.

Per la copertina, però, c’erano da scrivere i testi dell’aletta (quello che noi lettori chiamiamo il “riassunto” o la “trama”, ma che in gergo si chiama la sinossi) e della quarta di copertina. E solo per quello sono fioccate mail per oltre un mese. Anche lì ragionando sulla parola, la posizione dell’aggettivo, la punteggiatura.

 

Barbara, terza di copertinaE la scelta della fotografia. Be’, lì è stato facile: ho in squadra Sara Lando. Un invio ed era fatta. Purtroppo non siamo riusciti a mettere nella terza di copertina (si chiama così l’aletta interna dove c’è la mia biografia) una delle nuove, bellissime foto che Sara mi ha fatto a fine febbraio. Ma le useremo, le useremo.

Finita qui? Figuriamoci.

 

Bozze non corretteMentre il marketing decideva la tiratura (ossia quante copie stampare per la prima edizione, e dico prima in spregio alla scaramanzia, sperando di non essere punita per questo), è entrato in campo tutto l’ufficio comunicazione di Feltrinelli.
Sono state mandate le bozze semidefinitive del libro ad alcuni giornalisti dei mensili e ad alcuni librai di fiducia, è uscita la prima recensione su Amica (grazie a Pietro Cheli!), sono state contattate le persone a cui chiedere di presentarmi nelle varie città, sono state definite o opzionate le prime date delle presentazioni (se andate alla pagina Eventi cominciate a scoprire i primi appuntamenti) , contattati altri giornalisti, i blogger e chi lo sa, a un certo punto mi sono persa.

copie frescheAdesso, mentre si stanno definendo gli ultimi dettagli, per esempio il visual commerciale, ossia quelle locandine e cartonati che promuovono i libri nelle librerie – e anche lì sto combattendo col mio esercito di puntini sulle i sfiancando il marketing (vi voglio bene, ragazzi, e finirete per volermene anche voi, ve lo prometto) – le copie sono partite dalla tipografia e stanno viaggiando per l’Italia.
Le prime sono arrivate ieri in casa editrice, le altre andranno nelle librerie.
L’8 aprile è il giorno ufficiale in cui Qualcosa di vero spunterà sulle mensole e nelle vetrine.
Lo potete già ordinare ovunque, sarete i primi ad averlo.

Io lo toccherò e lo annuserò domani.
Perché domani, a un anno esatto dalla firma del contratto con Feltrinelli, sarò in casa editrice a firmare le prime copie per la stampa.

Ci siamo, sta arrivando Qualcosa di vero.
Per me è un carico di emozioni forti, di risate, di ansie, di paure, di conquiste. E’ il mio drago che vola.
Sta volando da voi.


Ps

E se siete su twitter e volete provare a vincerne una copia, correte qui, alla pagina della Meucci Agency, e mettete in gioco la vostra chiocciolina. 

 

Foto di Efe Agency…ho anche posato per due fotografi giornalistici e fatto due interviste per Buena Suerte.

Questa, appena uscita su lainformacion.com,
 su elEconomista.es e su Yahoo Noticias, è l’intervista che mi ha fatto Andrea Abal, dell’agenzia di stampa EFE.

Foto 2 di Efe AgencyE le foto devono essere state quelle che hanno scelto tra le 35450 che mi ha scattato il loro fotografo, di cui non conosco il nome.

Considerando che ne venivo da nove ore di marcia, tre musei, due tappe alla boqueria, tre sacchetti della spesa e niente trucco, se l’è cavata egregiamente.

Ovvio, la mia fotografa ufficiale resta Sara Lando, ma ho il suo permesso di accettare scatti dagli sconosciuti quando non ho lei a portata di click.

immagina-coverCi sono esperienze che non si dimenticano.
Ci sono esperienze che arricchiscono.
Ci sono esperienze che si vorrebbero rifare. O condividere con gli altri.
IMMAGINA è tutto questo.

Sara Lando, che da anni insegna fotografia a bambini dai 4 agli 84 anni, ha deciso di mettere a disposizione la propria esperienza per insegnare a insegnare fotografia ai cittadini piccoli di oggi e cittadini adulti di domani. Per aiutarli a difendersi, per aiutarli a capire, per aiutarli a divertirsi, a esprimersi, a creare.
Per farli immaginare ciò che desiderano.

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garza 4Vorrei parlar di cose frivole ma ogni volta succede qualcosa che appesantisce l’aria e mette al bando la leggerezza.

Vorrei raccontarvi delle mie presentazioni in giro, delle persone fantastiche che ho conosciuto o che ho rivisto a Treviso, a Padova, a Bolzano.
Delle cose -buonissime ma ipercaloriche ma buonissime- che ho mangiato, dei semini di cereali con cui ho riempito la macchina al ritorno dal Trentino Alto Adige, del viaggio sotto una pioggia scrosciante coi cd dimenticati sotto il sedile e non raggiungibili senza uno schianto letale.
Del mio mal di schiena che mi fa compagnia da due settimane e che magari, se giovedì non pulivo casa come il diavolo della Tasmania, forse un po’ passava.
Del libro che ho appena finito di leggere, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon, un Pulitzer del 2001 che merita per la storia che racconta e per i due antieroi che ci consegna.
Del dramma della scarpa di stagione, che in questo periodo non so mai cosa mettere  e odio le scarpe senza calze e le gambe ancora bianchicce che qui di sole se n’è visto poco.

Vorrei fare chiacchiere da tisana allo zenzero a metà pomeriggio o da bicchiere di Sauvignon prima di cena ma tutto intorno è complicato e ogni cosa sembra fuori luogo, per cui ora provo la zuppa giapponese liofilizzata che ho trovato all’Esselunga di Quaregna e penso a un nuovo libro da leggere e a un altro da scrivere.

 

e la foto è sempre scattata da Sara Lando, va da sè.

MuriIl manicomio non sono i muri di un ospedale psichiatrico, il manicomio sono i nostri schemi mentali.

Mariuccia è un’infermiera che vedeva e non capiva, e le sembrava tutto normale, e che oggi si vergogna a dire che le sembrava normale quell’esproprio che veniva fatto agli utenti di quei lager, privati della dignità, della voce, dell’intimità, della possibilità di lavarsi, di pettinarsi, di usare il coltello per mangiare o di esprimere un sogno. O anche solo di averlo, un sogno.
Persone fatte impazzire dal dolore e dalla solitudine, gettate via da mariti violenti, da genitori imbarazzati, da figli infastiditi, violate nell’anima e con l’umanità fatta a brandelli.

Mariuccia racconta. Racconta col suo accento triestino e la semplicità della donna di buon senso, della madre di famiglia che c’era, che non capiva perché, che puliva i pavimenti e i vetri e vedeva le recluse del reparto M, quelle calme, sedute per dodici ore su panche, in silenzio, vestite di abiti impregnati di urina, isolate nelle stanze di contenimento in base all’umore delle capo infermiere -acide e crudeli- o trattate con l’elettroshock per sedare una naturale difesa dalla violenza.
Non era terapia, era punizione, tutto quello. Era pura e spietata brutalità considerata normale.
Si vergogna, Mariuccia, ad averlo creduto.

Finché non è arrivato un dottore che aveva sentito l’odore delle carceri e ne riconosceva la stessa natura nei manicomi, un uomo chiamato il Filosofo, che è arrivato un giorno, con la sua equipe, e ha rivoluzionato il pensare, il trattare, il comprendere, il curare. Facendo aprire le porte e consegnando consapevolezza e rispetto, senso di responsabilità e crescita umana e professionale.
Quell’uomo si chiamava Franco Basaglia e ha elevato le coscienze e abbattuto gli schemi mentali.
E Mariuccia ha capito che solo abbassando il livello di miseria e alzando la qualità della vita, solo rispettando chiunque e capendo dove si annida il suo dolore e solo dandogli la possibilità di avere una esistenza migliore, si può migliorare la propria esistenza. Solo così si possono abbattere i muri.

Muri. Prima e dopo Basaglia di Renato Sarti
Un testo nato da una testimonianza vera, scritto magistralmente senza intaccarne l’autenticità.
E un’attrice, Giulia Lazzarini, che ancora una volta innalza se stessa, il teatro e tutto il pubblico ad altezze vertiginose dove l’emozione ti soffoca e ti inchioda.
Uno spettacolo da cui si esce pensando, capendo e guardandosi intorno con la consapevolezza di avere un nuovo muro da abbattere, l’indifferenza generale, e l’urgenza di abbatterlo prima che ci inghiotta.

Presentazione Feltrinelli 7febb13 4Ieri alla Feltrinelli eravamo in tanti. Tantissimi.
Abbiamo invaso lo spazio eventi davanti al caffé, riempito le sedie a disposizione, occupato i corridoi laterali, piantonato gli angoli e vedevo diverse persone appoggiate alle ringhiere sui vari livelli del megastore.
Abbiamo parlato di Genova, di gatti abbraccioni, di blog e community, di quanto chi scrive metta se stesso nelle storie che racconta e ho presentato a tutti Margot, Caterina e Tormento.

Ma soprattutto Silvia ha fatto l’improvvida domanda su Zorro.
Così ho raccontato di nuovo la mia storia con l’eroe mascherato, scongiurando definitivamente il rischio che qualcuno mi prenda ancora sul serio, e ho la sensazione che toccherà fare un revival anche qui.

Lo farò tra poco, promesso. Per ora godetevi le immagini della presentazione di ieri e della meravigliosa torta che i miei amici, quelli che io chiamo famiglia, mi hanno regalato per festeggiare la nascita di Buona Fortuna. Leggi il resto →

Come ci ricorda anche il doodle di Google, oggi si celebrano duecento anni dalla pubblicazione delle Fiabe del focolare dei grandiosi Fratelli Grimm.
Anche io, nel mio piccolissimo, vorrei celebrarli e per farlo riesumo dallo scrigno del tesoro nascosto in soffitta una delle fiabe pubblicate in C’era una svolta. Una delle loro fiabe più famose, aggiungerei.
Cari Jacob e Wilhelm: due secoli e non sentirli! Ci mancate tanto.

HANSEL E GRETEL
dei Fratelli Grimm

Una fiaba ricca di antichi valori, dove l’amore trionfa con il senso della famiglia, una fiaba che racconta di povertà e sacrificio, di fiducia in se stessi, di fame, di forza, una fiaba dove gli adulti sono fari nella notte per i bambini e accettano le proprie fragilità senza perdere dignità.
Una fiaba che qualunque genitore, qualunque adulto, dovrebbe leggere al proprio bimbo la sera prima della nanna.
Protagonisti: tre adulti, due bambini.

Davanti al solito grande bosco abitava un povero taglialegna con la moglie e i suoi due bambini: Hansel e Gretel.
Non erano proprio la famiglia del Mulino Bianco, va detto. In pratica, morivano di fame.
Una sera, il padre, preso dall’ansia (malattia sconosciuta ai taglialegna, lui lo definiva solo “voltolarsi nel letto”) disse sospirando alla moglie: “Che sarà di noi? come potremo nutrire i nostri poveri bambini, che non abbiamo più nulla neanche per noi?”.
Evidenzierei, il lettore non me ne voglia, l’onestà profonda di quest’uomo, libero dalle convenzioni sociali che impongono i bisogni dei figli come prioritari su quelli dei genitori. Lui è sincero: di pane non ce n’è “neanche per loro”, figurarsi per la prole. Lo spirito paterno e quello materno brillano fulgidi.
L’altro adulto non vuole essere da meno e conquista subito il lettore con queste parole: “Senti, marito mio – rispose la donna – domattina all’alba li condurremo nel più folto della foresta, accendiamo loro un fuoco e diamo a ciascuno un pezzetto di pane, poi andiamo al lavoro e li lasciamo soli: i bambini non ritroveranno più la strada per tornar a casa e ce ne saremo sbarazzati”.
(Cari bambini, abbiate sempre fiducia nei vostri genitori, loro vogliono solo il vostro bene).
“No, moglie mia – disse l’uomo – questo non lo faccio: come potrei aver cuore di lasciare i miei figli soli nel bosco! Le bestie feroci verrebbero subito a sbranarli”.
Vuole farci credere di aver fatto resistenza e di essere disperato ma buono. Si sta solo costruendo l’attenuante per appellarsi alla circonvenzione d’incapace.
“Pazzo che non sei altro – diss’ella – allora dobbiamo morir di fame tutti e quattro! Non ti resta che piallare le assi per le bare”. Lei almeno è tutta d’un pezzo. Di materia fecale, ma coerente.
E, come spesso accade nelle fiabe, lei, fine manipolatrice, spietata e crudele, convince lui, ‘nu poco imbecille e ipodotato nelle parti intime, a fare quello che vuole (vedi altra favoletta con due tipi, un bel giardino e una mela).

Intanto i due bambini avevano sentito tutto e siccome Hansel è furbetto, esce di soppiatto in piena notte (che tanto il controllo dei genitori sugli orari di uscita ed entrata serale non mi pare fosse un problema…) e raccoglie un mucchio di sassolini bianchi.
Allo spuntar del giorno, ancor prima che sorga il sole, la donna li butta giù dal letto, dà a ciascuno un pezzetto di pane (provocare lenta agonia è una finezza dei sadici) e l’allegra brigata parte.
Hansel comincia a buttare i sassolini bianchi, piccole luci nella notte, la genesi della segnaletica boschiva. Arrivati in mezzo al bosco il padre li lascia ad aspettarlo mentre va a fare legna.
Il genio del male, per lasciar loro credere di essere nei dintorni, lega un ramo ad un albero secco cosicché il vento lo sbatta producendo un rumore simile a colpi d’accetta (e ora la giuria mi dica se questo era veramente incapace di intendere e di volere!).
A notte fonda i due sospettano di essere stati abbandonati. Eh.

Comunque il nostro Hansel segue le pietroline che brillano alla luce della luna (ehi, le aveva raccolte di notte mica per niente!) e i due tornano a casa.
Potete immaginare la reazione della donna quando apre la porta! No, non credo possiate immaginarla davvero.
“Cattivi, perché avete dormito tanto nel bosco? Credevamo non voleste più tornare!”.
Ecco cosa dice. Non sto scherzando. Questa donna doveva fare politica.
Vogliamo aprire il capitolo “I sensi di colpa dei bambini causati dai genitori?”.

Tuttavia il padre è contento e sollevato così la famiglia felice resta riunita fino alla successiva carestia, che non tarda ad arrivare, of course.
A quel punto l’amabile moglie ripropone l’edificante progetto di abbandonare le due bocche da sfamare nel bosco, ma stavolta più addentro, perché non ritrovino la strada.
L’uomo tituba giusto per mantenere la parte di quello che in fondo non è cattivo, si becca gli insulti della cara donna e ovviamente cede. Del resto è una fiaba, non un romanzo.
I bambini anche stavolta sentono tutto ma quando Hansel cerca di andare a raccogliere i sassolini trova la porta sbarrata. Acciderba, la donnaccia lo ha fregato!
La mattina solita scena: la donna li fa alzare, sgancia loro il pezzo di pane, si incamminano nel bosco. Hansel decide di usare briciole di pane per tracciare il sentiero. Arrivano nel deretano dei lupi (metaforicamente parlando e comunque niente bimbe a zonzo con cappuccio rosso), i genitori li piazzano da qualche parte ad aspettarli, solito ramo-finta-accetta, blablabla, si fa notte, cercano le briciole e vedono solo uccellini felici e rimpinzati.
Del resto i colpi di genio non sono frequenti, non si può pretendere troppo da un bambino. Ariano, per giunta.

I due vagano tre giorni e tre notti per il bosco, con una fame pazzesca e stanchi come veterinari al palio di Siena, quando un simpatico uccellino bianco li conduce a una casina fatta di pane, coperta di focaccia e con le finestre di zucchero.
Volatili bastardi! Con quell’appetitosa architettura biodegradabile a disposizione dovevate per forza beccare le briciole per terra?
Che figli di upupa!
Com’è ovvio i due si fiondano sulla casa pronti a mangiarsela, quando una voce sottile grida dall’interno (e qui entra in campo il terzo adulto, contiamo su questo per salvare la specie…) “Rodi, rodi, morsicchia, la casina chi rosicchia?”.
I bambini, alla cantilena demente, rispondono: “Il vento, il venticello, il celeste bambinello” e su questo scambio di frasi chiederei l’intervento dell’antidroga per esaminare gli ingredienti della costruzione.
I due continuano a mangiare ma d’un tratto la porta si apre e viene fuori pian piano una vecchia decrepita e spaventosa che gracchia: “Cari bambini, chi vi ha portato qui? Entrate e rimanete con me, non vi succederà niente di male”.
Ecco un’affermazione da cui a qualunque età bisogna diffidare.
Li conduce in casa al calduccio, li sazia con latte, frittelle, mele e noci, li mette a dormire in morbidi e candidi lettini… E aspetta a rivelare di essere una vecchia strega ghiotta di bambini.

La parte in cui la strega chiude in una cella Hansel, costringe Gretel a fare da serva, mette Hansel all’ingrasso cucinandogli i cibi più squisiti (mentre a Gretel niente gnègnègnè) e ogni mattina gli controlla un dito per sentire se e quanto sia ingrassato, la conosciamo.
La domanda sorge spontanea: capisco la golosità, ma vivi in una casa succulenta, cucini da dio, che piffero ti frega di mangiare bambini?

L’astuto Hansel ogni volta porge alla vecchia, un po’ accecata, un ossicino ma dopo quattro settimane ‘sta qui ne ha piene le ghiandole di aspettare che il pupo ingrassi a sue spese e decide di papparselo così com’è.
Gretel in tutto questo riesce solo a dire: “Ci avessero divorato le bestie feroci nel bosco! Almeno saremmo morti insieme”. Una zavorra di sorella, sembrerebbe.
Sembrerebbe, perché quando la strega le dice di infilarsi nel forno per controllare che il fuoco sia ben caldo, lei capisce (aaaallelujaaaa) che le tocca fare da antipasto, di colpo diventa furba e con uno stratagemma sottilissimo (chiede alla vecchia di mostrarle come si fa a infilarsi nel forno) sbatte la megera nel fuoco e la lascia bruciare viva.
Finalmente liberi i due scoprono nella casetta forzieri pieni di perle e pietre preziose.
Se li tengono e diventano ricchi e famosi come Dolce e Gabbana?
N o o o o o o o o

Carichi del tesoro, non si capisce per quale arcano meccanismo, stavolta trovano difilato la strada di casa (!!!) e si precipitano ad abbracciare il babbo, il quale – cito testualmente – Non aveva più avuto un’ora lieta da quando aveva lasciato i bambini nel bosco, ma la donna era morta.
Come dire “se la passava malissimo ma almeno la spregevole aveva tirato le cuoia”.
Va da sé che i tre vissero insieme felici e contenti (e ricchi).

Dieci anni dopo: i protagonisti

La Strega, salvata dal fuoco da un cacciatore che passava di lì per caso cercando una nonna da salvare, aprì un ristorante diventato famoso in tutto il reame, dove si gustavano piatti pregiati e deliziosi di cui lei non ha mai svelato gli ingredienti.

La Madre, fuggita da un matrimonio infelice con un marito senza gonadi facendosi credere morta, diventò ricca aprendo una catena di asili e avviando un’operazione di co-marketing con il ristorante della Strega, operazione di cui tuttavia non si conoscono i dettagli.

Il padre divenne uno dei più importanti produttori di legname e abbatté centinaia di ettari di boschi diventando uno dei maggiori responsabili dell’effetto serra.

Hansel si laureò in Biologia e divenne un esperto di segnaletica boschiva. A seguito del successo del padre, divenne un attivista di Greenpeace.

Gretel fa tuttora la serial killer nei reparti geriatrici degli ospedali del regno.

Ci sono cose che si dichiarano in preda all’entusiasmo, alla passione o all’ansia, lo facciamo tutti.
Quanti di voi, per esempio, hanno giurato di accendere un cero alla Madonna, di scalare un monte coi fagioli nelle scarpe, di non mangiare mai più gelato o di chiamare la mamma tutti i giorni se fosse successo qualcosa di importante?
Eh.
E quanti di voi, poi, una volta accontentati, l’hanno fatto davvero?
Eh.

Allora spiegatemi perché la stessa indulgenza che concedete a voi stessi non la concedete anche a me lasciando scivolare delicatamente nell’oblio quella sciocca promessa che ho fatto il 28 novembre e non mi fate procedere con dignità nella mia esistenza?
Dimostrereste una profonda sensibilità, facendo anche un gran figurone sotto Natale.

Invece niente. Leggi il resto →