• Non ero affatto preparata a trovarmi faccia a faccia con le persone che occupano quest’altro lato del mondo, quello che si sporca, che perde, che puzza. Quello che riempie i sogni con numeri da giocare, che conta le monete, che mangia pane e latte, che sbaglia i verbi o non sa cosa chiedere.

    Buona Fortuna

Ero piccola quando mia mamma mi portava al Manicomio di Quarto a vedere gli spettacoli del Teatro della Tosse, ospitato lì in attesa di uno spazio più adatto.
Vado a teatro coi matti, dicevo priva di malizia ma anzi col candore del bambino che non percepisce il “diverso” come una minaccia o qualcosa su cui soffermarsi particolarmente. Semplicemente, andavo a teatro coi matti e a volte qualcuno di loro era seduto accanto a me e la loro gioia nel vedere lo spettacolo era contagiosa, così tanto da far squillare dal ridere matti e bambini, mentre gli adulti vedevano sfumare il pathos di scene talvolta anche drammatiche e se ne facevano una ragione.

Non si dice matti, lo so, ma lo dicevo, perchè da piccola non andava ancora di moda il politically correct e le cose si chiamavano col loro nome naturale. Quello che si usa in casa per parlar senza fisime.

Sapevo poco di loro, sapevo che erano poveri e vivevano lì perchè non avevano altro posto dove andare, sapevo che erano molto soli e che qualsiasi piccola attenzione da parte della gente normale era per loro un regalo prezioso, sapevo che tanti di loro non erano mica matti quando li avevano messi lì dentro, ma lo erano diventati restandoci. Sapevo che la maggior parte era stata portata lì da piccola, perchè magari qualcuno di loro era un terzo figlio indesiderato o una bambina fisicamente difettosa e quindi impossibile da sposare. Sapevo che alcuni erano stati portati lì da grandi, perchè le famiglie non li volevano o perchè erano ricchi ma i parenti non volevano dividere con loro l’eredità. Sapevo che lì dentro c’erano poeti, pittori e vecchi saggi.
Sapevo che su molti di loro venivano fatti esperimenti, che venivano tenuti legati, isolati, costretti in vasche piene di ghiaccio, calmati con le scosse elettriche o anche lobotomizzati.

Tutto questo per una bambina era affascinante come una fiaba gotica e solo da adulta mi sono resa conto di ciò che sapevo, di ciò che significava veramente.
Ed è da adulta che ci son tornata. Coi miei ricordi e la mia macchina fotografica.

Confesso di aver tifato per i Maya, mi piaceva l’idea di partecipare all’evento del millennio e tutto sommato non avevo grossi problemi a rinunciare alla vecchiaia, ma avere un appuntamento con voi in libreria nel 2013 mi ha fatto cambiare idea.

Sarò un filo egoriferita, son pronta ad ammetterlo senza andarne fiera, però un po’ mi spiacerebbe se finisse il mondo prima dell’uscita del mio nuovo romanzo, ecco. Facciamo dopo. Qualche mese dopo, il tempo di sapere se vi è piaciuto.

In Mondadori è piaciuto.

Se siete molto, ma molto curiosi potete leggere la sinossi qui.

Grandi cose stanno accadendo dietro le quinte, una squadra di geni si sta muovendo attorno a me, ho un visual team pazzesco che vi presenterò a tempo debito (Sara Lando agli scatti e la Papermoustache al sito già li conoscete, ma ci saranno altre sorprese) e sto lavorando alla limatura dei capitoli.

Insomma, detta tra noi, è roba da far tintinnare i calici. Per il resto tutto bene.

Ed eccoci alla fine della presentazione, dopo aver firmato un sacco di copie di Chanel e aver vanificato l’effetto del prosecco giusto giusto dopo l’ultima dedica.

Siamo nel pieno centro di Bologna, di venerdì sera, pioviggina anche un po’ e tra poco è ora di cena, quindi la logica cosa suggerirebbe?

Di andare a Bazzano, un paesino a una trentina di chilometri da lì, nell’unica osteria per cui non ci si può sbagliare, dove Gianluca Morozzi e Alberto Sebastiani devono fare un reading dell’opera omnia del Moroz con accompagnamento musicale. Ovvio.

Io, Ric e la Betty partiamo con la neo rodolfimobile (Ecco dove sono gli abbaglianti!) e dopo mezz’ora stiamo girando e cercando nel paese, cercando e girando, girando e cercando fino a scoprire che siamo a Crespellano.
Sarebbe meglio girare e cercare a Bazzano, però.
Dopo un quarto d’ora stiamo cercando e girando nel paese giusto. Non dev’essere difficile, è l’unica osteria sotto gli unici portici nell’unica piazza.
Non facciamo altro che vedere piazze, osterie e portici, da chiederci se a Bazzano ci sia anche qualcos’altro.
Dopo un rapido dialogo tra me e il titolare di un’osteria sotto i portici di una piazza (Salve, siamo amici di Gianluca Morozzi. Chi? …Morozzi, per il reading. Eh? Non c’è un reading qui, stasera? Cos’è? Ok, grazie, scusi.) finalmente troviamo il locale giusto.
Allegro, straripante di gente e con l’elemento giusto nel menù: pasta fresca fatta in casa. Per quanto mi riguarda, sono felice.

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Che importa se è saltata la corrente mentre ero sotto la doccia completamente insaponata, capelli compresi, e sono stata costretta a risciacquarmi con l’acqua caldina, tiepida e via via sempre più fredda perché la calderina, lo ricordo, va a elettricità? Per non parlare del phon.

Che importa se mentre mettevo la camicia bianca mi si è riaperta la ferita sul polpastrello (fatta la sera prima mangiando la mia striscia di liquirizia semestrale e tagliandone i pezzetti con le forbici da cucina, come al solito)? Ho messo la camicia nera e bonna lè.

Che importa se mentre infilavo nel borsone i canestrelli, i baci di dama, la mescolanza, le gocce di rosolio, il pandolce genovese e le ovette di marzapane (perché nella terra dei buongustai io vado armata), mi sono impigliata nella catenina che non levo da oltre due anni, rompendola?

Io per Bologna sono partita comunque.
To mò.

(cambio tempo verbale, olè)
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Sei troppo. Se fossi un po’ meno. Se fossi un po’ più. Fai paura. Non hai niente che non va, però… Sei difficile. Non lo so. Sono io. Mi piacciono lunghi, i capelli. Sii più accondiscendente. Metti i tacchi a spillo. Rilassati. Sei troppo alta. Sei un po’ bassa. Chiedi troppo. Impara a chiedere. Dai troppo. Lascia correre. Potresti far finta di non sapere, di non conoscere, di non capire, ogni tanto? Non ti capisco. So già quello che pensi. Tu volevi dire un’altra cosa. E’ come dico io. A volte sei sfuggente. Sei eccessiva. Troppo selettiva. Tanto tu cadi in piedi. Ti voglio. Non ce la faccio, scusa. Vorrei, ma non posso. Ti desidero. Voglio una donna forte, che mi tenga testa. Sei troppo impegnativa. Tu non hai bisogno di me. Mi metti in soggezione. Mi tradirai. Mi lascerai. Ti annoierai. Mi fai sentire inadeguato. Ma cosa vuoi saperne tu. Sciocca. Non fingere di essere fragile, non ci credo. Tu hai letto Dostoevskij?! Non l’avrei mai detto. Mangialo, è buono. Non capisci niente di musica. Ti deve piacere. Amo la tua ironia. Smetti di essere ironica. Difficile trovare una come te. Scappo. Vestiti colorata. Scegli tra me e il tuo mondo. Voglio proteggerti. Mi spaventi. Non pensavo fossi così dolce. Prendi l’iniziativa. Mi inibisci. Come sei bella. Sei ingrassata. Amo il tuo profumo. Decidi tu. Non decidere senza di me. Decido io. Ora ho te e sono felice. Tra noi è finita. Vieni con me? Vado da solo. Non ti dimenticherò mai. Come te, nessuna. Lo faccio per il tuo bene.

(foto di Sara Lando)

Eccomi a mantenere le promesse e a raccontarvi com’è andata giovedì alla Feltrinelli di Genova. In una parola: benissimo.
Ci siamo divertiti, tanta gente, tanti applausi, tante risate, tanta ansia scivolata via man mano che si chiacchierava, tante dediche e tante belle cose.
Io e Simona Sirianni siamo arrivate dopo un solo aperitivo alcolico ma bevuto rigorosamente a stomaco vuoto (abbiamo ritenuto fosse più efficace per aumentare l’effetto Mondo a bollicine cui puntavamo).

Nella sala stracolma di pubblico (ho smesso di contare a 50, non ricordavo più che numero veniva dopo) la prima cosa che ho ritenuto giusto fare è stata esporre la maschera di Zorro e la foto di Zorro il gatto, entrambi personaggi REALI (i Dii facciano inciampare chiunque osi metterlo in dubbio) e, va detto, l’apice dell’incontro è stato raggiunto quando un ignaro tra il pubblico ha domandato “Perchè Zorro?”.

Brusìo e risate malcelate hanno serpeggiato per la platea finchè all’unanimità non è stato richiesto il racconto dal vivo di quella triste storia che voi ben conoscete.
L’apoteosi.
Verso la fine del racconto sembravo una rockstar che fa cantare la strofa al pubblico: bastava che arrivassi al punto dove “…mi diceva che era appena andato via…” che loro esclamavano “ma ti saluta TANTISSIMO!”.
Perfidi dentro. Grande soddisfazione.

Quello che voi non sapete è che dal giorno dopo sono stata tempestata -via sms, via mail, su facebook e anche via skype- da amici che mi raccontavano che, subito dopo esserci salutati, appena io avevo voltato l’angolo, avevano incontrato Zorro. Era dispiaciutissimo di non essere arrivato in tempo per la presentazione o per la cena, ma… Sì, ormai lo sapete tutti il finale.

Meritevole di menzione il signore anziano che, al termine dell’incontro si è avvicinato a mia madre, presente e sgargiante nel suo totalviolet, per dirle:
– Signora, ne ha altre di figlie come lei?
– No, me ne basta una.
– Giusto, le è venuta così bene che non era possibile replicare.

Grazie a tutti quelli che c’erano, grazie a tutti quelli che non c’erano ma avrebbero voluto esserci, grazie a tutti quelli che mi hanno mandato sms e mail di incoraggiamento e partecipazione, grazie a chi mi ha pensata forte, grazie a chi mi ha accompagnata fin lì senza allontanarsi da me finchè non ero pronta, grazie a chi mi ha regalato un bellissimo mazzolino di fiori, grazie a tutti i fotografi presenti, grazie a chi non ha filmato sapendo che detesto i video e infine grazie a quei cinque o sei che non conoscevo, per essere lì.

Mentre su The Book Lover si parla di C’era una svolta, mi arriva un ricordo dritto dritto addosso, di molti mesi fa, parecchi mesi fa.

Era il 4 maggio 2010 e in una sera di pioggia e forse un velo di malinconia presentavo C’era una svolta al Caffè Baciccia di Piacenza, circondata da persone care spuntate chi a sorpresa, chi per destino, chi come un dono.
Era il tempo dei capelli lunghi.

Si aggirava un tizio che mi era sconosciuto fino a ora e che scattava foto.
Questo tizio è Carlo Magni e ha deciso di contattarmi per allegarmi questo momento, questo ricordo, questo scatto.
Perchè adesso, non lo so. Destino. Vai a sapere.
Ma è stato un bel regalo e lui, secondo me, fa foto che meritano di essere viste.

Grazie Carlo!

Oggi mi bullo.
Sarà perchè è venerdì ed è ufficilamente il mio ultimo giorno di ferie estive, sarà perchè avere il privilegio di essere Amica di una fotografa eccezionale è una cosa per cui fare gnegnegnè all’umanità di tanto in tanto o sarà perchè sono una schifosissima narcisa (ma soprattutto perchè le foto che mi fa Sara sono le uniche dove sembro figa) ho deciso di bullarmi e farvi vedere le ultime opere della Lando con Fiorio modella.
O meglio, una piccola selezione di queste.

Le trovate qui e siccome questo è il giacimento del meglio landesco, se avete tempo e voglia vi suggerisco di navigarci un po’. C’è robbba bella robbba buona, fidatevi.

Attimi.
Gesti casuali, banali, abitudinari, distratti, rapidi che non si conservano in memoria.
Toccarsi i capelli, mangiare qualcosa, sfogliare un libro, chiamare un taxi, parlare al telefono, attraversare la strada, spalmarsi la crema, piegare un giornale, frugare in borsa, dare il resto, salire in auto, sistemarsi gli occhiali, fumare, vestirsi, sorridere, ballare…
Attimi.
Piccoli gesti senza importanza, cui non si fa caso, che ci appartengono ma che non ricordiamo.
Li ho inseguiti per Manhattan.
E’ bello guardare la gente e vedere le persone.

Attimi a New York giugno 2010 from barbara fiorio on Vimeo.