• Un bagaglio di esperienza che mi ha sbaragliato i parametri, confondendo i sentimenti e costringendomi a contemplare le sfumature come colori definiti.

    Buona Fortuna

Il 20 gennaio è iniziata la decima edizione del GSSP.
Questo è il GSSP Scrittura e Narrazione ed è reso vivo da 35 Scrittrici Pigre e 16 Scrittori Pigri.
Purtroppo qualcuno è rimasto fuori: in diversi si sono iscritti troppo tardi, quando i posti erano già esauriti. Spero che ci riprovino alla prossima edizione.

13 sono le regioni italiane dove vivono, per la precisione (in ordine numerico e di iscrizione): Lombardia (13), Liguria (10), Piemonte (7), Sardegna (5), Veneto (3), Trentino Alto Adige (3), Toscana (2), Lazio (2), Marche (1), Puglia (1), Abruzzo (1), Emilia Romagna (1), Friuli Venezia Giulia (1).

E siccome siamo internazionali abbiamo anche qualcuno dalla Svizzera (1).

2 sono in prova perché hanno vinto la settimana gratuita, decideranno entro domani se restare con noi.
17 sono gli Scrittori Pigri veterani e 11 di loro hanno già fatto (almeno) un GSSP Scrittura e Narrazione.

41 anni l’età media (per la precisione 41,1).
3 saranno i mesi in cui staremo insieme.
12 saranno le esercitazioni settimanali che faranno.

2 saranno le docenti che avranno: me e Alice Basso (scrittrice Garzanti, editor e valutatrice per altri editori).

3 saranno le persone che intervisteranno, domani sapranno chi.

Spero che per tutti, la nostra diventi una community comoda come un divano, allegra come una serata tra amici e corroborante come una cucchiaiata di Caffarel fondente.
Per quello che ho letto finora, sembrano avere tutti lo spirito giusto e – come sempre accade – ci hanno messo poco ad ambientarsi e fare gruppo. Di supporto. Scrittori Pigri.

La prima esercitazione è stata assegnata e il panico già serpeggia, ma in realtà lo vedo che si stanno riscaldando le dita sogghignando.

Benvenuti nel decimo GSSP e buon lavoro a tutti!

Con questa gara di racconti mi sono divertita.
Intanto ho messo sulla pista un paio di ostacoli: un tema e una parola obbligatoria, la pigrizia (del resto per vincere la decima edizione del laboratorio degli Scrittori Pigri era giusto sudare un po’ di più).

Poi ho coinvolto la neonata rivista letteraria Malgrado le mosche che non solo ha fatto parte della giuria di qualità ma ha anche deciso di pubblicare i tre racconti vincitori per la qualità e di assegnare un suo premio dedicato, il Fancazzista d’oro.

Un po’ di tirella in più in una gara dove cominciavano a partecipare in tantissimi.
E questo ha fatto sentire un rumore di freni tirati in corsa che ci si poteva fare un concerto.
Abbiamo pubblicato meno racconti ma più pensati, curati, ragionati e selezionati.
Un (bel) po’ ne abbiamo rifiutati, alcuni autori ci hanno riprovato ed è andata bene, altri hanno rinunciato.

Sono stati 65 i partecipanti alla gara: 42 autrici e 23 autori.
Non male per un mese di gara, è una media di oltre due racconti al giorno.
I like arrivati entro il 15 dicembre sono stati 3645 mentre la giuria di qualità era composta da 24 giurati speciali: 6 scrittrici, 5 editor, 7 librai, 1 rivista letteraria, 1 collettivo di blog letterari, 4 Scrittori Pigri.

I vincitori per la Giuria di qualità sono stati:
1° classificato: Ismaele con “Un tè sul crinale”
2° classificata: Cristina Trimarco con “Quasi”
3° classificato: Alessandro Palmesino con “Una mattina difficile”

 

I vincitori per la Giuria popolare sono stati:
1° classificata: Arianna Orriù con “Il finale” (724 like)
2° classificata: Mara B. Rosso con “Morto di sonno” (250 like)
3° classificata: Romina Braggion con “Fa’ della pigrizia virtù” (204 like)

E la vincitrice del Fancazzista d’oro è stata Tanit con “Prima che cada la pioggia” che trovate pubblicato qui.

 

Potete leggere tutti i racconti sulla pagina Facebook degli Scrittori Pigri.

I due primi classificati hanno vinto l’iscrizione alla decima edizione del Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, il GSSP Scrittura e Narrazione.

Il laboratorio, della durata di tre mesi, inizierà il 20 gennaio 2020.
È un laboratorio online per scoprire, sperimentare e rafforzare le principali tecniche narrative, per essere più consapevoli della scrittura e acquisire gli strumenti necessari a dare forma alle idee e alle storie.

Come sempre, lo terrò io e a supportare me ci sarà anche Alice Basso, scrittrice per Garzanti e redattrice, traduttrice, valutatrice di inediti, che sarà a disposizione degli iscritti per una settimana.

Ogni iscritto avrà una password, il proprio nickname e potrà partecipare ovunque sia, in qualunque momento, purché abbia un computer e una buona connessione a internet.

Niente orari e giornate fisse, solo le scadenze di consegna settimanali.

Tutti i testi verranno discussi collettivamente all’interno di un forum privato, protetto da password, con il mio feedback continuo sul lavoro di ciascuno.

Durante i tre mesi di laboratorio, attraverso spiegazioni, letture e analisi di testi, affronteremo gli elementi principali della scrittura narrativa: narratore, focalizzazione, uso della prima e della terza persona, descrizione e straniamento, dialoghi, caratterizzazione e linguaggio dei personaggi, stilistica, generi narrativi, conflitti, risoluzioni, finali, riscrittura, editing.

Qui tutte le informazioni sul laboratorio qui il modulo di iscrizione.
Finché c’è posto ci si può iscrivere, poi, eh, poi niente, è andata così, potete riprovarci l’anno dopo.
C’è anche chi lo regala per Natale, abbiamo fatto un buono strenna bellissimo (se vi interessa scrivete a scrittoripigri@gmail.com e organizziamo tutto abbastanza velocemente).

Se invece qualcuno preferisce lavorare alla propria idea per un romanzo, deve aspettare settembre 2020 per il
GSSP Fare un romanzo
Il laboratorio online sulla costruzione di un romanzo, per arrivare dall’idea al primo capitolo, attraverso esercizi di lavoro su personaggi, narratore, linguaggi, struttura e storia. E per imparare a presentarlo a una casa editrice o a un agente letterario.

Buon Natale e Buone Feste!

Il GSSP è più di un laboratorio.
È un luogo protetto dove ognuno ha la propria stanza e si condividono spazi comuni, è lavoro, scrittura, ma anche chiacchiera, gioco, compagnia.
È un luogo di scoperta, o almeno vorrei che fosse anche questo.

Uno dei valori aggiunti che ho voluto dare al GSSP è la possibilità di incontrare le varie professionalità che lavorano nell’editoria: scrittori, editor, editori, agenti letterari.

Tra le persone che gli Scrittori Pigri hanno intervistato nel GSSP in corso c’è Benedetta Bolis, editor in Rizzoli.
Anche da questa intervista c’è molto da imparare e abbiamo deciso di condividerla con voi.

Benedetta Bolis è nata a Pavia nel 1988 e vive a Milano, dove si è laureata in Filologia moderna all’Università Cattolica con una tesi su Natalia Ginzburg.
Lavora in Rizzoli dal 2013, attualmente come editor alla narrativa italiana.

Le è mai capitato di fare editing a testi che pur scritti in maniera eccellente non riscontravano il suo stesso modo di pensare, anzi, erano diametralmente opposti? E come ha fatto, nel caso, a rimanere oggettiva? 
Sì, può capitare ed è capitato. E bisogna rispettare la voce dell’autore contenendo la propria ingerenza. Il miglior editing si fa quando, attraverso un confronto costante, si riescono a mettere in risalto le qualità di chi scrive e della storia che sta raccontando.
Per arrivare a questo, però, è necessario capire fin dall’inizio la direzione degli interventi che si proporranno all’autore, senza snaturarne in alcun modo il testo e senza far prevalere il proprio modo di pensare. Curare i libri degli altri richiede sempre un gran lavoro di sensibilità e disciplina.

Quanto pesano le “mode” letterarie? Ad esempio mi pare che il genere del giallo di provincia oggi sia forse un po’ ipertrofico (ma chiedo conferma).
Il giallo è un genere della letteratura popolare che per definizione vive di tendenze. Non esiste letteratura davvero popolare senza un’alta concentrazione dell’offerta.
Il sottogenere del giallo di provincia al momento è uno dei filoni forti e racchiude una molteplicità di orientamenti. La sfida dell’editor, e se vuoi anche uno degli aspetti più stimolanti del mestiere, è intercettare autori che, nel mare di proposte, sappiano offrire storie riconoscibili, che soddisfino il gusto del momento, ma che si distinguano per una certa riconoscibilità della scrittura, dei contenuti, dei personaggi. Solo così un libro può emergere e durare nel tempo, anche dopo diversi anni e dopo che il mercato si è trasformato. Le mode contano alla condizione di saperle usare.

Quanto è possibile prevedere il successo di un libro?
È praticamente impossibile, non esiste nessun ingrediente che, da solo, assicuri il successo. È un’alchimia di fattori, e tra questi anche la fortuna ha un peso decisivo.
Nessuna tiratura, nessuno sforzo commerciale o comunicativo di un editore, danno la garanzia del successo. Al massimo, possono creare delle condizioni necessarie ma non sufficienti.
Di certo una storia forte, autentica, una scrittura brillante che ne sostenga l’impalcatura sono gli elementi imprescindibili da cui partire perché l’editore decida di investire su un libro. Come dicevo prima, la capacità di distinguersi spesso è un ottimo punto di partenza.

Cosa le piace del suo lavoro e cosa invece le piace meno?
È un lavoro che richiede la capacità di rinnovarsi costantemente, tenendo sempre gli occhi puntati su quello che succede intorno a noi. Mi piace che ogni libro, e naturalmente ogni autore, sia diverso dall’altro, e quindi che il lavoro non si ripeta mai allo stesso modo, ogni storia è a sé. È un mestiere che richiede una predisposizione ai rapporti umani, bisogna entrare nella testa delle persone, sia per capire le storie che vogliono leggere, sia per quanto riguarda la relazione con gli autori. L’autore spesso lo si scopre, si dialoga sul progetto fin dall’inizio, si impara a conoscerlo lavorando a stretto contatto sul testo e lo si accompagna anche dopo la pubblicazione del libro. E prendersi cura del testo di un altro ti investe di responsabilità. Quindi è un lavoro, oltre a una passione, che richiede empatia e attenzione verso gli altri. Ovviamente questo è il lato bello, ma a volte può essere l’altra faccia della medaglia, con tutto lo sforzo e le difficoltà che ne conseguono: i rapporti umani, le connessioni richiedono tempo o possono anche avere lati faticosi da gestire.
Un altro aspetto che mi piace molto è quello della scoperta. Quando trovo un romanzo che mi colpisce, sento una certa frenesia. Pensare di valorizzare qualcosa che nasce da un altro e che verrà condiviso con una moltitudine di persone significa giocare in squadra, essere complici.

Quali sono i canali che utilizza per “scovare” i manoscritti?
Sicuramente gli agenti letterari costituiscono un canale fondamentale, perché hanno già fatto una prima scrematura e selezionato un testo che può avere del potenziale.
Oltre a loro, guardo il catalogo degli altri editori e le novità pubblicate; le riviste letterarie, i premi, ma anche le classifiche di Amazon, il self publishing e i social network.
Mi è capitato di trovare proposte interessanti anche ai festival letterari, tramite i colloqui con gli aspiranti autori. È una ricerca quotidiana, a tappeto, che non ha regole e non si ripete mai allo stesso modo.

Quanto conta il rapporto diretto con l’autore nella fase di editing?
Il rapporto diretto con l’autore è tutto. Erroneamente si crede che il lavoro editoriale sia un lavoro in solitaria sul testo. In realtà è un lavoro sociale e relazionale, in cui non ci sono tempi fissi e la vita stessa viene coinvolta. Il rapporto con l’autore è una relazione strana perché crea una forte intimità e complicità con persone estranee. Non esiste mai un editing uguale all’altro perché a variare sono le inclinazioni, il carattere, l’indole dell’autore.
Per questo il lavoro editoriale ha una forte valenza psicologica e non può essere fatto con riserva. Occuparsi di un testo è, prima di tutto, costruzione di un legame empatico con colui o colei che quel testo ha scritto.

Cosa succede se di fronte a un intervento sul testo autore e editor la pensano diversamente?
L’ultima parola è sempre dell’autore, ma se si arriva a una difformità di vedute nette, o a una contrapposizione, è stato commesso un errore nella costruzione del patto di fiducia con l’autore. L’editor suggerisce e ispira, non deve mai asserire né contrapporsi.

 

Maurizio Dardano (Stili provvisori. La lingua nella narrativa italiana d’oggi, Roma, Carocci, 2010, pp. 30-31): ha detto Perseguire a ogni costo l’efficacia comunicativa trascurando la correttezza linguistica. Questo è l’obiettivo di alcuni scrittori di oggi. Non va dimenticato che tale espressività spesso riduce o addirittura annulla la facoltà conoscitiva che dovrebbe essere propria del narrare.

Qual è la sua opinione riguardo a questo?
È un discorso articolato e complesso. Rispondo da addetta al lavoro editoriale e non da linguista: penso che ogni scrittore abbia le proprie peculiarità di stile e forma, che hanno origine da fattori diversi (come per esempio il periodo storico, il bagaglio di testi letti, le tendenze letterarie, la provenienza geografica). Un tempo la lingua scritta e il linguaggio parlato avevano due collocazioni chiare e distinte; oggi l’influsso del parlato e la ricerca di un’espressività riconoscibile prevalgono rispetto a un lavoro di ricerca formale classica e un attenersi ai modelli come un tempo. Credo che per un editor sia più interessante avere la possibilità di lavorare su testi tanto diversi anche per stile e forma: l’obiettivo, dal mio punto di vista, dovrebbe essere quello di non trascurare mai la correttezza linguistica, allo stesso tempo valorizzando le peculiarità e l’espressività di ogni autore. Non sempre la normalizzazione della lingua è la strada giusta.

Immagino che la mole di inediti ricevuti da una casa editrice come Rizzoli sia pressoché fuori controllo e che i tempi per una scrematura preliminare siano frenetici: ci sono degli elementi che prende in considerazione per decidere di andare avanti nella lettura per poi, eventualmente, prendere in carico un testo e lavorarci su? E, al contrario, quali sono gli errori più evidenti che le consentono di scartare un inedito con sufficiente sicurezza?
Sì, la mole è indiscutibile ed è difficile prendere in considerazione tutto quello che arriva in casa editrice ogni giorno. Ma già una chiara presentazione aiuta l’editor a considerare la proposta.
Uno degli errori più evidenti è non avere chiaro che progetto si sta portando avanti. Il mio consiglio per iniziare a capire se la trama è efficace è provare a raccontarla in poche parole: il famigerato pitch. Questo è un esercizio che aiuta a renderci conto se abbiamo le idee chiare e se riusciamo a trasmetterle agli altri. Lo si può provare a fare con un amico, un famigliare, un addetto ai lavori quando se ne ha l’occasione.
Un altro degli errori frequenti, soprattutto tra gli esordienti, sono le trame piatte, asciutte, per niente magnetiche. E anche la scrittura trasandata e la scorrettezza linguistica. Avere bene in mente lo svolgimento della storia (la fabula) è fondamentale ed è fondamentale che la scrittura sia curata e al servizio della storia e dello sviluppo dell’azione drammatica.
Altri elementi importanti sono l’intreccio coerente e armonico, il ritmo, e la configurazione di personaggi a tutto tondo.
L’insieme di tutti questi elementi mi spinge a prendere in carico un testo e lavorarci su. Poi c’è una regola: non esiste un plot ideale, esiste un plot in relazione al romanzo che si scrive.

Come ci consiglia di presentare un inedito a una media o grande casa editrice?
Prima di presentare un inedito il mio consiglio è di informarsi e conoscere il catalogo degli editori, per stabilire se la proposta può rientrare in una certa linea editoriale.
Poi sicuramente sono indispensabili una breve biografia dell’autore e una sinossi chiara e sintetica, in modo da permettere a chi riceve la mail o il dattiloscritto di capire da subito di che progetto si tratta.

Anche durante questo GSSP (il Fare un romanzo iniziato a settembre), gli Scrittori Pigri hanno potuto intervistare tre professionisti del mondo dell’editoria.
È un’occasione che cerco sempre di offrirgli, e di solito scelgo una scrittrice o uno scrittore e due tra editor, editori, agenti letterari, persone sempre preziose e a cui sono immensamente grata per la disponibilità e la generosità con cui rispondono ogni volta.

Le interviste vengono fatte sul GSSP, sono riservate agli iscritti e le rendo leggibili solo sul forum del laboratorio in corso, ma a ogni giro ne pubblico una, con il permesso dell’intervistato.

Ecco per voi quella che gli Scrittori Pigri del GSSP Fare un romanzo hanno fatto in questi giorni a Emanuela Ersilia Abbadessa.

(e se siete tentati di iscrivervi al GSSP Scrittura e Narrazione che inizia a metà gennaio, ricordate che c’è lo sconto fino al 30 novembre)

Laureata in Lettere moderne con una tesi sul carteggio Zandonai-Maugeri, Emanuela Ersilia Abbadessa si è sempre occupata di musica a tutti i livelli, dall’organizzazione di eventi musicali, all’insegnamento.
Dal 2002 ha insegnato Storia della Musica alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Catania dove è rimasta fino al 2005 anno in cui si è trasferita a Savona dove attualmente vive e lavora.

In campo musicale è esperta delle tematiche belliniane; dal 1990 ha lavorato con la Fondazione Bellini di Catania e presso il  Museo Belliniano di Catania; ha studiato pianoforte e canto artistico come soprano lirico; ha scritto per quotidiani e periodici e ha collaborato con il  Teatro Massimo Vincenzo Bellini  di Catania; ha all’attivo circa settanta saggi di argomento musicologico.

Scrive per il quotidiano “La Repubblica” (edizione di Palermo), per “Il Secolo XIX”, per il web magazine “Midnight” e per il periodico “Notabilis”.

Con il suo romanzo di esordio Capo Scirocco (Rizzoli, 2013) ha vinto il Premio Rapallo-Carige 2013 per la Donna Scrittrice, il Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba R. Brignetti ed è stata finalista al Premio Alassio Centolibri – Un Autore per l’Europa e al Premio Letterario Città di Rieti.
Fiammetta (Rizzoli, 2016) è arrivato secondo al Premio Giuseppe Dessì e al Premio Subiaco Città del Libro.
È da lì che viene la luce (Piemme, 2019), liberamente ispirato al fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden, racconta la difficoltà nella definizione dell’identità sessuale.
Questo è il suo sito. – Qui la trovate su Facebook.

1.    Quanto influisce l’amore per la musica e la sua profonda conoscenza nella creazione di uno scritto? Le succede di scrivere avendo come sottofondo mentale una sorta di colonna sonora a dare la giusta enfasi e cornice alla scena che sta creando?

Influisce moltissimo, sia sul piano formale che su quello delle suggestioni. Formalmente, per esempio, costruii il mio primo romanzo, Capo Scirocco, come un melodramma ottocentesco, plasmando anche i personaggi sugli archetipi della grande opera italiana. L’opera fa comunque parte del mio immaginario, infatti tendo a creare un’eroina sul modello belliniano, una comprimaria, un protagonista che nell’opera corrisponderebbe al tenore e un “antagonista” che, in teatro, avrebbe il timbro del baritono. Quanto alle suggestioni, nei momenti di maggior pathos del romanzo, risuona dentro di me una musica e quella cerco di trasformare in parole, anche per questo inserisco spesso musica dentro le pagine: Wagner, Beethoven, Arie d’opera, canti popolari…

Quando scrivo però lo faccio in totale silenzio: la musica è un linguaggio e chi lo comprende non può in alcun modo gestirlo contemporaneamente a un altro. Voi riuscireste a scrivere un racconto mentre qualcuno vi recita a voce alta l’Amleto?

 

2.    Segue un metodo nella definizione dei personaggi? Come li crea? Quanto c’è di storicamente ricostruito e quanto è creatività della scrittrice?

Occupo molto tempo a definire ogni dettaglio del romanzo, quindi anche i personaggi. È un lavoro che faccio quasi tutto in mente, ogni tanto scrivo qualche appunto incomprensibile ad altri. Cerco di immaginare i personaggi nella loro quotidianità, ne spio i movimenti, i piccoli tic, le manie, penso al timbro della loro voce, al modo di camminare, di dormire, di mangiare, di vestirsi. Questo mi dà modo di “conoscerli” e quando mi siedo a scrivere, è come se parlassi di vecchi amici. La verità storica mi occorre soltanto come ispirazione e sulla base di quella immagino e creo una vicenda secondo ritmi e accadimenti che soltanto io decido. Anche usando come fonte di ispirazione personaggi realmente esistiti (è quello che ho sempre fatto fino a oggi), non cerco di ricalcare la loro biografia perché penso che questo sia compito del biografo, a noi narratori non resta altro mandato che raccontare storie.

 

3.    Quanto ritiene sia importante la documentazione su eventi o persone reali nello scrivere una storia?

Fondamentale, soprattutto la documentazione storica e sociale che impegna la maggior parte del mio tempo. Quanto a quella sui personaggi dipende dal ruolo che questi hanno nella vicenda. Faccio un esempio: il mio ultimo romanzo, È da lì che viene la luce, è ambientato nel Ventennio fascista e liberamente ispirato alla figura di un fotografo realmente esistito, Wilhelm von Glöden. Ora: mentre per il mio Ludwig (che adombra Wilhelm) non ho trasferito quasi nulla della sua vera vita nel romanzo se non alcuni tratti, nel caso di Mussolini o di Hitler, che vengono entrambi citati, non potevo inventare, ciò che li riguarda è vero e documentato, insomma aderente alla realtà storica.

 

4.    Vorrei sapere se, nel suo modo di scrivere, la prima stesura di un romanzo avviene sul flusso della creatività, avendo magari pochi punti chiari, oppure nasce dopo una sorta di progettazione della struttura della storia (trama, personaggi, conflitto, ecc.) e, in quest’ultimo caso, qual è il suo metodo e se ne ha sperimentati più di uno per scrivere. E, approssimativamente, quanto tempo dedica alla prima stesura?

La mia prima stesura è molto vicina alla stesura definitiva: quando scrivo ho già tutto chiarissimo in mente, ho centinaia di appunti sui fatti che dovrò inserire e una linea temporale precisa alla follia, un piano della struttura del romanzo definito fin nella scansione dei capitoli. Quindi, il tempo che dedico alla prima stesura è il tempo materiale che mi occorre per digitare le parole, come se la mia mente le dettasse senza soluzione di continuità. Scrivo circa 2000 parole al giorno in quella fase e, quando la lucidità mi accompagna, anche 3000. Se ho altri impegni non ne scrivo comunque meno di 1000. Certo, in seconda battuta magari aggiungo qualche paragrafo, sistemo qualcosa ma il romanzo ha già una definizione completa in ogni parte.

 

5.    Mi chiedo se nel processo creativo, a un certo punto, intervenga un momento in cui letteralmente “ci si stufa”. Mi spiego: mi domando se, una volta che nella mente si sono chiariti tutti i meccanismi della storia e dell’evoluzione dei personaggi, non essendoci più niente da scoprire, la voglia di scrivere venga meno, e se sì, come si supera quel momento.

A me non è mai successo anche perché quando scrivo vivo le emozioni dei personaggi, quindi anche se so cosa affronteranno aspetto di provarlo insieme a loro. Penso poi che se ci si annoierà scrivendo, è probabile che annoieremo anche il lettore. La scrittura per me non è una scoperta di ciò che succederà perché quello lo faccio prima, quando costruisco la storia, è una conferma di cosa deve accadere e mentre questo avviene, io provo in prima persona ogni gioia e ogni dolore di cui sto scrivendo.

 

6.    Quali “regole” si è imposta per riuscire a completare il suo primo romanzo, magari dovendo gestire in parallelo altri lavori o attività?

Una sola: disciplina. Quando scrivo ho la disciplina di un marine. Faccio un planning, mi do delle scadenze e quelle rispetto, senza se e senza ma. Divido la giornata in fasce orarie e so che da una certa ora a un’altra scriverò o farò la spesa o leggerò, o andrò a fare una lezione, o butterò giù un articolo per il giornale. Pianifico, insomma. E riesco anche ad andare al cinema almeno due volte alla settimana!

 

7.    Quali sono state le sue maggiori difficoltà nello scrivere e cosa ha modificato dall’esordio a ora, e perché?

A me scrivere risulta abbastanza semplice, le difficoltà sono più che altro interiori: ho scritto pagine che mi hanno dilaniata. Poi c’è l’eccitazione dello scrivere: mentre sono dentro un romanzo ho l’adrenalina in circolo e non riesco a pensare ad altro, dormo poco e mentre dormo penso ai miei personaggi.

Dall’esordio a oggi penso che la mia scrittura sia cresciuta così come sono cresciuta io, è naturale. Forse ho sfrondato un po’, sono più consapevole degli errori, ma nell’approccio alla fase creativa non è cambiato nulla di fondamentale. Continuo a scrivere bevendo caffellatte.

 

8.    Quanto c’è di personale nei suoi scritti e quanto è frutto della sola creatività?

Tutto quello che scriviamo ci riguarda e tutto è autobiografico. Si può però raccontare se stessi e la propria vita e questo è il tipo di autobiografismo diaristico per il quale io non provo alcun interesse; si possono poi prendere brandelli di sé, disseminarli nei romanzi e in qualche modo universalizzarli perché nel momento in cui li associamo a un personaggio che non siamo noi, possiamo guardarli da un’altra prospettiva. Questo è quello che a volte mi capita di fare. Rita dice una mia frase, Fiammetta pensa della Bellezza ciò che penso io, Mimì considera le donne come le considero io, Ludwig crede nella libertà come ci credo io, Elena si sistema il vestito come faccio io…

 

9.    Il suo ultimo romanzo è ispirato a una persona realmente esistita; mi chiedo se è nata prima l’idea narrativa, alla quale ha poi cercato e trovato un modello ispiratore, oppure la storia è nata dopo aver conosciuto la figura di Glöden. Parimenti per gli altri romanzi, a cui ha dato ambientazione storica: la cornice temporale è essa stessa fonte di ispirazione di una storia o, al contrario, viene sviluppata attorno a un nucleo narrativo di base slegato dall’ambientazione?

Nel caso dell’ultimo romanzo, conoscevo già da bambina la storia del barone e, negli anni, mi si era ripresentata alla mente varie volte. La scelta di spostarla leggermente avanti nel tempo e collocarla nel cuore del Ventennio fascista è nata dal fatto che desideravo rendere più evidente un contrasto: la possibilità di vivere una libertà personale intimissima come quella legata all’orientamento e/o all’identità sessuale in un momento storico in cui le libertà personali erano molto limitate e il modello maschile di riferimento era estremamente muscolare e testosteronico, ovvero l’esatto contrario di quello rappresentato da Ludwig. Sia per questo romanzo che per i due precedenti, le vicende potevano essere ambientate in qualsiasi periodo storico (anche quello attuale) ma, premendomi sempre il contrasto tra il singolo e la società, ho deciso una collocazione consona a rendere più stridente il rapporto.

In Capo Scirocco racconto l’amore proibito tra una vedova trentottenne e un giovane poco più che adolescente, se oggi la cosa costituirebbe un piccolo scandalo, alla fine dell’Ottocento rappresentava un evento scandaloso in maniera preoccupante, qualcosa di cui tutti avrebbero parlato e che tutti avrebbero condannato, da qui la scelta temporale. Così come in Fiammetta: un matrimonio in cui si consuma una violenza sulla donna perché “troppo libera” è, purtroppo, cosa assai attuale ma la libertà di pensiero e di azione della donna, collocata in un periodo in cui alle donne non era consentito nemmeno di votare, ha una forza maggiore, a mio parere.

 

10. Qual è il suo rapporto con l’editing? Si è modificato nel tempo? Com’è stata la prima volta e come è oggi? Come ha inciso/incide sulla sua scrittura?

Per quanto riguarda i miei tre romanzi ho sempre avuto un ottimo rapporto con i miei editor, ho sempre accolto con favore le loro osservazioni e, anzi, dal reciproco scambio credo siano venute fuori riflessioni importanti. I miei testi non hanno mai subito editing imponenti, quindi direi che ha inciso nel senso del miglioramento. Amo che una lettura esterna competente mi indirizzi verso il risultato sperato e, negli anni ho imparato ad asciugare i testi, ho fatto più attenzione ad alcuni “vezzi” della mia scrittura (come ad esempio la maniacalità nel descrivere sequenze di gesti minimi). Il più delle volte, in fase di editing mi sono anche divertita molto, come quella volta che mi fecero notare che ripetevo sempre il fatto che i miei personaggi respirassero! Cosa ovvia, direte voi, ma per me asmatica cronica, il respiro non è affatto scontato e così avevo finito col trasferire nella pagina questa mia preoccupazione per la mancanza d’aria, sottolineando sempre che Tizio o Caio prima o dopo aver fatto qualcosa… respiravano.

 

Davvero è da metà aprile che non vi aggiorno? Oh poveretta me, e adesso come la recupero?

Sono stati due mesi e mezzo intensi, in effetti, e avrei anche avuto parecchio da raccontarvi ma per intensi intendo dire che ho vissuto in un frullatore perennemente acceso e da un frullatore perennemente acceso capite anche voi che è complicato fermarsi per aggiornare il blog.

Ma andiamo per ordine.

Il 21 aprile è finito il GSSP Scrittura e Narrazione 2019
(per noi affettuosamente detto il S&N19)
Sono stati: 3 mesi di laboratorio; 12 esercitazioni settimanali; 7 stanze di forum; oltre 12.500 commenti; 3 scrittrici e 1 traduttore e editor intervistati; 49 il massimo punteggio raggiungibile che nessuno ha raggiunto; 4 il punteggio più basso raggiunto; 5 i Super Scrittori Pigri che hanno superato i 48 punti; 50 Scrittori Pigri iscritti; 32 hanno fatto tutte le esercitazioni (record assoluto di tutti i GSSP!); 12 discussioni aperte nel corridoio e oltre 2000 commenti lasciati tra una e l’altra (in particolare: 567 Cose belle, 476 Cose brutte e 519 cazzeggi nei bagni in fondo al corridoio).
Per questa ottava edizione il gruppo era formato da 33 donne e 17 uomini.
14 sono le regioni italiane dove vivono: Lombardia (10), Piemonte (8), Liguria (8), Toscana (4), Emilia Romagna (5), Veneto (4), Lazio (3), Trentino (2), Campania (1), Calabria (1), Sicilia (1), Marche (1), Umbria (1), Sardegna (1).
16 erano gli Scrittori Pigri veterani e 10 di loro avevano già fatto (almeno) un GSSP Scrittura e Narrazione, tra i 23 e i 64 anni le loro età anagrafiche, 41 anni l’età media, 2 sono state le docenti che hanno avuto: me e Alice Basso.

Una settimana dopo, io e Francesca de Lena abbiamo iniziato la SPA, che no, non è quella roba rilassante con bagno turco e idromassaggio, è al contrario una tostissima masterclass per scrittori e editor che finirà i primi di ottobre e che ha unito 6 scrittori con un loro romanzo inedito e 6 editor pronti a lavorare con loro per metterglielo a posto. SPA sta per Scrittori Pigri in Apnea, perché siamo partite dai nostri reciproci laboratori per i candidati migliori ma abbiamo comunque lasciato la porta aperta anche ad altri (e in effetti è stata felicemente varcata)

Nel frattempo ho tenuto, nella scuola media Iqbal Masih a Milano, per tre venerdì, LEXBULLI, un laboratorio di scrittura organizzato da FarexBene e da Feltrinelli nell’ambito del progetto “Cultura della legalità e azioni anti discriminazione” promosso dalla Direzione Politiche Sociali Area Territorialità del Comune di Milano.

E abbiamo finito aprile.
A quel punto, tra una presentazione e l’altra (Alba, Trento, Rivoli) e un convegno sulla scrittura a Milano, ho lasciato a casa il cappello da scrittrice e mi sono messa quello da Coordinatrice ufficio stampa e comunicazione per l’Andersen Premio&Festival 2019 di Sestri Levante e, ragazzi, è stata un’altra avventura strepitosa.
Ne sono uscita a coriandoli per la stanchezza fisica – grazie, magnesio, grazie – ma in formato gigante per la soddisfazione di aver fatto parte di un progetto così bello (e poi io amo lavorare in squadra, e lì c’era una squadra fantastica. Ps: mi mancate, ragazzi!).

Subito dopo – sempre con la SPA in corso e qualche presentazione di Vittoria in programma – sono andata a Terranuova Bracciolini a presentare Riccardo Gazzaniga e il suo “Abbiamo toccato le stelle” (Rizzoli Ragazzi), a Genova a presentare Ettore Zanca e il suo “Santa Muerte” (Ianieri editore) e a Sestri Levante-Riva Trigoso a presentare Alice Basso e il suo “Un caso speciale per la ghostwriter” (Garzanti).

Mica è finita qui.
Durante il primo – stupendo – Ritiro Pigro fatto i primi di aprile al Canto del Maggio, è nato un progetto di cui non vedo l’ora di parlarvi e a cui stiamo lavorando in 28: se tutto va bene, sta per nascere il primo Romanzo Pigro, scritto da 26 Scrittori Pigri e da me e Alice Basso.
Questa è un’impresa talmente folle, assurda e bella che – per adesso – non vi dico di più.

Infine, di nascosto, lavoravo e sto lavorando a un altro progetto che mi sta particolarmente a cuore e che sta prendendo vita grazie alla squadra di superamici che ho e che sono accorsi come i topini di Cenerentola a fare un abito bellissimo per il mio primo libro, uscito dieci anni fa: C’era una svolta. Sì, il donatore d’organi di Qualcosa di vero. Sì, quello dove io racconto le fiabe vere come Giulia le racconta a Rebecca. Quello. E qui di fiabe vere ce ne sono molte di più (ovviamente: è una raccolta di fiabe!).
E siccome, si sa, io preferisco i topini alle fatine, e il vestito che hanno cucito loro è di una bellezza stratosferica, vi assicuro che sarà qualcosa di spettacolare, con nuove illustrazioni, diversi illustratori e una guest star, cinque fiabe in più e altre sorprese.
Perché a noi piace festeggiare i decennali con amore, stile ed elegantissimi incantesimi.
Questo libro sarà qualcosa di più di un libro. Sarà anche qualcosa di più del mio primo libro. Sarà un tale concentrato d’amore – quello profondo degli amici – che (sono certa, certissima) avrà intensi poteri magici.
Ma di questo vi parlerò ancora, e presto.

Adesso segnatevi in agenda che:
– Mercoledì 10 luglio sarò a Savona, alla Cena Letteraria organizzata dalla Compagnia dei lettori al ristorante Lido dei Pini. Con me ci saranno anche Emanuela Abbadessa, Cristina Rava e Luca Ammirati.
– Venerdì 26 luglio sarò ad Albisola Superiore con Vittoria, alle 21.00 in piazza del Talian, per una presentazione organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Albisola Superiore. Insieme a me, Giorgio Giglioli di RaiTre Liguria.
– E sono aperte le iscrizioni al prossimo GSSP, quello sulla costruzione di un romanzo, il vostro. Si comincia il 16 settembre e se vi iscrivete entro luglio pagate la tariffa ridotta.

Quest’anno, sul GSSP Scrittura e narrazione, gli Scrittori Pigri hanno intervistato, in ordine di intervista: Cristina Rava (scrittrice), Antonietta Pastore (scrittrice e traduttrice dal giapponese) e Luca Briasco (editor, traduttore e agente letterario).
Non pubblico mai tutte le interviste che vengono fatte sul GSSP – appartengono al GSSP – ma questa volta faccio un’eccezione e ne pubblico due su tre.
Quella a Luca Briasco (un’altra intervista interessantissima che per adesso ho letto solo io e che venerdì pubblicherò sul forum degli Scrittori Pigri) la tengo riservata a loro.

Voi, dopo aver letto quella fatta a Cristina Rava, godetevi questa ad Antonietta Pastore.

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In ogni GSSP presento agli Scrittori Pigri tre figure professionali del mondo dell’editoria – scrittori, editor, agenti letterari, traduttori – e gli offro la possibilità di intervistarli.

Negli scorsi anni hanno intervistato Ester Armanino, Gianluca Morozzi, Sara Rattaro, Riccardo Gazzaniga, Giuseppe Culicchia, Pietro Grosso, Marilena Rossi (editor Mondadori), Elisa Tonani (linguista, per la punteggiatura), Silvia Meucci, Ricciarda Barbieri (editor Feltrinelli), Chiara Beretta Mazzotta, Alice Basso, Chiara Gamberale, Paola Cereda, Alba Bariffi (editor), Luisa Rovetta (Grandi Associati), Bruno Morchio, Francesca de Lena (editor e scout letteraria), Mauro Morellini (editore), Nadia Terranova, Giovanna Salvia (redattrice Feltrinelli), Alessandro Gelso (direttore editoriale di Rizzoli Ragazzi).

Una delle persone intervistate quest’anno è Cristina Rava, di cui è uscito da pochi mesi il romanzo Di punto in bianco per Rizzoli (collana NeroRizzoli).

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“Ma la fai sempre la gara per vincere il GSSP” mi chiedono ogni volta e io mi rendo conto di aver creato un appuntamento fisso che le persone aspettano, chi per il gusto di partecipare, chi per leggere, chi perché vorrebbe tanto fare il GSSP ma non riesce a metterlo nel proprio budget.
E così, gli incipit gareggiano per vincere Fare un romanzo, il laboratorio di settembre, e i racconti gareggiano per Scrittura e narrazione, il laboratorio di gennaio.

Ogni anno penso a qualcosa di diverso, ma alla fine si fa la gara e per un mese è tutta una tarantola.
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Mancano due settimane alla fine del GSSP sul romanzo e gli Scrittori Pigri hanno ricevuto in questi giorni le note di editing che io e Alice Basso abbiamo fatto ai loro primi capitoli.

E hanno scoperto cosa significa far leggere il proprio testo a qualcuno che, professionalmente, te lo smonta e ti mostra cosa non funziona.

I problemi principali sono stati: Leggi il resto →

Ho iniziato nel 2014, sono già passate sei edizioni, questa è la settima.
Fa un certo effetto.
Quando è nato il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri ero spaventata: trentacinque persone che per la maggior parte non conoscevo e che vivevano sparse ovunque, mi avevano dato fiducia ed erano pronte a passare mesi con me in un forum online per esercitarsi sulla scrittura narrativa.
Pazze loro, pazza io.

Ho ricreato uno spazio a me familiare, quello delle community di blogger di prima generazione, quando si usavano i nickname e si era liberi, ci si confrontava, ci si metteva in gioco, ci si divertiva, si raccontava.
Un forum, persone con un soprannome (meglio se buffo) e un avatar, un laboratorio di scrittura narrativa, tre mesi insieme.
Questi sono gli Scrittori Pigri.

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