• E poi gli umani erano particolarmente goffi quando si incontravano.
    Sarebbe stato tanto più semplice sfiorarsi col naso e annusarsi il sedere, ma no, loro restavano impalati, balbettavano, si guardavano negli occhi inebetiti, sorridevano timidi e dimenticavano ogni regola basilare del loro stravagante codice di comportamento.

    Chanel non fa scarpette di cristallo

Ho iniziato nel 2014, sono già passate sei edizioni, questa è la settima.
Fa un certo effetto.
Quando è nato il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri ero spaventata: trentacinque persone che per la maggior parte non conoscevo e che vivevano sparse ovunque, mi avevano dato fiducia ed erano pronte a passare mesi con me in un forum online per esercitarsi sulla scrittura narrativa.
Pazze loro, pazza io.

Ho ricreato uno spazio a me familiare, quello delle community di blogger di prima generazione, quando si usavano i nickname e si era liberi, ci si confrontava, ci si metteva in gioco, ci si divertiva, si raccontava.
Un forum, persone con un soprannome (meglio se buffo) e un avatar, un laboratorio di scrittura narrativa, tre mesi insieme.
Questi sono gli Scrittori Pigri.

E lo rimangono anche dopo. Si resta uniti, in contatto, con me, tra loro, ci si ritrova alle presentazioni, si organizzano pranzi in giro per l’Italia, ci si sente sui gruppi Whatsapp o nel gruppo su Facebook.
Quando si sta insieme per mesi e ci si scopre come succede quando si fa leggere qualcosa di proprio – ancora grezzo, ancora impuro, senza corazza – si crea un legame forte. Quando ci si scopre a volersi divertire insieme nonostante la stanchezza o le vite là fuori non sembrino d’accordo, anche.
Ho visto nascere grandi e tante amicizie. Vere, durature, presenti.
Sono entrate nella mia vita persone che me l’hanno migliorata, per le quali tifo tantissimo, che tifano tantissimo per me. Che sono presenti, sempre, coi loro modi discreti ma costanti.

Ma oltre a questo, il GSSP è un laboratorio di scrittura. Vero, tosto, impegnativo.
E oggi è il primo giorno della settimana edizione, oggi si comincia a lavorare sui loro romanzi, perché quello di settembre è il GSSP Fare un romanzo.

Anche questa edizione è al completo: 50 Scrittori Pigri, 33 donne, 17 uomini.
12 sono le regioni italiane dove vivono: Liguria (11), Piemonte (11), Lombardia (6), Veneto (5), Toscana (3), Sardegna (2), Lazio (2), Emilia Romagna (2), Puglia (2), Calabria (1), Trentino (1), Friuli Venezia Giulia (1)
E siccome siamo internazionali abbiamo anche qualcuno dall’Inghilterra (1) e dal Belgio (1).

3 sono in prova perché hanno vinto la prima settimana gratuita, decideranno in questi giorni se restare con noi.
18 sono gli Scrittori Pigri veterani.

Tra i 24 e i 76 anni43,5 anni l’età media.
3 saranno i mesi in cui staremo insieme.
8 saranno le esercitazioni settimanali che faranno
4 le analisi dei testi (bisettimanali)
3 le interviste che faranno a professionisti dell’editoria: un direttore editoriale, una redattrice, una scrittrice.
1 sarà il capitolo del romanzo che scriveranno: il primo.
2 saranno le docenti che avranno: me e Alice Basso (scrittrice Garzanti, editor e valutatrice per altri editori).

È da una settimana che si aggirano nel forum, aprono i loro diari di bordo, fanno amicizia, si scambiano consigli su libri, film, serie tv, musica e anche qualunque cosa vi venga in mente, si aiutano a vicenda per capire i meccanismi del forum, si incontrano dai bagni virtuali in fondo al corridoio virtuale e fanno le chiacchiere tipiche da bagno durante la ricreazione.

Oggi comincia il laboratorio e io sono entusiasta.
Vi saluto, vado nel GSSP.

In ogni GSSP (Gruppo di Supporto Scrittori Pigri), offro agli Scrittori Pigri l’occasione di intervistare tre professionisti del mondo dell’editoria.
Di solito cerco di scegliere tre figure diverse tra loro e in questo GSSP sono stati – li ringrazio ancora per il tempo e la generosità – Bruno Morchio (scrittore), Mauro Morellini (editore) e Francesca de Lena (editor e agente letteraria). Grazie di cuore anche a Sara Rattaro e Riccardo Gazzaniga che, amici dei Pigri, hanno rifatto una graditissima puntatina sul forum.

Francesca de Lena è una editor indipendente ed è fondatrice e direttrice del sito I libri degli altri, punto di riferimento per il mestiere di leggere e scrivere.
È anche agente letteraria della United Stories e legge inediti per The Italian Literary Agency.
Infine conduce APNEA laboratorio annuale di editing, in cui insegna come si riconoscono le buone storie, come si manipolano tutti gli elementi di una narrazione e come la si rende migliore.

 

Con il suo permesso, pubblico anche per voi l’intervista che le hanno fatto i Pigri. Io la trovo preziosa, soprattutto per chi ha il desiderio di pubblicare.

Come si riconosce una buona storia? Come si decide di investire su di essa e sul suo autore?
Questa domanda cade a pennello nel momento in cui sto programmando il mio prossimo workshop: “Come leggere un romanzo”. Una buona storia la si riconosce da una serie di fattori che molto spesso sono evidenti già dalle prime pagine, se non dalle prime righe: la voce dell’autore, la tensione, la capacità di gestire i personaggi, la voce narrante e i tempi verbali così da assorbire il lettore nello spazio/tempo della storia in maniera immediata e progressiva, e la riconoscibilità del nucleo narrativo, del “conflitto principe”. Se trovi tutti questi elementi non hai ancora una storia, perché per comporla c’è bisogno di una forma: una scelta narrativa che passa per la selezione di sguardo, per la struttura, per il linguaggio e per le scelte stilistiche e sintattiche. È un equilibrio di pesi e misure che impari a riconoscere per quella forma di esperienza che diventa intuito: le storie sono tutte diverse e le scritture anche, regole ferree non ce ne sono. Ma ogni buona storia è prima di tutto una “promessa di storia”: basta trovare quella promessa per decidere di investirci. Vuol dire che c’è lo spazio per la revisione, per i ripensamenti, anche per gli stravolgimenti, ma la storia è nata e sarebbe impossibile non vederla. 

Mediamente, quante cartelle ti ci vogliono per cominciare a pensare che una storia “ci sia” oppure no? E per capire se un autore ha una voce?
Per capire che una storia non c’è ci vogliono mediamente 20 righe (il che vuol dire che ce ne possono volere anche 3). Per capire che c’è, invece, ci vuole più tempo, perché non sempre l’autore ha la dimestichezza e la qualità di scrittura per far emergere il proprio lavoro a un primo sguardo. O, al contrario, perché un buon inizio può illudere in un seguito che invece non arriverà. Se però hai pazienza e intuisci che più avanti le cose cominceranno a mostrarsi, a sbrogliarsi, se ti par di riconoscere una “promessa”, puoi scegliere di proseguire e spesso vieni ripagato. In ogni caso dalle prime 20 o massimo 30 cartelle (ma devi essere molto confuso per arrivare a 30) sai già se quella storia c’è, almeno in prima versione, e se c’è una voce a raccontarla.

E cosa si intende con “la voce” dell’autore? Come la si riconosce?
La voce dell’autore è la sua visione del mondo. A volte oso dire il suo gesto politico, il suo posizionamento. Avere una storia da raccontare non basta, c’è bisogno di educare e far diventare adulta la propria scrittura: diventare adulti significa prendere delle scelte che avranno delle conseguenze: in narrativa questo vuol dire scegliere cosa mostrare e cosa no, e conoscere il perché della scelta. Scegliere una struttura piuttosto che un’altra, e conoscere il perché della scelta. Scegliere la forma da dare al proprio oggetto narrativo: l’intero romanzo, il capitolo, la singola scena, l’aggancio tra un momento e l’altro, la frase, la parola, la punteggiatura. E sapere il perché. Un autore con una voce riconoscibile ha un’idea di controllo cui tende per tutto il tempo della scrittura e un tono che allo stesso tempo fa emergere e maschera quell’idea di controllo. La riconosci come riconosci quello che vuole dirti tuo marito, tua madre, tuo figlio nel momento in cui apre bocca proprio in quel modo che conosci così bene e hai sentito tante volte; eppure, ti sorprende. Se una voce trova l’equilibrio tra il farsi riconoscere e il non essere prevedibile, vuol dire che ha una visione del mondo che io lettore riesco a distinguere ma che non saprei incasellare: è una voce di cui si può avere bisogno.

Di un autore nuovo, conta più la sua voce, il modo di scrivere, lo stile, oppure il contenuto del testo che propone?
La voce senz’altro. Lo stile senza visione è un gioco linguistico vuoto, il contenuto senza il taglio è un gioco narrativo da bambini (Cosa succederebbe se?). Entrambi esercizi leciti e anzi utili a far crescere la propria scrittura, ma non prove d’autore.

Manoscritti inediti: in percentuale, tra quelli che ricevete, quanti sono da mandare direttamente al macero, quanti non sono economicamente sostenibili (per mille motivi) e quanti potrebbero avere un’opportunità di pubblicazione?
Io ricevo manoscritti in vesti differenti: come lettrice freelance, come editor e come agente letteraria. Ovviamente quelli improponibili sono la maggior parte, ma io sono convinta che ogni storia possa diventare una storia migliore di quella che è. Sia chiaro che questo non significa che tutte abbiano la dignità di essere pubblicate, assolutamente no. Sorprenderà però sapere che mi capita spesso di voler investire su chi, tra insicurezze e mille convenevoli (l’ambiente editoriale tende a ridicolizzare l’ambizione alla scrittura: una pratica che io non sopporto e da cui cerco di tenermi alla larga), invia spontaneamente il manoscritto per una valutazione. Mi deludono di più i romanzi di autori già pubblicati, per i quali non può valere la fiducia per “la promessa”, il “vediamo dove può arrivare” e che si accontentano spesso di scrivere un plot che “tiene” con una scrittura “costante” e nulla più. In generale credo che le opportunità di pubblicazione non siano poche, ma certo bisogna avere consapevolezza di cosa si sta parlando: storie estremamente compiute e scritte molto bene. Al di sotto di questa soglia, non c’è giustamente spazio.

Come si rende una storia migliore? Quali sono gli elementi fondamentali da considerare?
Si prova a tirare fuori l’inespresso. O al contrario a tenere le redini del “tutto” per dare una forma al caos. La narrazione questo fa: ordina. Che l’ordine costruito sia individuale o corale, sia familiare o storico, comprenda secoli di cambiamenti o un’unica, incisiva svolta, non conta. L’importante è regolare un tempo e uno spazio che siano certi e determinati, un intreccio di relazioni che sia necessario alle dinamiche che s’intendono mettere in campo, un destino (che in termini narrativi altro non è che un obiettivo) da raggiungere. Spesso per rendere una storia migliore bisogna spingere sul nucleo: tutte le domande da porsi (come iniziare, come finire, quale scena inserire, quale personaggio eliminare, ecc) vengono dalla messa a fuoco di questo nocciolo qui: cosa voglio raccontare? Quando si è ottenuta la risposta, e solo quando la si è ottenuta, ci si può porre la domanda più importante: come? Il come è spesso una questione di spinte (da che parte, quanto in profondità, con quale forza, verso cosa, contro cosa, ecc) ed è ciò che fa il romanzo.

Qual è il canale che tu consiglieresti a un esordiente per accedere al fantastico mondo dell’editoria? Agenzie letterarie? Piccoli editori? Concorsi?
Qualsiasi canale in grado di rappresentare un percorso. Non si arriva alla pubblicazione così: ho scritto un libro, to’. Frequentare corsi di scrittura creativa, partecipare a concorsi, premi, festival, inviare a riviste, blog, piccoli editori, significa prima di tutto farsi leggere: non puoi dire di saper scrivere finché non lo dice qualcun altro al posto tuo. E che questo qualcun altro possibilmente non sia la fidanzata o il miglior amico. Frequentare certi circuiti, partecipare a presentazioni, corsi, eventi di cui fanno parte scrittori e addetti dell’editoria non significa “entrare nei salotti” o sciocchezze simili: significa avere a che fare con chi maneggia la scrittura con più esperienza di te, con più consapevolezza di te, ed è quindi più capace di te a riconoscerne la qualità e i difetti. Allora forse può aiutarti. La scrittura, come ogni attività umana, si modifica e si qualifica grazie all’esercizio costante, allo studio, alla condivisione e al confronto. Attenzione però al “pretendere” un aiuto. Le figure professionali servono a questo: da insegnanti, editor e agenti puoi pretendere di essere seguito perché si discute in termini di lavoro. Anche questo è bene ricordarselo. Nessuno deve niente a nessuno: l’arte non la si fa per gli altri dunque aspettarsi un volontariato di ritorno non ha senso.

Qual è il miglior modo per presentarsi a un agente letterario o a un editore?
Non ci sono regole generali, anche perché non a tutti è possibile presentarsi. Ci sono case editrici che non accettano manoscritti in visione e ci sono agenzie alle quali si può arrivare solo tramite il servizio di lettura a pagamento (in quel caso si riceve una valutazione, quindi è normale e giusto pagare). L’agenzia United Stories che ho fondato con Luca Briasco e Colomba Rossi ha un canale di invio manoscritti aperto: il patto è che rispondiamo entro due mesi, ma solo se interessati. In occasioni come questa, in cui hai la possibilità di presentarti e il servizio non prevede un pagamento (e quindi un’etichetta specifica da seguire) secondo me può essere bene:

– parlare brevemente di sé e del proprio progetto nel corpo della mail
– allegare l’intero testo o in alternativa un estratto rappresentativo (non per forza l’inizio: una parte “forte”) di 30 pagine circa
– allegare una sinossi, oppure un plot o anche uno schema della struttura (se il testo è altamente letterario e difficile da ridurre in plot) in modo da dare una visione d’insieme.

Cosa non deve fare un esordiente con la sua opera prima?
In realtà io sono abbastanza allergica ai “non deve”, anche quando comprendono prevedibili risposte del tipo “non deve pubblicare con una casa editrice a pagamento” – che poi non è pubblicare ma farsi stampare. Io tendo a dire non dovrebbe. Sono una persona che ha fatto un percorso sia di vita che professionale abbastanza fuori dalle prassi quindi non credo negli anatemi, nelle catastrofi e nell’irreparabile: fare sciocchezze da esordiente è una cosa normalissima e che non chiuderà nessuna porta a prescindere. Fare sciocchezze può anzi rientrare nel proprio percorso di crescita della scrittura. Parliamo di quello che dovrebbe fare: guardarsi attorno, cercare via internet, via passaparola, letture, amicizie, informarsi, allenare anche in questo senso il proprio sguardo per scegliere. Gli servirà anche come autore.

Immagino che nel tuo lavoro di editor freelance ti capiti spesso di lavorare per la prima volta con autori che non hanno una grossa esperienza di revisione del testo. Quali sono le difficoltà che incontri con maggior frequenza, le resistenze più complicate da superare?
A volte le cose che si danno più per assodate sono le più difficili da mettere in atto. Il famigerato “show don’t tell” per esempio – anche lui abbastanza frainteso, al punto che certi manoscritti sono pieni di micro-azioni inutili e di personaggi che fanno-fanno-fanno e non fanno niente, e non si fermano mai a essere – viene confuso con la necessità di non creare introspezione, discussione, considerazione. Mentre bisognerebbe capire che anche il pensiero ha un movimento da seguire, da mettere in mostra, da dimostrare attraverso la rappresentazione di sé stesso e non la dichiarazione. Altre volte c’è l’estrema introspezione che diventa diario delle medie, l’accumulo di aneddoti, episodi, caricature, affreschi, la costruzione di personaggi singoli che si ritengono memorabili ma vengono lasciati a sé stessi, soli nella scena, senza lo scontro con gli altri personaggi, senza che siano spinti da motivazioni e anelino a raggiungere obiettivi. Succede che sia difficile far capire che se una cosa è da rifare vuol dire rifarla davvero, cancellare se è necessario e comunque ricominciare, perché la modifica delle singole frasi non porta da nessuna parte, non serve proprio a niente. Le storie non sono fatte di parole.

Quali sono gli errori più comuni commessi dai dilettanti?
Uno, genitore di tutti gli altri: credere che scrivere sia una mescolanza di quello che facevi fin dalle elementari + un hobby + un’impellenza – la famosa “urgenza”, la “necessità di dire”– che poi equivale allo sfogo. Scrivere narrativa non ha niente a che vedere con i temi e gli esercizi scolastici. Può sì cominciare come hobby, come prova, ma solo se poi diventa esercizio e studio: come con la musica, la pittura, la danza (quelli che vanno in discoteca sono danzatori?). E non può limitarsi a essere un tentativo di crescita personale, di psicanalisi, di salvezza: scrivere non ti salverà. Ma neanche ti dannerà, come agli scrittori romantici piace far credere.

Quando avrai finito di scrivere molto probabilmente sarai sempre te stesso, proprio uguale-uguale a prima, con le caratteristiche che rivendichi e quelle che detesti ancora appiccicate addosso, e dovrai andare a fare la spesa.

Stiamo arrivando al termine anche di questo laboratorio, tre mesi insieme nel nostro forum riservato, tre mesi di scrittura, analisi e confronto, oltre quaranta persone di età e città diverse che spero si portino via qualcosa di più di quello che cercavano.
Le interviste sono una di queste cose.

Ancora una volta il GSSP è stata un’esperienza magnifica.

Ero più agitata, sei edizioni fa. Anzi, diciamo pure che ero terrorizzata.
Stavo per accogliere una trentina di persone che avevano accettato di farsi chiamare Scrittori Pigri, di scegliersi ognuno un nickname e di seguire un laboratorio di scrittura in un forum con me.
Nessuno si sarebbe mai visto, tutti saremmo stati insieme per mesi.
Pazzi loro, pazza io.

Dopo quattro anni e cinque edizioni concluse del Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, Leggi il resto →

Il GSSP Fare un romanzo è stato: 3 mesi di laboratorio; 8 esercitazioni settimanali; 4 analisi di testi, 1 primo capitolo da scrivere; 7 stanze di forum; oltre 10.700 commenti; 1 scrittrice, 1 agente letteraria e 1 editor intervistate; 53 il massimo punteggio raggiungibile che è stato raggiunto da 3 Scrittori Pigri; 43 Scrittori Pigri iscritti; 41 hanno fatto l’esercitazione più consegnata (la prima), 25 quella meno consegnata (l’ultima) e 24 l’analisi dei testi meno consegnata (quella sulla trama); 17 hanno fatto tutto ma proprio tutto quello che era in programma; 33 sono stati i primi capitoli consegnati (e editati da me e Margherita Trotta).

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È da un po’ che non aggiorno il blog, ormai i social hanno preso il sopravvento e devo dire che mi dispiace, qui c’è un respiro più ampio e la sensazione di qualcosa che resta. Ma si sa, va così.
È da un po’ che non aggiorno il blog anche perché gli ultimi mesi sono stati impegnativi: il GSSP Fare un romanzo, l’ultima presentazione di Qualcosa di vero, il lavoro al mio nuovo romanzo (mancano pochi mesi, ormai, e lo troverete in libreria) e la gara di racconti per vincere il prossimo laboratorio degli Scrittori Pigri.
Quello di gennaio, sulle tecniche narrative.

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La gara di racconti è iniziata, da oggi e fino al 15 dicembre aspiranti Scrittori Pigri si sfideranno per vincere il prossimo laboratorio online di narrativa con me, il GSSP Scrittura e narrazione che inizierà il 22 gennaio 2018.

Qualcuno ha già inviato il proprio testo nei giorni scorsi, così da essere tra i primi pubblicati, ma c’è tempo fino al 14 dicembre per partecipare, e fino al giorno dopo per farsi votare dalla Giuria popolare.

Quest’anno c’è una grande novità: una terza iscrizione in palio.
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Il 18 settembre è arrivato, oggi comincia il GSSP Fare un romanzo.
È la quinta edizione del Gruppo di Supporto Scrittori Pigri e la seconda sul romanzo, tre mesi di laboratorio online insieme agli iscritti.

Ogni volta è un’emozione e c’è anche un po’ di agitazione: come saranno, riuscirò a dare loro ciò che si aspettano, me la renderanno facile o saranno suscettibili e indisciplinati, rispetteranno le regole o dovrò infilare lucertole nelle scarpe di chi si ostinerà a usare venti puntini di sospensione o troppi spazi a vanvera?

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Quando Giovanni del Bicicletterario mi ha chiesto se poteva farmi un’intervista non mi ha detto che aveva preparato venticinque domande, che neanche a un concorso pubblico.

Molte domande che non mi ha mai fatto nessuno tra l’altro, è stato divertente andare a fare carotaggi nei ricordi per rispondere.

Se siete curiosi come Giovanni, trovate tutta l’intervista qui.

E se amate pedalare e scrivere, partecipate al prossimo concorso letterario dedicato alla bicicletta, è un Premio pieno di entusiasmo.

 

Ci siamo. Il forum è pronto.
Oggi i nuovi Scrittori Pigri hanno cominciato a girare, curiosare, aprire, scrivere, sbirciare, commentare, presentarsi, conoscersi, scoprire. E lo possono fare anche dallo smartphone con una app.

“Ma come funziona il tuo laboratorio online di scrittura degli Scrittori Pigri? Mandi mail, fai video, ci si vede su Skype?” mi hanno chiesto alcune persone.

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99 incipit, 2000 battute, 73 autrici, 26 autori, 30 giorni di gara, 4755 voti e anche 27 giurati di qualità di cui 6 scrittori, 5 editor, 3 critici e 10 blogger letterari, 3 libraie, 3 preferenze per ogni giurato, 6 vincitori (più 2).

Tutto questo è stata la gara per vincere l’iscrizione gratuita al Gruppo di Supporto Scrittori Pigri.

Ecco i tre finalisti sanciti dai voti della Giuria Popolare, composta da tutti gli amici, i parenti, i conoscenti, ma anche i perfetti sconosciuti che -per caso, per affetto, per stima o per spintone- hanno distribuito i loro Mi piace: Leggi il resto →