• Il silenzio che seguì fu lo spazio perfetto per un bacio.
    Che non venne dato.

    Chanel non fa scarpette di cristallo

secolo-xix-natale-fiorioPer chi se lo fosse perso, ecco il mio ricordo di Natale pubblicato ieri su Il Secolo XIX.

Eravamo seduti sul muretto del giardino condominiale, sotto il nespolo. Io sei anni, lui cinque. Il Fabietto era il mio vicino di casa, all’epoca anche mio migliore amico, lo è stato per anni. Noi ci suonavamo alla porta di casa, una dirimpetto all’altra, e decidevamo se giocare da lui, da me o giù in giardino. A meno che qualche adulto non ci urlasse “Andate a giocare fuori!”. In tal caso, giardino.

Eravamo seduti sul muretto del giardino condominiale, dunque, gambette a penzoloni, bacche di pitosforo tra le mani per appiccicare i semini collosi alle foglie e farne dei disegni totalmente astratti ma molto vischiosi.
“Tu ci credi, a Babbo Natale?” mi chiese, aprendo una bacca con una pietruzza.
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CasaIo ho il mio vecchietto preferito. Non lo sa nessuno, nemmeno lui, ma da anni lo incrocio nella mia via e sono contenta perché, d’istinto, so che è simpatico. Lo so così, dallo sguardo, dal sorriso, perché ha la luce delle persone pulite.
Ce ne sono altri, di vecchietti che incrocio nella via, e non sembrano male neanche loro, ma lui è il mio preferito. Io, a lui, voglio un po’ di bene.

Lo vedo quando esce per andare giù verso le spiagge, o il supermercato, o l’edicola – non so esattamente dove vada, non è che lo abbia mai seguito, non esageriamo -, lo vedo quando rientra a casa e quando si ferma a chiacchierare con qualcuno.
Da anni. E per anni intendo almeno una quindicina.
Bene, l’anno scorso ho preso coraggio e da allora, ogni volta che lo incrocio, gli sorrido in segno di saluto. Quei sorrisi che vogliono dire Salve, noi ci conosciamo, siamo della stessa via, buona giornata! Quei sorrisi lì.
E lui ricambia.

Un mese fa, mentre stendevo sul balcone, da cui vedo il portone del suo palazzo, ho osato tantissimo: lui era lì, in piedi, e siccome ha per caso alzato lo sguardo verso di me, io non solo gli ho sorriso, ma ho anche fatto ciao con la mano e urlato “Salve!”.
E lui ha ricambiato.
Forse un giorno, mi sono detta, magari entro quest’anno, o entro la primavera prossima, mi fermerò addirittura a parlare con lui. Potrei, per esempio, dirgli “Buongiorno, come sta?”, anche se forse è un po’ troppo confidenziale.

Poi, una decina di giorni fa… (continua su Liguritutti)

FullSizeRender (5)Vivo da più di quarant’anni nel mio quartiere e ancora non so il nome delle cassiere del supermercato sotto casa, né quello della panettiera, figurarsi quelli dei dipendenti dell’ufficio postale. Eppure son tutte persone gradevolissime. Un sorriso, un pagamento, un buongiorno e via. Un equilibrio che si regge da decenni, senza mai barcollare.

Io, lo ammetto, ho alcuni problemi: sono miope, sono distratta, non sono fisionomista e ho la memoria di un pesce rosso. Anziano. Quando cammino per strada, penso a mille cose contemporaneamente, e potrei non riconoscere mia cugina. Quindi, se mi togliete una persona dal contesto abituale, mi rimane solo l’impressione di averla già vista da qualche parte, ma chissà dove. Anche se è stata una mia collega per dieci anni.

E poi sono timida. Chi mi conosce non ci crede, ma chi mi conosce bene, lo sa. Non parlo con nessuno perché ho paura di disturbare.

Ma l’estate scorsa è arrivata Freccia.

E siccome questo è un racconto che ho scritto per LiguriTutti, un progetto di Marco Preve e Ferruccio Sansa, potete continuare a leggerlo qui.

Barbara primo pianoPer la Giornata Internazionale della donna, vi regalo questo racconto pubblicato l’anno scorso su “Diverso sarò io”,  un’antologia di racconti sulla diversità curata da Pescepirata.

 

Il giorno dei ragazzi di strada
di Barbara Fiorio

Quel pomeriggio Bea era a casa di Dodo e di suo fratello Cicci insieme a tutti i bambini del palazzo.
Dodo e Cicci si erano trasferiti lì da poco, al posto di Filippo. Venivano da Milano, non facevano altro che ricordarlo. A sentir loro, tutto, a Milano, era meglio. Era meglio il posto dove vivevano, le cose che mangiavano, quelle che indossavano, i negozi di giocattoli, i pulmini della scuola, le strade e persino la focaccia. Secondo loro, persino la focaccia di Milano era meglio di quella di Genova. Loro erano più fighi dei genovesi – avevano detto proprio fighi, anche se era una parola che non si poteva dire –, e un giorno sarebbero tornati a Milano. Non prima di una decina d’anni, però, perché il loro papà era stato mandato lì a occuparsi di qualcosa di serio in una televisione.
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FullSizeRender (3)L’altro giorno, Il Secolo XIX mi ha chiesto un pezzo sull’obbligo di fedeltà coniugale che si è deciso di togliere dal Codice Civile.
Per chi non è ligure o per chi se l’è perso, a discreta richiesta, eccolo (con due-parole-due editate che nella fretta non ero riuscita a editare prima).

Ciao tesoro, come stanno i bambini? Sì, qui tutto bene, combattiamo. Senti, ho una cosa da dirti. Ah, be’, dipende da che punto di vista la guardi, può anche essere considerata una bella notizia. Tu però non partire prevenuto e non ti arrabbiare, che tra l’altro fa male alla salute e io ci tengo, alla tua salute. E poi non puoi più arrabbiarti.

Sì, aspetta, adesso ti racconto, non ti preoccupare, non è niente di grave. Non più.
Insomma, sono qui a combattere da giorni per veder riconosciuti i diritti basilari degli omosessuali, no?, e niente, ho conosciuto un uomo. Eh, è etero. Come noi. Già.
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La leggenda notturna dei miei tappi di cerca, Secolo XIX, Prima, 20 agosto 2015Quando Il Secolo XIX mi ha chiesto di scrivere un racconto da pubblicare, ero molto in dubbio. Un racconto di due cartelle, su qualcosa che per me è estate, da scrivere in pochi giorni.
La mia prima, tipica, reazione è Non ce la faccio mica.

La sera, mettendomi i tappi di cera nelle orecchie (quelli che sono DAVVERO tappi di cera per le orecchie, e che mi assicurano il sonno nelle notti da finestre aperte), il mio compagno mi ha detto, trattenendo a fatica la risata. Ecco cosa dovresti raccontare: la storia delle palline di cera.

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CosmopolitanCosmopolitan mi ha chiesto una fiaba d’amore, e siccome ce n’era ancora qualcuna che a Giulia sarebbe piaciuto molto raccontare a Rebecca, ho deciso che questa poteva essere l’occasione giusta per recuperare.

Per voi e per le lettrici di Cosmopolitan, la mia Principessa sul pisello. Leggi il resto →

Diverso sarò io - AntologiaRicordate il concorso letterario di Pescepirata “Diverso sarò io”? Ne avevo parlato qui.
Bene, è diventato un libro.

Massimiliano Tosarelli, Capitan Pescepirata, ha selezionato i migliori racconti in concorso e fuori concorso e ne ha fatto un’antologia.
Non si tratta solo di una bella raccolta di inediti, si tratta anche di un’impronta che resta nella lotta contro le discriminazioni di qualunque genere.
Perché è anche, e soprattutto, con la parola, con il pensiero, con la scrittura e con l’intelligenza – in sintesi con la cultura – che possiamo combattere un certo modo di pensare, la paura del “diverso” e l’incapacità di accettare la libertà di essere e di fare come un diritto di tutti e non solo di alcuni.

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PescePirataDiverso sarò ioQualche tempo fa vi ho invitati tutti a partecipare al concorso etico-letterario Diverso sarò io! di Pescepirata, quest’anno alla sua seconda ed entusiasta edizione e aperto a tutti coloro che hanno voglia di mandare, senza pagare alcuna quota di iscrizione, un racconto inedito e liberissimo, dedicato alla diversità in tutte le sue svariate sfaccettature.
Avete ancora tempo per essere pirati, fino al 30 maggio aspettano i vostri testi. Trovate il bando qui.

E siccome avevo promesso di essere pirata insieme a loro e di partecipare con un mio racconto fuori concorso, eccolo qui.

Il giorno dei ragazzi di strada

Quel pomeriggio Bea era a casa di Dodo e di suo fratello Cicci insieme a tutti i bambini del palazzo.
Dodo e Cicci si erano trasferiti lì da poco, al posto di Filippo. Venivano da Milano, non facevano altro che ricordarlo. A sentir loro, tutto, a Milano, era meglio. Era meglio il posto dove vivevano, le cose che mangiavano, quelle che indossavano, i negozi di giocattoli, i pulmini della scuola, le strade e persino la focaccia. Secondo loro, persino la focaccia di Milano era meglio di quella di Genova. Loro erano più fighi dei genovesi – avevano detto proprio fighi, anche se era una parola che non si poteva dire –, e un giorno sarebbero tornati a Milano. Non prima di una decina d’anni, però, perché il loro papà era stato mandato lì a occuparsi di qualcosa di serio in una televisione.
A metà pomeriggio la signora Costanza, la mamma di Dodo, chiese a Bea un aiuto per preparare la merenda. Era una donna bellissima, bella come la Barbie Hawaii. Ogni tanto Bea la guardava di nascosto, chiedendosi se da grande sarebbe diventata così bella.
Mentre impilavano bicchieri e tovaglioli, le parlava come tra adulti, cosa che piaceva molto a Bea, anche se rischiava di perdere quasi tutta la puntata di Capitan Harlock che gli altri stavano guardando di là.
– Mi ha detto Dodo che vuoi fare il capo, – le disse prendendo la Fanta dal frigo.
Non voleva fare il capo, le spiegò Bea, lei era il capo. Da quando Filippo se n’era andato, lei, con i suoi dieci anni e sette mesi, era la più grande. Quindi, di diritto, il nuovo capo dei bambini del palazzo. 
– Ma tu sei una femmina, – le rispose la signora Costanza, guardandola nello stesso modo in cui la guardava la nonna quando rimandava di un sacco di tempo certe risposte.
Bea non riusciva a capire cosa c’entrasse il fatto di essere una femmina. A scuola studiavano tutti le stesse cose, venivano interrogati tutti le stesse volte. Giocavano a calcio, a nascondino, a rincorrersi, a mangiare girelle di liquirizia nel minor tempo possibile, a far rimbalzare le pietre piatte sull’acqua. Facevano gare in bici, prendevano le lucertole con le mani, a Carnevale bastonavano la pentolaccia a turno e la domenica pomeriggio andavano a vedere gli stessi film al cinema. L’unica differenza che le risultava esserci tra maschi e femmine, era che i maschi facevano la pipì in piedi, le femmine sedute o accucciate. Ma che il modo di fare pipì fosse determinante per essere il capo dei bambini del palazzo, le sembrava assurdo.
– Cosa c’entra che sono una femmina? – domandò impilando un panino al prosciutto su uno con la sottiletta.

Il resto potete leggerlo qui, arrembando il blog di Pescepirata e saccheggiandolo!

 

 

scarpe rosseOggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

E’ triste, preoccupante, inquietante e insano che si debba dedicare una giornata a questo. Triste, preoccupante, inquietante e insano che si debba costruire a piccoli pezzi una cultura condivisa che insinui in tutti la convinzione che la violenza sulle donne sia qualcosa di sbagliato, ingiusto, esecrabile.

La violenza sulle donne, così come quella su qualunque essere, è già qualcosa di sbagliato, ingiusto, esecrabile.
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