• Le fiabe sono spietate, come la vita e come i bambini.

    C'era una svolta

bradipoLa mia intenzione, tra Natale e l’Epifania, era quella di trasferirmi su un universo parallelo con una time table composta dalle seguenti voci: serial, letto, divano, cibo, gatti, parentesi vietate ai minori. Il tutto col frigo pieno e i telefoni staccati.
E siccome nessuno ha ostacolato i miei piani, è esattamente quello che ho fatto.

Lo so. Speravate in qualche altra avventura del tipo Cosa diavolo avevo in mente quando ho deciso di andare lì, ma tocca deludervi (mi sono però assicurata che Isa, la mia complice di deliri, passasse un capodanno indimenticabile in un due stelle ad Abano, in caso di carenza di argomenti).

DowntonAbbey1Parliamo però della droga che ho assunto tra torroni al cioccolato e muffin alla cannella.
Dopo serial killer, vampiri dalla mutanda allegra, staff della Casa Bianca, cinici pubblicitari e cardiochirurghi innamorati, il mio mood è diventato molto british, molto anni Venti, molto aristocratico e molto caustico. Con classe.
Downton Abbey è di un’eleganza e di un inglesità rare, e la prima stagione è un capolavoro. Potete dunque immaginare l’entità del mio disappunto quando, dopo un’appagante maratona della prima stagione, mi sono tuffata fiduciosa nella seconda, trovandomi a nuotare in uno stagno melmoso da telenovela, con eventi prevedibili, concetti ripetuti, frasi banali, amori stucchevoli e conflitti scontati. Una delusione che ha rischiato di rovinare il mio perfetto equilibrio vacanziero.
Ma sono felice di rassicurare i vostri animi, che già vedo in comprensibile tensione: la terza stagione sembra tornare agli sfarzi della prima. Potete continuare a pensarmi con deliziose cloche in testa e lunghi abiti retrò di stoffa leggera.

E ora bando alle ciance, che qui s’ha da ricominciare l’anno.
Che il 2014 vi sia propizio.

Non so spiegarmi per quale ragione, in questi giorni, mi ostino a guardare Parenthood, annoiandomi.

Mi irrita quasi tutto, di questo serial: i personaggi, le situazioni, i dialoghi. Eppure persisto. Sono a metà della seconda stagione, non ho ancora cambiato idea, eppure persisto.
Ad ammiccare in attesa ho Game of Thrones, Rome, The Newsroom, Breaking Bad, Community, Damages, Dexter, Parks and Revolution e persino le ultime tre serie di West Wing.

Ma io, con ottuso accanimento, continuo a provocare me stessa propinandomi questi insopportabili parenti stracolmi di buonismo e di politicamente corretto, che considerano gravissimo rispondere in modo leggermente stizzito e si prostrano in scuse, che discutono sempre civilmente al limite dell’inverosimile, in un programma che sembra più un progetto didattico di educazione civica subliminale che un serial tv.
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Devono esserci approfondite e studiatissime ricerche sociologiche, dietro le ultime tendenze dei serial tv, e queste approfondite e studiatissime ricerche, questi oracoli, devono aver divinato la stessa soluzione per tutti: sacrificare uno dei personaggi principali al dio marketing.

Del resto, se la Rowling fa morire Silente e se Martin non si pone alcun problema a far secchi i protagonisti di Game of Thrones, è evidente che far tirare le cuoia a un personaggio importante non fa perdere lettori e spettatori.

Ovvio, niente di nuovo: la letteratura, il cinema, il teatro, persino le fiabe non ci hanno risparmiato morti eccellenti nella storia (neanche le soap opera, ma poi li fanno resuscitare a muzzo, non vale).

Però questo dev’essere un periodo particolarmente fecondo per le tragedie, perchè nell’arco di due giorni, mettendomi in pari con i svariati serial che seguo, sono passata da un lutto all’altro con grande costernazione.
Io li guardo per rilassarmi e farmi accompagnare nel sonno dei giusti, accidenti a loro!
Voglio dire: Dexter è un serial killer, ovvio che ci siano i morti; True Blood parla di vampiri golosi di sangue, ovvio che ci siano i morti; Fringe racconta di x-files, alieni e spietati nemici dell’umanità, ovvio che ci siano i morti e via così se parliamo di crimini, fantasmi, spacciatori di droga e becchini.

Ma, diamine, questa strage di personaggi principali era davvero necessaria?
Desperate Housewife chiude con la morte di uno dei migliori.
Grey’s Anatomy, finito con un incidente aereo e una protagonista morta, ricomincia con un protagonista che muore e un’altra messa veramente ma veramente male.
Private Practice parte con la morte di uno del gruppo.
Ok, avevano dato, c’era da raschiare il fondo del barile, ma resta la sensazione che gli sceneggiatori abbiano partecipato alla stessa indianata prima di scrivere i copioni.

R.I.P.

Nella mia ostinata ricerca del vantaggio a tutti i costi, mentre valutavo i lati positivi del vivere in una casa al buio, con finestre impacchettate in cellophane nero e inapribili, oltre l’apprezzabile frescolino che l’ombra perenne conserva, ho pensato che sarebbe un’ottima dependance estiva per vampiri.

Per cui, caro Bill Compton, considerando il fatto che al momento Sookie ti snobba, prendi in considerazione l’ipotesi di una vacanza chez moi, s’il te plaît.
Sono A negativo, se non sbaglio uno dei tuoi preferiti. E nella mia lista di cosa vorrei essere se non fossi…bè, qualunque cosa io sia al momento, dopo gatto domestico e prima di pietra di fiume c’è vampiro. Così, per tua informazione.
Il look l’ho già, non devo neanche fare ‘sto gran shopping.

Ci erano già andati vicino altre volte, ma non mi serve guardare le prossime puntate per affermare senza sorta di dubbio che nella puntata 18 della settima serie quelli di Grey’s Anatomy fanno il salto dello squalo.
O come si dice a Genova, sbulaccano.

Avrei proprio preferito non vederlo. Really terrible.

Incuriosita dal suggerimento di una persona che mi aveva dato un altro titolo e detto che la colonna sonora era cantata da una bravissima cantante di nuova generazione, sono incappata in True Blood.
La nuova serie tv di cui mi sto drogando.

A conquistarmi è stata la sigla iniziale

e poi lo sfrenato sesso che i personaggi fanno pressochè in continuazione, quando non sono impegnati a succhiare sangue (vampiri a umani, umani a vampiri, vampiri da bottigliette di sangue sintetico, umani da fialette di sangue di vampiro…Mi aspetto solo di vedere un non-morto ciucciare un tampax usato e smarco l’ultima voce della lista).

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I protagonisti dei serial hanno una tale quantità di tempo libero che pensi sempre

1) è ricco di famiglia
2) ha preso un giorno di ferie
3) in america le cose si fanno nella metà del tempo che da noi
4) hanno una giornata di 48 ore

Perchè a volte sono casalinghe, disperate o meno, e vabbè, ok, hanno katamila cose da fare ma più libertà di movimento.
A volte, invece, sono affermati professionisti affetti da stakanovismo che riescono anche a: avere l’amante, fare regali al coniuge, allenare la squadra di baseball del figlio, fare footing, pranzare con clienti importanti, farsi fare un abito su misura, portare la zuppa di pollo a una invalida (nei serial spunta sempre una zuppa di pollo, prima o poi), tenere un’arringa in tribunale, leggere il giornale e scoprire di avere un figlio o un fratello -di cui non si sapeva nulla- di solito in un altro Stato.
Non solo, ma sembra che le distanze e i tempi per colmarle siano quisquilie che il fuso orario USA non tiene in considerazione. La loro giornata dura 24 ore, spostamenti esclusi.

Che alla fine ti chiedi se sei tu che non sei capace di ottimizzare il tempo.

In tutti, praticamente tutti i serial tv americani, i percorsi per uscire dalle dipendenze fanno parte della quotidianità come il bicchiere di carta pieno di caffè, il quotidiano preso dai contenitori per la strada o gli steccati bianchi nei quartieri residenziali.
Fateci caso: da Private Practice a Desperate Housewifes, da Dexter a Brothers&Sisters, da Six Degrees a Six Feet Under almeno uno dei protagonisti, prima o poi, frequenta le riunioni, trova un tutor, segue i cinque o i sette o i dodici passi -che, visto l’annuire consapevole di tutti loro, immagino sia una nozione inserita nei programmi scolastici delle primarie- e random ripete la preghiera a quanto pare adottata all’unanimità come La Preghiera del tossico o dell’alcolista o di chi ha una dipendenza e ne vuole uscire.
Può succedere sul pianerottolo di una casa di campagna, in una decappottabile, su un letto d’ospedale, su una spiaggia californiana, sul tavolo per la risonanza magnetica, davanti a un barbecue, sotto la doccia, insomma ovunque, ma prima o poi qualcuno di loro dirà “Signore, dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, la forza di cambiare quelle che posso e la saggezza per distinguere le une dalle altre” e chi lo ascolta lo guarderà intensamente, capendo a cosa si stia riferendo e non ci sarà bisogno di aggiungere altro, perchè a quel punto si sa tutto quello che c’è da sapere.

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Spoiler: nell’ultima puntata della quarta serie, Dexter trova la moglie assassinata nella vasca da bagno. Sangue ovunque e il figlio di dieci mesi seduto in quel lago rosso, che piange. Una scena piuttosto tragica.
La mia mente registra un qualcosa che la turba, ma resta concentrata sulla trama.
Fine quarta serie.

Inizio quinta serie.
Poliziotti irrompono sulla scena del crimine, sempre moglie morta nella vasca, sempre sangue ovunque.
Eppure c’è qualcosa…
I colleghi di Dexter arrivano sulla scena del crimine, sempre moglie morta nella vasca, sempre sangue ovunque.
Oh, tant’è…
La sorella di Dexter entra nel bagno/scena del crimine, ancora moglie morta nella vasca, ancora sangue ovunque.
Aspetta un po’…
La sorella e un collega di Dexter, il giorno dopo, tornano sulla scena del crimine, il cadavere non c’è più, loro puliscono il sangue.
Fammi guardare meglio…No! Ecco cos’era!
I figli della moglie morta di Dexter scappano da scuola e vanno in quel bagno, per vedere dove la madre è stata uccisa. Dexter li trova lì.
Ma dai, non è possibile! Sono matti? No, davvero, non ce la potrei fare MAI.

Insomma.
L’enorme bagno con lavandino, vasca e doccia della casa di Dexter -è raccapricciante solo dirlo- non ha la porta.
Non. Ha. La. Porta!
Solo il pensiero mi fa rabbrividire.
Non trovate anche voi che sia terribile?

Scrivo dalla laguna della pressione bassa, scivolando lentamente sui tasti nella rassegnata attesa di liquefarmi.
Se a un certo punto, su questo schermo, le frasi sensate lasceranno spazio a una qualsiasi lettera ripetuta ad libitum, venite a rialzarmi dalla tastiera e fatemi sdraiare tenendo le gambe in alto (le mie, non le vostre, sennò diventa un filo complicato).
Prima o poi riprenderò conoscenza (fate con calma, che di tornare alla consapevolezza che siamo solo all’inizio dell’estate non ho fretta).

Detto ciò, invoco il vostro aiuto: questa è la drammatica stagione della crisi d’astinenza per i dipendenti da serial tv. E io sono una dipendentissima da serial tv. Issima proprio.

Forse non tutti sanno che i serial fanno come le scuole: vengono realizzati e trasmessi dall’autunno alla primavera. Poi pausa. Nel frattempo si danno le repliche o si dà per scontato che la gente abbia una vita.
Maledetti.

Io, che da serial dipendente professionista non aspetto certo che le puntate vengano tradotte e arrivino in Italia con il solito anno di ritardo, figurarsi!, scarico tutto dalla Rete e divoro famelica grazie ai sottotitoli in italiano.
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