Lo ricordavo come un bel film, l’ho sempre annoverato tra i miei preferiti, fino a un po’ di anni fa lo rivedevo volentieri le volte che passava in tv,  ma sempre con maggiore distrazione e svogliatezza, fino ad archiviarlo tra i Sì, lo conosco, l’ho già visto, bello ma smarcato. Di quelli di cui alla fine hai un ricordo sfumato.
E quando è nata la proposta di approfittare del 9 novembre per vedere l’edizione restaurata sul grande schermo, confesso di esserci andata più a traino che con entusiasmo. Sciocca.
L’importante è che ci sia andata perchè c’è qualcosa di magico in Colazione da Tiffany, a qualunque ora.

Vedere esplodere Audrey Hepburn sul grande schermo, superiore a qualsiasi concetto di bellezza ignorante e chirurgica che impera in questo ventennio, è ambrosia per l’anima e per il senso estetico.
Ma come in ogni grande film che si rispetti, la bravura e la bellezza della protagonista non bastano a farne un capolavoro. E questo film è un capolavoro.
Con la grazia degli ultimi anni ’50, si ride e sorride, si indulge e comprende, si spera e ci si commuove, sfiorando con delicatezza e senza giudizio, in un modo talmente sottile da non percepirne il carico sociale ed emotivo, temi come la solitudine, la povertà, la prostituzione (di lei, di lui), la paura di farsi amare, la fuga da potenziali dolori, persino la pedofilia.

Già, perchè se io vi parlo di una escort professionista che da bambina rubava negli orti per trovare qualcosa da mangiare, che a quattordici anni accettava di sposare un vedovo con quattro figli pur di avere cibo e famiglia per sè e suo fratello, che quando ha le paturnie si rifugia nella più imponente gioielleria della città per sentirsi al sicuro, perchè lì non può accaderti niente di male, che rifiuta e rinuncia a qualsiasi legame, persino a dare il nome a un gatto, pur di difendersi dalla sofferenza di perdere qualcuno o la propria fittizia libertà, pensate a un film drammatico e greve, non certo alla buffa, deliziosa e svampita Holly.

E forse è questa la vera magia di Colazione da Tiffany: permetterti di accorgerti solo di sbieco dei lati oscuri, lasciandoti vivere una commedia piena di ironia e dolcezza.

Dicono che il libro sia ancora più bello e non ne dubito, i migliori film nascono da grandi testi (o grandi sceneggiature), ma questa volta io preferisco e voglio il finale di Blake Edwards e non quello di Truman Capote.