IMG-20140721-WA003Chi non ha mai visto Davide Enia sul palcoscenico è come se non avesse mai dato un primo bacio, se non avesse mai messo i piedi nudi nel mare, se non avesse mai mangiato un gelato. E’ come se non si fosse mai innamorato, se non avesse mai viaggiato, se non avesse mai guardato un tramonto.
Si può vivere senza tutte queste cose, e si può vivere senza aver mai visto Davide Enia a teatro, ma mancherebbe qualcosa.

Io, dalla prima volta in cui l’ho visto, col suo Italia-Brasile 3 a 2, ho sentito vibrare il sangue e aggrovigliarsi lo stomaco. Lui ha un dono, un dono potente, il dono della narrazione. E la scena teatrale è lo spazio magico dentro cui compie i suoi incantesimi. Ogni volta.
Lo ha fatto con una partita di pallone, lo ha fatto con Maggio ’43, lo ha fatto coi Racconti dell’infanzia. Lo ha sempre fatto e lo ha rifatto stasera su un piccolo palco ad Albisola, col mare alle spalle, le nubi nere sopra, i fulmini in lontananza e il silenzio del pubblico e del cielo attorno.
E al centro lui, col Libro XI, che ci portava nella discesa agli inferi di Odisseo.
Non riesco a immaginare un narratore migliore di Enia per raccontare l’Odissea, l’origine della narrazione.
Né provo a raccontarvela io.
Cercate di non perdervela, la prossima volta.
Potete ancora recuperare: l’Odissea, un racconto mediterraneo, è in giro da millenni, e soprattutto quest’anno.