Ultimamente non faccio altro che incontrare persone cui la vita è sensibilmente migliorata da quando sono diventati titolari di un Bimby (io, fino a poco tempo fa, nemmeno sapevo cosa fosse, il Bimby, lo confesso).
Orbene, il Bimby, quando ne senti parlare, viene descritto come una creatura mitologica che vive in casa e si preoccupa di cucinare le leccornie più prelibate, preparandotele mentre tu puoi serenamente farti una doccia, seguire la partita, depilarti, pulire la sabbia dei gatti, leggere un libro o quel che vuoi.
A sentire  i seguaci del Bimby (consentitemi di paragonarli a una setta, senza che le sette di fanatici si sentano offese) l’immagine che te ne fai è quella di un oggetto magico, evoluzione fantasy dei più tradizionali elettrodomestici casalinghi (ormai considerati rudimentali strumenti preistorici) per le sue prodigiose capacità di “fare qualsiasi cosa”.

Tanto da pensare Ma se gli poso accanto i sacchetti con dentro gli ingredienti indicati nelle ricette che ho scelto, quando torno dal pisolino trovo tutto pronto nei piatti?
O, già che ci siamo, Ma se gli caccio dentro direttamente i soldi per la spesa mi ritrovo poi la cena servita quando torno a casa?

Per questo capisco la signora che, durante la dimostrazione del Bimby, seguendo l’indicazione della presentatrice che la invitava ad aggiungere un uovo intero all’impasto, vi ha gettato fiduciosa un uovo. Guscio compreso.

Ora mi è impossibile non immaginare cosa possa succedere quando nelle ricette è scritto: un cucchiaio di zucchero, una confezione di farina, un bicchiere di latte, una bustina di lievito, un mestolo di brodo. Per esempio.
Sarei tra l’altro curiosissima di scoprire cosa può succedere con un pizzico di sale, due dita d’acqua e una noce di burro…

Questi fulgidi esempi di elasticità mentale hanno inevitabilmente richiamato alla mia memoria un indimenticabile passaggio di Addio, e grazie per tutto il pesce di Douglas Adams, con cui vi saluto.
Enjoyed it!

“Ah si” aveva detto Wonko l’Equilibrato “Gli stuzzicadenti. Fu il giorno in cui finalmente mi resi conto che il mondo era completamente impazzito e costruii il Manicomio per metterci dentro il mondo, nella speranza che, poveretto, migliorasse.”
A quel punto Arthur aveva ricominciato a sentirsi un po’ nervoso.
“Ecco, qui siamo all’esterno del Manicomio” aveva detto Wonko. Aveva indicato di nuovo i muri di mattoni, le rifiniture e le grondaie, e poi la prima porta attraverso la quale Arthur e Fenchurch erano entrati “Se entrate da quella porta, vi trovate nel Manicomio. Ho cercato di tinteggiarla con colori allegri, in modo che i pazienti siano felici, ma si può fare ben poco altro. Adesso io lì non ci entro mai. Se a volte sono tentato di farlo, il che di questi tempi non mi succede quasi mai, mi limito a guardare il cartello attaccato sopra la porta e così mi passa tutta la voglia di entrare.”
“Quel cartello lì?” aveva chiesto Fenchurch, indicando con una certa perplessità una targa azzurra su cui erano scritte alcune istruzioni.
“Si. Quelle sono le parole che mi hanno trasformato alla fine nell’eremita che sono. E’ stata una cosa del tutto improvvisa. Le ho viste, e ho capito cosa dovevo fare.”
Il cartello diceva:
Tenete lo stuzzicadenti serrando le dita intorno al suo centro. Inumiditene l’estremità appuntita infilandola in bocca. Inserite la punta nello spazio tra i denti, lasciando la parte smussata vicino alla gengiva.
Effettuate un movimento delicato che vada dall’interno verso l’esterno.
“Ho pensato” aveva detto Wonko l’Equilibrato “che una civiltà che era impazzita al punto di aver bisogno di includere in un pacchetto di stuzzicadenti una serie di dettagliate istruzioni per l’uso, non era più una civiltà in cui potessi vivere restando sano di mente”.