PescePirataDiverso sarò ioQualche tempo fa vi ho invitati tutti a partecipare al concorso etico-letterario Diverso sarò io! di Pescepirata, quest’anno alla sua seconda ed entusiasta edizione e aperto a tutti coloro che hanno voglia di mandare, senza pagare alcuna quota di iscrizione, un racconto inedito e liberissimo, dedicato alla diversità in tutte le sue svariate sfaccettature.
Avete ancora tempo per essere pirati, fino al 30 maggio aspettano i vostri testi. Trovate il bando qui.

E siccome avevo promesso di essere pirata insieme a loro e di partecipare con un mio racconto fuori concorso, eccolo qui.

Il giorno dei ragazzi di strada

Quel pomeriggio Bea era a casa di Dodo e di suo fratello Cicci insieme a tutti i bambini del palazzo.
Dodo e Cicci si erano trasferiti lì da poco, al posto di Filippo. Venivano da Milano, non facevano altro che ricordarlo. A sentir loro, tutto, a Milano, era meglio. Era meglio il posto dove vivevano, le cose che mangiavano, quelle che indossavano, i negozi di giocattoli, i pulmini della scuola, le strade e persino la focaccia. Secondo loro, persino la focaccia di Milano era meglio di quella di Genova. Loro erano più fighi dei genovesi – avevano detto proprio fighi, anche se era una parola che non si poteva dire –, e un giorno sarebbero tornati a Milano. Non prima di una decina d’anni, però, perché il loro papà era stato mandato lì a occuparsi di qualcosa di serio in una televisione.
A metà pomeriggio la signora Costanza, la mamma di Dodo, chiese a Bea un aiuto per preparare la merenda. Era una donna bellissima, bella come la Barbie Hawaii. Ogni tanto Bea la guardava di nascosto, chiedendosi se da grande sarebbe diventata così bella.
Mentre impilavano bicchieri e tovaglioli, le parlava come tra adulti, cosa che piaceva molto a Bea, anche se rischiava di perdere quasi tutta la puntata di Capitan Harlock che gli altri stavano guardando di là.
– Mi ha detto Dodo che vuoi fare il capo, – le disse prendendo la Fanta dal frigo.
Non voleva fare il capo, le spiegò Bea, lei era il capo. Da quando Filippo se n’era andato, lei, con i suoi dieci anni e sette mesi, era la più grande. Quindi, di diritto, il nuovo capo dei bambini del palazzo. 
– Ma tu sei una femmina, – le rispose la signora Costanza, guardandola nello stesso modo in cui la guardava la nonna quando rimandava di un sacco di tempo certe risposte.
Bea non riusciva a capire cosa c’entrasse il fatto di essere una femmina. A scuola studiavano tutti le stesse cose, venivano interrogati tutti le stesse volte. Giocavano a calcio, a nascondino, a rincorrersi, a mangiare girelle di liquirizia nel minor tempo possibile, a far rimbalzare le pietre piatte sull’acqua. Facevano gare in bici, prendevano le lucertole con le mani, a Carnevale bastonavano la pentolaccia a turno e la domenica pomeriggio andavano a vedere gli stessi film al cinema. L’unica differenza che le risultava esserci tra maschi e femmine, era che i maschi facevano la pipì in piedi, le femmine sedute o accucciate. Ma che il modo di fare pipì fosse determinante per essere il capo dei bambini del palazzo, le sembrava assurdo.
– Cosa c’entra che sono una femmina? – domandò impilando un panino al prosciutto su uno con la sottiletta.

Il resto potete leggerlo qui, arrembando il blog di Pescepirata e saccheggiandolo!