Anche quest’anno ho accettato con piacere l’invito a partecipare allo speciale dedicato al Natale su un blog altrui e stavolta ho scritto un racconto per la deliziosa Malitia e il suo Dusty pages in wonderland.
Quest’anno, per la terza edizione, Malitia ha fatto le cose in grande coinvolgendo davvero molti scrittori italiani e stranieri anche di un certo calibro, come Ornella Albanese, Rita Charbonnier, Paola Calvetti, Francesco Falconi o Leonardo Patrignani, per dirne alcuni, e ha creato un bellissimo presepe interattivo dove potrete passeggiare ed entrare in tutto ciò che si illuminerà, capitando così in un racconto o nell’altro.

Come forse alcuni di voi ricorderanno, l’anno scorso mi ero divertita a dissacrare lo spirito natalizio, mentre stavolta, non so, sarà che il giorno in cui l’ho scritto pioveva o in sottofondo c’era una musica un po’ malinconica, ho declinato il mio irrecuperabile realismo su una prospettiva diversa.
Lo potete trovare dietro una porticina che, visto che siamo qui, aprirò per voi su questo blog, ma vi consiglio di andare qui a curiosare e a leggere tutti i racconti degli altri scrittori che hanno partecipato a questo speciale.

LA CAPANNA DI NATALE
Faceva la prima elementare da pochi mesi e aveva passato la mattinata con la mano in un piatto di gesso. Non era male andare a scuola.
“Ognuno di voi farà un regalo a mamma e papà per dimostrare loro quanto bene gli vuole” aveva detto la maestra.
Lui e i suoi compagni si erano guardati un po’ stupiti, ridacchiando.
I regali li fa Babbo Natale ai bambini, lo sanno tutti. E neanche a tutti i bambini: solo a quelli buoni. Fare regali ai grandi, che idea strana.
Però era bello costruire qualcosa da soli e mettere la sorpresa sotto l’albero. Sarebbero stati tutti fieri di lui e se quello serviva per dire quanto bene voleva ai suoi genitori, be’, era importante farlo.
Era facile: si toglieva la mano dal gesso quand’era asciutto, così restava la forma, si lasciava asciugare fino a dopo pranzo e poi si colorava tutto.
Quel giorno si erano divertiti moltissimo.
Avevano giocato coi colori e si erano rincorsi minacciandosi con le mani sporche di bianco. Molte punte di naso erano state colpite prima della campanella e tutti i bimbi erano usciti col dono di Natale per mamma e papà ben nascosto nella cartella.
Lui aveva colorato la sua impronta con diversi colori e l’aveva riempita di puntini rossi, gli piacevano i puntini rossi, erano buffi, facevano allegria. L’allegria era molto importante per dimostrare amore, nei cartoni animati ci sono sempre molti colori quando la gente è felice.
Ne era valsa la pena. Alla fine dell’apertura dei pacchetti, la sua orma coperta da quei puntini rossi era stata esposta in sala come uno degli oggetti più preziosi della casa, mamma e papà lo avevano abbracciato stretto, felici di quel bellissimo regalo, e tutta la famiglia aveva detto che era un vero artista.

L’anno dopo erano cresciuti, avevano imparato a leggere, a scrivere, a fare le addizioni e le sottrazioni e ormai sapevano tutto sui regali che i bambini devono fare ai grandi: avevano ritagliato e appiccicato cuori per la festa della mamma, avevano creato un portacenere col Das per la festa del papà e per Pasqua avevano modellato uova di marzapane colorato. L’arte del regalo aveva per loro ben pochi segreti, ormai.
Così, per il secondo Natale, si era alzato il livello di difficoltà e avevano dovuto costruire una sedia a dondolo con mollette di legno.
Tutti i nonni erano stati coinvolti nell’acquisto di confezioni di mollette di legno, vinavil, pennelli, vernice d’oro e vernice trasparente. Un’operazione da svolgere con la massima segretezza, per non destare sospetti nei genitori.
Avevano cominciato due settimane prima delle vacanze perché questa volta il regalo da fare era più complicato.
Quell’anno era davvero importante riuscire a farlo bene: mamma e papà, da un po’ di tempo, litigavano sempre e di certo, se lui fosse riuscito a fare una perfetta sedia a dondolo con le mollette, ne sarebbero stati così felici da fare la pace.
Si era messo d’impegno e aveva seguito le istruzioni della maestra, passo dopo passo.
Alla fine la sua sedia a dondolo era un po’ storta e non dondolava affatto ma le mollette erano finite e non si poteva farne un’altra. Non era una grande dimostrazione d’amore, quella cosa raffazzonata, e di certo non era abbastanza bella da far fare la pace ai suoi genitori.
La maestra si era avvicinata per rassicurarlo. “Non ti preoccupare, tu adesso dipingila d’oro e mettila ad asciugare insieme a quelle dei tuoi compagni. Vedrai che domattina sarà perfetta”.
Non riusciva a immaginare come della vernice dorata potesse raddrizzare quell’accozzaglia di pezzi di legno incollati in modo irregolare, ma si fidava della sua maestra, lei ne sapeva più di tutti.
La mattina dopo non avevano dovuto insistere per farlo alzare dal letto: tale era la sua smania di controllare la sedia a dondolo che si era preparato prima dei genitori ed era entrato in classe prima di tutti i compagni.
La sua meraviglia quando la vide!
Era perfetta, assolutamente perfetta. E come lei anche quelle di tutta la classe.
La maestra aveva sorriso e aveva spiegato che quella era la magia del Natale. Tutto ciò che veniva fatto con amore diventava perfetto.

Ma qualcosa doveva essersi scheggiato, forse l’angolo di una molletta o forse una pennellata di vernice leggermente irregolare, non lo aveva ancora capito, però quella sedia a dondolo non era proprio perfetta perché mamma e papà non avevano fatto pace e qualche mese dopo si erano separati.
E ora lui, più grande di prima, era già in terza elementare e la maestra stava mostrando cos’avrebbero dovuto fare per Natale quell’anno.
Una cosa difficilissima, quasi impossibile: una capanna di stuzzicadenti da mettere nel presepe per proteggere Gesù Bambino.
Ma in quale presepe?
Quello a casa di papà o quello a casa della mamma?
E poi non sarebbe bastato vestirlo un po’, quel povero bambino? Persino lui era stato infagottato in tutine colorate, quando era nato, figurarsi se non si poteva mettere in caldo il figlio di Dio.
Doveva proprio contare su una capanna di stuzzicadenti?
Tra l’altro non la voleva fare, quella cavolo di capanna, lui era un bambino, voleva giocare al pallone e alla playstation, non gliene fregava niente di incollare degli stupidi stuzzicadenti tra loro, era una cosa da femmine.
“Ma non vuoi dimostrare a mamma e papà quanto bene vuoi loro?” gli chiese dolcemente la maestra.
No, non gli importava niente di dimostrarglielo, che glielo dimostrassero loro, quanto bene gli volevano, anziché usarlo come un pacco da lasciare davanti ai portoni di uno o dell’altra.
E poi non poteva costruire una sola capanna di stuzzicadenti, non poteva dare il regalo di Natale a un genitore e all’altro no, avrebbero litigato di nuovo e gli avrebbero chiesto di scegliere quello a cui voleva più bene.
Odiava il Natale!
La maestra lo convinse almeno a provarci. Gli disse che c’erano tanti tipi di amore, alcuni finivano, come quello che aveva fatto incontrare i suoi genitori, mentre altri diventavano più grandi man mano che il tempo passava e che lui era un bambino molto fortunato perché gli era toccato in sorte quel tipo di amore, da parte di sua mamma e suo papà, e che non doveva confonderli.
Così gli suggerì un gioco: ogni stuzzicadenti era un momento felice passato con loro e se li avesse uniti tutti con la colla, sarebbe riuscito a costruire una capanna straordinaria non solo per Gesù Bambino, ma per tutti i bambini come lui.
Lui si mise d’impegno e alla fine riuscì a fare qualcosa che somigliava vagamente alla capanna perfetta mostrata dalla maestra. A parte per tutta quella colla che impiastricciava gli stecchini, per le pareti piuttosto precarie e per la forma simile a un castello di carte in procinto di cadere.
A guardarla bene, non avrebbe mai potuto portare a casa una cosa simile.
Si arrabbiò –col vinavil, con gli stuzzicadenti, con la maestra, coi compagni che erano stati più bravi, con Gesù Bambino che dopo duemila anni ancora non era stato capace di farsi mettere al caldo e pretendeva che la capanna gliela facesse lui- e scaraventò ogni cosa per terra, tra lo sbigottimento generale della classe: rompere il regalo di Natale per i genitori era un gesto inconcepibile, un sacrilegio!
La maestra gli fece rimettere a posto tutto e gli impose di restare seduto al proprio posto durante la ricreazione, a riflettere su quello che aveva fatto, mentre gli altri bambini giocavano in cortile.
Al termine delle lezioni gli disse di aspettare e lasciò che uscissero tutti prima di avvicinarsi a lui e parlargli.
“Ti dispiace di aver rotto la capanna che avevi fatto?” gli chiese con gentilezza.
Sì, gli spiaceva. Ma tanto era brutta e comunque era una sola.
“Non importa, tu l’avevi fatta con amore, giusto?”
Sì, l’aveva fatta con amore. Ma restava sempre brutta e una sola, non è che rompendola aveva peggiorato molto le cose.
La maestra sorrise e gli accarezzò la testa. “Hai dimenticato la magia del Natale, però”.
Sì, l’aveva dimenticata. Ma lei gli fece mettere lo stesso i pezzi della sua capanna sul tavolo insieme a quelle degli altri bambini.
Il mattino, al posto dei resti del suo lavoro, trovò due piccole, perfette, capanne di stuzzicadenti.
Allora era vero che a lui era toccato un amore invincibile!
Le prese delicatamente e guardò la maestra, felice. Lei gli sorrise e annuì.
Non importa da dove arrivi la magia del Natale, l’importante è che ci sia.

(questo racconto sottostà alle semplicissime regole di Creative Commons)