Mio padre ha sbagliato, con me. Lui, uomo, avrebbe dovuto farmi subito capire che essere nata femmina mi rendeva diversa, limitata e con precise funzioni da assolvere. Ha sbagliato, perché mi ha fatto credere di essere una persona prima che una femmina, una persona che, da adulta, poteva disporre della propria vita, del proprio futuro, del proprio corpo senza dover chiedere il permesso a nessuno. E se volevo montare mobili, guidare un’auto o giocare a calcio, lui mi passava il martello, mi spiegava le marce o mi regalava un pallone. E se volevo leggere libri, lui mi portava in libreria e mi lasciava scegliere. Qualunque libro purché lo leggessi, non c’erano libri sbagliati per me, né per età, né per genere, né per argomenti.
Mio papà mi ha fatto credere che io potessi essere capace di fare qualunque cosa volessi, con le stesse potenzialità di un maschio, senza sospettare che potesse esserci un distinguo.

“Studia, impara, cerca di capire cosa vuoi essere e fare e poi impegnati per farlo nel migliore dei modi, sempre a testa alta”, mi ha sempre detto. E poi “Sii autonoma. Abbi l’orgoglio di mantenerti da sola, di non dipendere mai da nessuno, sii sempre libera di scegliere”.
Mio padre ha sbagliato. Pure mia madre ha sbagliato. Perché se in casa c’era un uomo che mi cresceva senza distinzione di genere, c’era anche una donna che lavorava, usciva e viaggiava per il mondo. Esattamente come mio padre.

Mia nonna aveva due figli che andavano già a scuola, quando ha potuto votare per la prima volta. E ci è andata, oh, se ci è andata. Non ha perso un’elezione, perché era un diritto ma anche un dovere civile. Era una cosa importante, ci si vestiva bene per andare a votare.

Quando avevo sei anni, gli italiani hanno votato per il diritto al divorzio. Che prima mica ci si poteva lasciare, prima te lo dovevi tenere il marito violento o fedifrago o mascalzone o fannullone. Prima te la dovevi tenere la donna che ti rendeva infelice.
Quando avevo sette anni e avevo appena imparato a scrivere, è stata tolta la potestà maritale, quella cosa che ci faceva un po’ ridere, che sosteneva la superiorità del marito rispetto alla moglie: l’Italia aveva deciso che in effetti le persone sposate era giusto avessero pari diritto.

Avevo invece dieci anni quando alle donne è stato permesso di decidere da sole se voler diventare madri o abortire, prima il loro corpo non gli apparteneva più se qualcuno le fecondava.

Ed ero già alle medie, invece, quando è stato abolito il delitto d’onore – onore, che orrido abuso di una nobile parola – e gli uomini hanno dovuto smettere di sentirsi giustificati se uccidevano la moglie, la figlia o la sorella perché in preda all’ira, per difendere l’onore. Eh, non lo potevano più fare, gli è stato detto mentre nei corridoi della scuola noi cantavamo “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri.
Lo stesso anno è stato cancellato dall’ordinamento il “matrimonio riparatore” che assolveva uno stupratore se la sua vittima minorenne lo sposava.

Nikka Costa cantava “On my own”, in quel periodo.
Avevo già finito l’università e lavoravo da alcuni anni quando la violenza sessuale è stata riconosciuta come crimine contro la persona e non contro la morale pubblica e il buon costume.

Era ieri.  

E di queste battaglie, di queste conquiste, la mia generazione ne ha beneficiato quasi come di diritti scontati, acquisiti. Diritti che però, spesso, non ha esercitato, non ha tenuto in vita, non ha presidiato, non ha salvaguardato. E che oggi rischia di perdere.
Come sempre, dall’era dei tempi, quando qualcosa non funziona, quando ci sono problemi che non si vogliono affrontare, quando si vuole distrarre la gente da qualcosa di cui non si ha la soluzione, noi donne siamo utilissime. Siamo un bersaglio fantastico, distraiamo tutti senza distinzione, noi portatrici sane di ovaie, noi quote rosa che fa tanto progressista, noi a cui viene “permesso” di lavorare ma senza scordare che nasciamo prima di tutto per essere madri e mogli.
Noi, che se ci sentiamo complete anche senza figli veniamo guardate con sospetto o commiserazione.
Noi, che ancora proviamo un brivido di piacere se l’uomo che amiamo ci dice “Sei mia”.
Noi, che se veniamo violentate, be’, forse non avremmo dovuto essere lì a quell’ora, forse non avremmo dovuto indossare la gonna, forse non avremmo dovuto sorridere a chi magari, all’inizio, si è rivolto a noi con gentilezza.
Noi, che abbiamo stipendi più bassi degli uomini, che se scriviamo romanzi sono di certo per donne, che possiamo fare qualunque lavoro ma senza declinarlo al femminile, che maestra o infermiera va bene, ma ministra o ingegnera, dai, anche se la grammatica lo prevede è l’Italia che non ha l’orecchio, non possiamo dare fastidio a quelli che “suona proprio male”, su.
Noi, che se osiamo occupare un ruolo di potere o di responsabilità, probabilmente siamo figlie di, amanti di o mogli di, nulla che riguardi il merito, comunque. Sennò siamo odiate, insultate, minacciate e il minimo che ci augurano è che un branco di uomini ci stupri. Insinuando che possa pure piacerci.
Noi, a cui, oggi, vogliono rendere di nuovo difficile essere libere e padrone di noi stesse, del nostro futuro, del nostro corpo, perché – parliamoci chiaro – comunque siamo donne e qualcuno deve pur dirci cosa è meglio per noi, qual è il nostro ruolo nella società.

Noi, giudicate da quelli che difendono la vita con un eccelso esercizio di coerenza. Scusate, quale vita esattamente? Perché la nostra mi pare che la stiate considerando di serie B, e la nostra è l’unica vita di cui è certa l’esistenza finché dal nostro corpo – e sottolineo nostro – non ne esce un’altra.
Sono una donna fortunata, perché lavoro, perché vivo da sola, perché nessuno mi ha imposto di avere dei figli e perché un uomo mi ha insegnato a essere libera e una donna mi ha mostrato che si poteva fare.
Ma forse mio padre ha sbagliato, perché quando ti abitui a pensarti come una persona è difficile poi adattarti a essere solo una donna, in Italia.

(questo mio pezzo è stato pubblicato sul n° 6/2018 de “La Città”)