Ciao Barbara, ti va di scrivere un breve racconto su Genova da inserire in una mostra che sto organizzando in collaborazione con la Galleria Rubin?

E’ così che Laura Ballestrazzi mi ha coinvolta in questo progetto collettivo nel quale, ai dipinti di Tommaso Ottieri, ha voluto aggiungere un contorno di scritti, coinvolgendo non soltanto scrittori, ma persone con un’affermata creatività.

Non oltre una cartella e che parlasse della nostra città, queste erano le regole, e siccome a lei era rimasto nel cuore il ristorante della Vecchia di Chanel non fa scarpette di cristallo, è da lì che sono partita, disegnandogli intorno un piccolo racconto di vita e  caruggi.

Ed eccolo qui, per voi che non siete siete potuti passare dal grattacielo di piazza Dante.

TOCCHI DI GENOVA

Lei gli sorrise e lo accompagnò nei suoi vicoli stretti, quelli di un’antica città che non si offre mai al primo sguardo ma che aspetta di averti nei suoi meandri per apparirti e lasciarti sgomento in un dedalo nel quale sei rimasto invischiato senza accorgertene.
Lui la seguì, perdendosi.
Gli bastarono pochi metri per capire che non sarebbe riuscito a tornare indietro da solo e sorprendersi a scoprire che nemmeno gli importava. Attorno a lui si sovrapponevano profumi di cibo e odore di urina, mura medioevali e portoni blindati, teglie di rame e sesso a pagamento, come in un mondo abituato a conciliare tutto ciò che di umano lo ha sfiorato.
Strade strette, palazzi alti, poco spazio per il sole e nessuno per l’orizzonte, niente da dimostrare con la potenza di chi, semplicemente, è.
Lei osservava dove si posava il suo sguardo, se si accendeva il suo incanto, cosa gli chiamava un sorriso, quanto controllo serbava. Era in quei caruggi che capiva gli uomini.
Capiva la profondità del loro animo da come si muovevano in quel labirinto. Alcuni erano a disagio, altri infastiditi, altri ancora indifferenti o concentrati solo su di lei. Lui era rapito. Bene.
“Come ti orienti?” le chiese.
Si orientava come tutti i genovesi: basta sapere dov’è il mare e sai dove sei. Il resto sono monti, levante e ponente. Niente bussola.
Gli prese la mano e lo trascinò dentro una porta senza insegna.
“Vieni, ti porto a mangiare la torta di pinoli più buona del mondo”.
I dolci della Vecchia valevano i migliori ristoranti di tutto il mondo, ma anziché pullulare di clienti, il ristorante era frequentato solo da pochi avventori temerari, soprattutto da quelli che capitavano lì per caso.
Per essere eufemistici, la Vecchia non era il tipo di gestore che basava la propria fortuna sulla simpatia e il rapporto con la clientela.
Come spesso capitava in quella città così contraddittoria, con budella di vicoli che portavano al mare, un mare schivo e osservatore, lei non aveva alcun interesse a farsi conoscere troppo in giro e preferiva lamentarsi degli acciacchi piuttosto che vivere di rendita investendo in promozione e riempiendo il ristorante di turisti e cittadini. Avrebbe dovuto sorridere alla gente e già questo le sarebbe pesato moltissimo. Inoltre avrebbe corso il rischio di dover accogliere anche famiglie con bambini, una piaga della società da cui voleva preservarsi a costo di dover chiudere i battenti.
La Vecchia servì alla coppia la pinolata su due piatti di ceramica bianca e usurata dal tempo, con quelle piccole venature dei mille lavaggi. Glieli posò sul tavolo di marmo, sopra due pezzi di carta da macelleria che usava come tovagliette, e li guardò di sbieco mentre si innamoravano.
Per lei potevano fare ciò che volevano, purché pagassero e non restassero troppo a lungo.

(e come tutti i racconti che dono in giro, anche questo sottostà alle semplicissime regole di Creative Commons)