9uun7cDBU9xG5tadoLnu6aDolci a parte, in questi giorni mi sto godendo deliziosi piatti di cucina orientale, dal giapponese al vietnamita all’indiano al cinese senza passare da un würstel neanche per sbaglio. Cucina tipica berlinese, insomma.

Oddio, oggi siamo passate davanti a un baracchino che ostentava svariati tipi di würstel cucinati in svariati modi e la curiosità di assaggiare il più azzardato -quello cotto, impastellato, fritto e affogato nel ketchup, qualcosa di apparentemente aberrante che però pare avere un suo perché- c’è stata, ma era ancora presto e il mio stomaco era lungi dal mandare richieste di attenzione, quindi sono passata oltre inserendo mentalmente il progetto di sganciare quell’atomica sul mio fegato alla prossima occasione.

Ma posso assicurarvi che qui, nutrirsi con pochi euro e molta soddisfazione, senza procrastinare la digestione a quelle 48 ore di base che si devono mettere in conto quando si mangia cinese in Italia, è possibile.
Stasera, mentre dal caldo della sala guardavamo il buio a zero gradi fuori e decidevamo a quale nazione dedicare la cena, la Seze, dopo un’accurata esposizione dei ristoranti disponibili nel raggio di 700 metri e dei loro variegati menu, ha virato, con una sottile e subdola promozione, sul suo cinese preferito. Non quello con la gente pettinata, che a noi non piace la gente pettinata. L’altro. Quello accanto, che un ufficio d’igiene italiano chiuderebbe via mail senza neanche passare a vederlo, e che per la modica cifra di due euro e cinquanta a testa ti cucina in diretta una padellata di spaghettini di riso saltati con verdure e ti frigge un botto di mini involtini primavera. Tutti buonissimi (e digeribilissimi).

Ho ancora in elenco la torta al cioccolato della pasticceria Amour fou, quella del Kadeve, il würstel di cui sopra, il giappo scrauso che mi era piaciuto tanto l’altra volta e qualcosa a sorpresa, che a programmare tutto non c’è gusto.