Paris 13 nov 2015Stiamo cantando canzoni popolari francesi in un ristorante della vecchia Belleville, undicesimo arrondissement. Una donna con addosso tutti i colori del suo armadio, un elastico rosso in testa e un sorriso colmo di fiducia in noi, gira per il locale con la fisarmonica e ci chiede di cantare con lei.
Lo chiede in modo molto organizzato: consegnando a tutti un foglio col testo della canzone che canterà, spiegando che dobbiamo farlo sennò cosa siamo lì a fare, raccontando la storia della canzone e dandoci il via. Lei è l’attrazione di quel ristorante, lo abbiamo scelto apposta.
Cantiamo.

Cantiamo tra les fromages de chevre e il saumon braisé, tra la salade de volaille e il beuf bourguignonne. Cantiamo di mughetti di maggio, di ponti parigini, di amanti spezzati, di vie in rosa e come premio cantiamo anche Bella ciao. Ma più lenta, lei è una romantica.
Di italiani, questa sera, siamo una ventina, divisi fra vari tavoli. Gli altri sono francesi, per lo più parigini.
Cantiamo, e ad alcuni di noi cominciano ad arrivare messaggi dall’Italia. Qualcuno smette di cantare, smette di sorridere, guarda gli altri. I francesi continuano a cantare.
Come state? Siete a casa? Siete al sicuro? ci chiedono i messaggi dall’Italia.
Perché così tanti, perché a tutti noi, cos’è successo?
I francesi, intanto, battono le mani a tempo di musica.
Loro non vivono col cellulare in appendice, loro non hanno amici e parenti in un’altra nazione che li sanno lì, loro sono a casa, sono nella loro città. E cantano.
Qualcuno di noi esce e telefona. Qualcuno di noi cerca su internet.
Intanto, la donna ritira la canzone finita e consegna la prossima. Sorridendo, un po’ dispiaciuta che dopo tanta partecipazione, tutti questi italiani sembrino tutt’a un tratto seri.
Noi, ancora, non diciamo niente ai nostri compagni di cantate.

Un attentato, tre esplosioni, morti, ostaggi, una sala concerti, lo stadio, un ristorante. Come un ristorante? Dove? Qui, tre strade più sotto. Sono entrati con un kalashnikov, dicono, e hanno sparato a raffica. E per la strada. Per la strada? Ma dove? E intanto messaggi ripetuti, telefonate, commenti sui social e un attimo per favore, abbiamo capito, dobbiamo capire, dobbiamo pensare, dobbiamo poter sapere cosa fare.
Sono qui, in questo arrondissement, sono scappati, sono armati, dicono di non uscire, dicono di stare attenti, di chiudersi in casa, ma noi non siamo in casa, noi siamo in un ristorante come quello dove sono entrati con un kalashnikov, siamo protetti solo da tre vetrate. E le cartine di Parigi per capire dove sono passati e dove stanno andando. Cosa facciamo? Potrebbero entrare qui, adesso.
Ormai lo abbiamo detto anche ai francesi, ormai lo sappiamo tutti, nel locale.

Trenta morti, e ci sembrano tantissimi. Cento ostaggi. No, forse più di cento, gli ostaggi sono in una sala concerti.
La polizia sta arrivando, sta circondando, sta chiudendo. Ma dov’è? Qui non la vediamo, qui ci sono le strade e le strade sono le stesse dove quelli stanno correndo, scappando, nascondendosi.
I francesi si informano e ricominciano a cantare.
La donna suona, un ragazzo francese ci guarda, ci sorride e ci dice che non verranno lì, che lì siamo al sicuro, che la cosa migliore è continuare a cantare, poi si alza e balla al ritmo della fisarmonica e ci incoraggia a riprendere la nostra serata da dove l’avevamo interrotta. Gli sorrido, lo ringrazio con lo sguardo, prendo il foglio e provo a cantare con loro, ci proviamo in diversi, non tutti, ha ragione, noi siamo qui e cantiamo, cantiamo perché non possiamo fare altro, cantiamo perché non possono ammazzarci tutti e se cantiamo siamo più forti di loro.
E intanto ancora messaggi, telefonate, commenti, notifiche. Grazie, grazie di cuore, ma basta, per favore, vi abbiamo detto che stiamo bene, adesso aspettate insieme a noi, non rovesciateci addosso la vostra ansia, non possiamo occuparci anche di quella, stiamo cercando di cantare, stiamo cercando di sopravvivere alla paura.

Quaranta morti, e ci sembrano tantissimi.
Tutti gli italiani hanno il cellulare in mano, tutti stanno rassicurando chi è dall’altra parte del confine. Siamo i più spaventati di tutti, dobbiamo gestire non solo la nostra paura, ma quella di chi ci cerca senza tregua, di chi richiede la nostra costante attenzione, la nostra puntuale risposta, quando noi non possiamo fare altro che dire Siamo qui, stiamo bene, abbiamo paura, vi faremo sapere quando saremo al sicuro, basta.
L’ho scritto su Facebook, l’unico mezzo che ho per raggiungere quante più persone possibili con un unico messaggio, dove i commenti sono affetto puro, presenza discreta, ma resta sempre qualcuno che ha bisogno del contatto diretto. E questo abbraccio che mi stava tenendo al caldo, pensata e amata, mi sta stritolando, sta alimentando la mia paura, ed è difficile da far capire. Scrivo che ci stanno scaricando la batteria, per favore basta, li aggiorneremo quando ci saranno novità. Alcuni continuano lo stesso.

Qualcuno scrive di non preoccuparsi, sa di avere i parenti che lo leggono, li vuole tranquillizzare. Non dice che siamo nella zona dove sono scappati, dice che siamo al sicuro, ma c’è sempre chi commenta dall’Italia per dire cosa ci sta succedendo, cosa stiamo rischiando, come se il giro dell’informazione fosse più attendibile da lì. Forse lo è, scopro poi. La Francia non ha voluto creare panico e allarmismo, le televisioni francesi hanno dato la notizia in modo più controllato, mi dicono. Hanno fatto bene.
Chi sa che siamo vivi, continua a cercarci. Non sappiamo come fermarli.
State qui vicino, ma non alimentate il terrore che ci sta scorrendo in vena. Non ci state permettendo di fingere che vada tutto bene, mentre qui, i francesi, sono tranquilli e ci tranquillizzano, ci proteggono.
Qui stiamo cercando di cantare.
Intanto, fuori, i terroristi continuano a uccidere. E potrebbero entrare da un momento all’altro.
Qualcuno dice di no, altri non dicono niente.

Sessanta morti, e ci sembrano tantissimi.
Barricano le vetrate con pannelli di legno, chiudono la porta. Poi si sente bussare e uno va ad aprire per vedere chi è. Scoppiamo a ridere tutti insieme.
Entra una donna che era uscita per fumarsi una sigaretta. Poi arriva un ragazzo di colore. Gli italiani lo guardano male, qualcuno dice Eh, però, se facciamo entrare anche loro… E il ragazzo si vede che è entrato lì per sentirsi più al sicuro, conosce i proprietari, gli offrono da bere.
La donna con la fisarmonica continua a portarci canzoni, poi si arrende. Capisce. Le dispiace. Ha paura anche lei, ma quella era comunque la nostra serata. Ci scusiamo con lei.
Proviamo a chiamare i taxi ma non arrivano, hanno chiuso gli arrondissement a rischio, tra cui quello dove siamo noi. Non siamo raggiungibili, non possiamo andarcene.
I francesi escono, tornano a casa. Chi a piedi, chi ha la macchina, gli chiediamo se sono tranquilli, alzano le spalle, ci sorridono e fanno il loro Beuf, tanto a casa ci devono tornare, in giro è pieno di polizia, hanno molta fiducia nella polizia, e poi se deve succedere succede.
Ci augurano buon soggiorno e vanno.
Il gruppo dei tredici italiani decide di raggiungere la metropolitana. Non credo che vada, gli dico, ma loro non capiscono perché non dovrebbe andare, si sono informati, chiude all’una, è mezzanotte, loro vanno. Non credo che vada adesso, preciso, ma loro vanno.
Siamo rimasti in pochi, nel frattempo un’esplosione a Les Halles, vicino all’albergo delle nostre amiche, lì sarà difficile poter tornare.
Decidiamo di uscire, proviamo.

Per la strada, diverse persone. Camminano, chiacchierano, fumano una sigaretta, parlano al telefono, tornano a casa. Come in un normale venerdì sera.
Vedo un taxi sulla nostra via, ha la luce verde, mi metto in mezzo alla strada e lo fermo. Per favore, ci porta a casa?
È spaventato, aveva deciso di finire il servizio e di tornare dalla sua famiglia, al sicuro, ma decide di portarci. Dove, però? La città è bloccata. Forse a casa nostra ci si arriva, saliamo tutti e quattro e andiamo. In macchina, il nostro silenzio e la radio che ci aggiorna in tempo reale. Finalmente notizie dirette.
Mentre siamo in auto parlano di quattro o forse cinque esplosioni al Bataclan. Era tutto esaurito, dicono, tiene millecinquecento persone, c’era un concerto rock, hanno sparato come se fossero in una riserva di caccia, ammazzandoli a gruppi o uno a uno.

Catene di poliziotti in divisa d’attacco bloccano le strade.
In giro, persone che camminano, chiacchierano, fumano una sigaretta, parlano al telefono, tornano a casa.
Dobbiamo fare un giro lunghissimo, prendere la periferica, sennò a casa non ci arriviamo. Incrociamo ambulanze che sfrecciano urlando, la radio continua.
Alcuni sono ancora in fuga, alcuni probabilmente armati. Dove? Dove sono?

Cento morti, e ci sembrano tantissimi.
Isa telefona all’albergo, è nel Marais, non possono andare lì, è pericoloso, che dormano fuori e tornino domattina, le dicono. È quasi l’una di notte.
Per le strade persone che camminano, chiacchierano, fumano una sigaretta, parlano al telefono, tornano a casa.
All’una arriviamo a casa, ringraziamo il tassista, gli auguriamo di tornare dai suoi senza problemi, lo ringraziamo ancora.
La nostra zona è tranquilla, noi no. Fingiamo, ci aggrappiamo al fatalismo, proviamo a ridere, ci riusciamo a fatica.

Vorremmo cantare insieme ai francesi.