• I sensi di colpa sono fili che ti ingarbugliano l’anima e danno potere agli altri.

    Buona Fortuna

Quest’anno, sul GSSP Scrittura e narrazione, gli Scrittori Pigri hanno intervistato, in ordine di intervista: Cristina Rava (scrittrice), Antonietta Pastore (scrittrice e traduttrice dal giapponese) e Luca Briasco (editor, traduttore e agente letterario).
Non pubblico mai tutte le interviste che vengono fatte sul GSSP – appartengono al GSSP – ma questa volta faccio un’eccezione e ne pubblico due su tre.
Quella a Luca Briasco (un’altra intervista interessantissima che per adesso ho letto solo io e che venerdì pubblicherò sul forum degli Scrittori Pigri) la tengo riservata a loro.

Voi, dopo aver letto quella fatta a Cristina Rava, godetevi questa ad Antonietta Pastore.

Nata a Torino nel 1946, dopo il diploma di maturità classica, si è laureata in Pedagogia all’Università di Ginevra, dove è stata allieva di Jean Piaget, e ha poi conseguito un master alla Sorbona di Parigi.
Negli anni Settanta ha lavorato a Parigi presso il Centre George Pompidou in qualità di assistente alla divulgazione pedagogica.
Dal 1977 al 1993 ha vissuto in Giappone, dove è stata visiting professor all’Università di Lingue straniere di Osaka.
Nel 1993 è tornata a vivere in Italia e da allora si dedica alla traduzione letteraria e alla scrittura.

Ha tradotto opere narrative di numerosi autori giapponesi tra i quali Natsume Soseki, Abe Kobo, Inoue Yasushi, Nakagami Kenji, Ikezawa Natsuki, Kirino Natsuo, Kawakami Hiromi, e gran parte dell’opera di Murakami Haruki.
L’ultima traduzione pubblicata è proprio L’assassinio del Commendatore di Murakami Haruki.
Nel 2017 ha ricevuto il Premio Internazionale Noma per la traduzione dal giapponese.

Ha pubblicato con Einaudi il saggio Nel Giappone delle donne (maggio 2004), la raccolta di racconti Leggero il passo sui tatami (marzo 2010, premio Settembrini) e il romanzo Mia amata Yuriko (gennaio 2016).

Le dieci domande per lei degli Scrittori Pigri.

1. Sono sempre stata affascinata dalla filosofia del “tradurre senza tradire”, soprattutto quando le due lingue e civiltà sono così diverse come quelle su cui lavora lei, l’italiana e la giapponese. Mi risulta che in giapponese uno stesso concetto venga espresso in maniera diversa a seconda del soggetto che lo esprime. Se è davvero così, quali sono i modi per rendere questa cosa in italiano?
Nella lingua giapponese c’è qualche caratteristica o formula che ritiene interessante ma che non è riproducibile in italiano?
Nella società giapponese la gerarchia − basata sull’età, sul grado all’interno di un’azienda o un’amministrazione, e anche sul genere − ha grande importanza, e dunque si riflette nel linguaggio. In italiano non abbiamo strumenti sufficienti per esprimerne tutte le sfumature, perché la nostra lingua ha solo tre pronomi personali con i quali ci si possa rivolgere a una persona: “tu”, “lei”, “voi”. Di conseguenza per riuscire a rendere in modo fedele il grado di deferenza, in una conversazione, di un personaggio verso un altro, dobbiamo ricorrere a circonlocuzioni, del genere “sarebbe tanto gentile da…”, “mi farebbe il favore di…” . 
Per esprimere invece il tono brusco o autoritario che qualcuno può avere verso un sottoposto, o semplicemente verso una persona più giovane, può essere sufficiente eliminare parole come “per favore” o “sii gentile”, o aggiungere un punto esclamativo a un ordine impartito. In certi casi però si deve ricorrere a espressioni più forti, come “non si permetta di…”

La gerarchia però, nella lingua giapponese, si esprime anche con la scelta di vocaboli diversi per dire la stessa cosa, a seconda della circostanza. Ad esempio, “mangiare” si dice “taberu”, che è la forma piana, corretta, ma anche “kuu”, che è più brusco. In italiano, abbiamo la scelta tra “mangiare”, “pranzare” e “cenare” − “ha già pranzato?” suona diverso da “ha già mangiato?” − ma a volte non basta e bisogna usare un giro di parole.

Quanto a espressioni difficili da rendere in italiano, mi viene subito in mente  yoyū ga nai. Significa “non c’è tempo, o spazio, in più”, ma anche “non c’è libertà di muoversi”, “non c’è disponibilità (anche economica)”, “non c’è margine di manovra”. Yoyū ga nai è un po’ la bestia nera dei traduttori, e non solo italiani. Anche la parola kokoro è difficile tradurre, perché significa “cuore”, ma anche “mente” e “spirito”; le tre cose insieme, cioè, ma in italiano non esiste un vocabolo corrispondente.

2. Leggendo autori giapponesi mi sono reso conto che c’è una netta differenza nel modo in cui vengono descritte le cose. Il tipo di comunicazione è nettamente differente, quasi distaccata eppure riescono a trasmettere delle sensazioni molto forti. Faccio riferimento soprattutto ai libri di Murakami Haruki in cui le parole si susseguono come l’acqua di un fiume trascinandoti nella storia con lentezza e allo stesso tempo con estrema forza. La mia domanda è: questo modo di scrivere è lo specchio della società giapponese o è più legato a una questione di formalità?
Io credo che sia lo stile di Murakami − quello personalissimo che lui ha trovato dopo i primi maldestri tentativi −, e ritengo che non abbia relazione con i modi espressivi della società giapponese. Infatti ha conquistato lettori di tutte le aree geografiche.

3. Nei lavori di Murakami da lei tradotti che ho avuto il piacere di leggere e apprezzare, ho notato come l’autore riesca a trasmettere perfettamente tramite la scrittura la percezione del “vuoto”. Quella del vuoto è una caratteristica della “forma mentis” orientale che purtroppo a noi occidentali risulta molto ostica, quasi aliena. Quello che volevo chiedere è: quanto in una traduzione da una lingua con una struttura semantica così lontana dalla nostra viene “perso” del significato originale che l’autore voleva trasmettere?
E quanto e in che maniera, secondo lei, le categorie del pensiero occidentale sono un ostacolo per una corretta comprensione di autori che percepiscono il mondo in un modo così diverso? E per finire, quali sono le difficoltà incontrate da traduttrice a rendere comprensibile questa percezione?
È vero che il concetto di “vuoto” è ostico alla cultura occidentale, ma uno scrittore di talento sa trasmettere valori e concetti estranei alla forma mentis di chi legge. Con le immagini, con le atmosfere, con il ritmo della narrazione. In questo caso, direi che il compito del traduttore è meno complesso di quanto sembri, deve limitarsi a ricreare più fedelmente possibile immagini, atmosfere e ritmi così come li trova. Non deve inventarsi niente, cioè, basta che si affidi alla forza comunicativa dell’autore.

4. Ne Il mestiere dello scrittore, Murakami racconta che uno dei motivi principali del successo del suo romanzo d’esordio (Ascolta la canzone del vento) è essere riuscito ad “inventare” un linguaggio nuovo e originale, grazie a una sorta di fusione tra inglese e giapponese, che scrivere in inglese lo ha portato ad asciugare o semplificare le sue frasi, la scelta delle parole.
Mi chiedevo se nei suoi libri, come traduttrice, lei nota una differenza nel modo di scrivere, rispetto ad altri autori giapponesi, che pensa possa essere legato a quella forzatura iniziale. E anche come sia possibile rendere questo elemento di originalità in una traduzione.
Lo stile di Murakami ha segnato una svolta nella letteratura giapponese. Più che di quella “forzatura”, è il risultato di tutte le letture di autori americani fatte da Murakami quando era ragazzo. Scrittori come Carver, Chandler, Fitzgerald − che in seguito lui ha tradotto in giapponese − l’hanno molto influenzato. Ascolta la canzone del vento ha portato, è il caso di dirlo, una “ventata” d’aria fresca nel panorama letterario dell’epoca. Con i primi romanzi di Murakami, si apre un’epoca nuova, da allora sono emersi negli anni tanti altri scrittori − e soprattutto scrittrici − con uno stile molto lontano da quello degli autori della generazione precedente (quali ad esempio Mishima, Inoue Yasushi, Abe Kobo, Nakagami Kenji). Uno stile molto più attinente alla vita quotidiana, alla realtà attuale.

5. Nel tradurre un romanzo può capitare di sentire la necessità di confrontarsi con l’autore per qualche aspetto? Quanta libertà si ha, nel discostarsi da una traduzione letterale per rendere al meglio, in una lingua differente, quello che l’autore ha scritto?
Quanto un traduttore nel suo lavoro diventa autore? E quanto e quando l’autore consente che ciò avvenga?
La necessità di confrontarmi con l’autore ogni tanto la provo, ma purtroppo con Murakami Haruki non è facile. Ho provato a farlo, via mail, un paio di volte, ma la risposta, per quanto cortese, si riassumeva a un “non ricordo, lascio l’interpretazione a lei”. Il succo era questo. Quindi, se ho delle incertezze, preferisco scrivere a una mia amica giapponese, forte lettrice e fan di Murakami, e chiedere consiglio a lei. Quanto agli altri autori che traduco, spesso sono morti, quindi se ho un problema di traduzione ricorro alla stessa amica. Inoltre i classici moderni sono sempre tradotti in altre lingue, e quando ho dei dubbi consulto le traduzioni in inglese o in francese. Riguardo a Kawakami Hiromi, finora non mi è capitato di trovarmi in serie difficoltà nell’interpretazione di qualche passaggio di un suo romanzo; anche se il suo stile non è facile da rendere in italiano, perché è molto sfumato e allusivo.

Vengo ora alla domanda sulla traduzione. Io penso che il traduttore, soprattutto quando traduce da una lingua di partenza molto diversa da quella d’arrivo, abbia molta libertà. Deve avere il coraggio di prendersela. Perché l’obiettivo è rendere l’atmosfera del racconto, il sentimento dell’autore, e questo richiede a volte che ci si allontani dal testo originale. Il che significa che il traduttore riscrive completamente il libro, e quindi diventa anche in parte autore. Con una dose di creatività molto inferiore a quella di chi ha scritto l’originale, tuttavia. È un equilibrio difficile da trovare, e in questo consiste soprattutto l’arte del tradurre, ma anche il piacere e l’emozione della traduzione. Per raggiungere questo risultato, naturalmente l’esperienza è un fattore prezioso. 

6. Traduce anche dall’italiano al giapponese? Se sì, qual è la “direzione” più stimolante per lei?
No, non traduco mai dall’italiano in giapponese. I traduttori, tranne rare eccezioni, traducono sempre nella loro lingua materna, qualunque sia il loro campo linguistico.

7. Quali sono i generi più amati dai lettori giapponesi? Horror e thriller hanno molto successo nelle sale cinematografiche e spesso confermano questa popolarità in Occidente: succede lo stesso nel campo della narrativa? Mi riferisco a Natsuo Kirino, ad esempio.
I thriller da sempre sono molto amati dai lettori giapponesi. Ma non solo questi, negli ultimi anni si sono affermate diverse scrittrici i cui romanzi toccano problematiche della società giapponese, quali rapporto nella coppia, maternità, lavoro femminile, prostituzione.  Quanto a Natsuo Kirino, è molto popolare, ma nonostante in occidente la si consideri una scrittrice di noir, in realtà la sua scrittura è molto più diversificata, di più vasto spettro. Comunque i giapponesi leggono molto più degli italiani e continuano ad amare i classici moderni come Natsume Soseki, Kawabata o Tanizaki, e gli scrittori della generazione seguente che ho citato prima (Mishima ecc…)

8. Quanto la sua formazione pedagogica è stata importante all’inizio e durante la sua nuova vita in Giappone?
È stata fondamentale. Non tanto perché mi abbia dato delle “formule” di interpretazione, che non esistono, quanto perché ha plasmato la mia forma mentis, mi ha fatto prendere l’abitudine mentale di andare al di là dell’apparenza, di scavare sotto la superficie delle cose e cercare di capire la motivazione reale di parole e comportamenti. Mi ha anche aiutato a mettere in discussione me stessa, a fare un passo indietro e cercare di osservarmi con obiettività. Non sono sicura di esserci sempre riuscita, probabilmente no; ma quest’atteggiamento mi ha aiutato a capire che per creare una vera comunicazione con i giapponesi, dovevo liberarmi non solo dei pregiudizi che avevo su di loro, ma anche di qualcosa che chiamerei ‘egocentrismo europeo’. Quel tipo di atteggiamento mentale, cioè, che dà per scontato che il ‘comune buon senso’ sia quello occidentale. Comprendere che il concetto stesso di ‘buon senso’ è fluido, che varia da una cultura all’altra, è stato il primo passo verso una maggiore apertura verso i giapponesi, e quindi verso il dialogo e la reciproca comprensione.

9. Mi piacerebbe sapere se il lavoro di traduttrice ha avuto un impatto su quello di scrittrice e viceversa.
Sicuramente la traduzione è una buona scuola di scrittura, ma non so quanto abbia potuto influenzarmi. Non è una cosa di cui io sia in grado di rendermi conto, forse i lettori possono giudicare meglio di me. Credo però che il mio stile sia stato influenzato piuttosto dalla letteratura francese, che conosco bene per aver vissuto, prima di andare in Giappone, dieci anni in paesi dove parlavo in francese e leggevo soprattutto in francese. Ancora adesso, quando scrivo, ho dei francesismi che sicuramente lasciano interdetti i miei editor.

10. Confesso di averla conosciuta prima come scrittrice e successivamente come traduttrice. Ho apprezzato molto come lei riesca a descrivere la cultura e la vita nipponica nei suoi libri, con sinceri occhi occidentali che hanno anche saputo oltrepassare alcune diversità apparentemente incompatibili (per quanto affascinanti) con la nostra quotidianità.
Compatibilmente con il suo ingente lavoro di traduttrice, ha mai pensato di scrivere una continuazione al suo “Leggero il passo sui tatami”, o più in generale, di pubblicare un quarto libro?
Mi fa piacere che abbia apprezzato i miei libri. Quanto a scriverne un altro, ci sto pensando e spero di trovarne il tempo, ma non sarà necessariamente un libro che riguarda la mia vita in Giappone, o ambientato in Giappone.

In ogni GSSP presento agli Scrittori Pigri tre figure professionali del mondo dell’editoria – scrittori, editor, agenti letterari, traduttori – e gli offro la possibilità di intervistarli.

Negli scorsi anni hanno intervistato Ester Armanino, Gianluca Morozzi, Sara Rattaro, Riccardo Gazzaniga, Giuseppe Culicchia, Pietro Grosso, Marilena Rossi (editor Mondadori), Elisa Tonani (linguista, per la punteggiatura), Silvia Meucci, Ricciarda Barbieri (editor Feltrinelli), Chiara Beretta Mazzotta, Alice Basso, Chiara Gamberale, Paola Cereda, Alba Bariffi (editor), Luisa Rovetta (Grandi Associati), Bruno Morchio, Francesca de Lena (editor e scout letteraria), Mauro Morellini (editore), Nadia Terranova, Giovanna Salvia (redattrice Feltrinelli), Alessandro Gelso (direttore editoriale di Rizzoli Ragazzi).

Una delle persone intervistate quest’anno è Cristina Rava, di cui è uscito da pochi mesi il romanzo Di punto in bianco per Rizzoli (collana NeroRizzoli).

Nata ad Albenga (SV) nel 1958, dopo gli studi classici non ha concluso il corso di laurea in Medicina per questioni famigliari, conservando però forte l’amore sia per la medicina che per la letteratura.

Da questo connubio è nato uno dei suoi personaggi: il medico legale Ardelia Spinola, coprotagonista e protagonista di una serie che conta al suo attivo nove romanzi.

La passione per il genere crime ha visto il suo esordio con il primo di una serie di romanzi editi dalla Frilli di Genova. Dopo cinque titoli (Indagine al nero di seppiaTre trifole per RebaudengoCappon MagroCome i tulipani gialliSe son rose moriranno), è avvenuto il passaggio a Garzanti con altri quattro titoli (Un mare di silenzioDopo il nero della notteQuando finiscono le ombre e L’ultima sonata) e, dal 2019, è passata in Rizzoli, nella collana NeroRizzoli, con Di punto in bianco.

Con il suo beneplacito e quello degli Scrittori Pigri, condivido con voi la loro intervista.

Qual è per te l’emozione più difficile da mostrare su carta? Come procedi per farlo?
L’emozione più difficile da raccontare è la sofferenza. Quando un momento personale infame va a coincidere con un dolore del personaggio, è problematico separare le emozioni private dalla narrazione. È necessario lavorare su se stessi, ritrovare la calma interiore e separare il privato dal lavoro, senza riversare enfasi in un racconto che richiede equilibrio e lucidità. In genere mi butto in una descrizione paesaggistica. Vengono benissimo.

Abbiamo avuto la possibilità di intervistare anche degli editor che ci hanno descritto il loro lavoro. Qual è la cosa che trovi più preziosa, dell’intervento di un editor su un tuo libro? E (se c’è) quella che ti mette più in difficoltà?
L’attivazione di aree neurali. Inciampare in correzioni severe, che devo attuare io e non lui, mi costringe a escogitare soluzioni nuove. L’intervento potrebbe ridursi a semplice inversione da forma attiva in passiva o viceversa, con scambio tra soggetto e oggetto; oppure potrebbe presentarsi la necessità di una frammentazione, con la creazione di un periodo più complesso.
La modifica mi obbliga a pensare in modo diverso, per questo ho parlato di aree neurali, o di nuove connessioni intersinaptiche che permettono di non fissare l’azione secondo una prospettiva ma di procedere in modo fluido. E questa diventa poi un’abitudine.
Le ripetizioni sono un inghippo che loro vedono e tu no. E quando non si trova un sinonimo, si ritorna alle modalità appena illustrate: una fatica immane per aggirare un termine ripetuto.

Come procedi nella scrittura di un romanzo? Progetti la trama e quando tutto è definito cominci a scrivere, o parti da un’idea e la sviluppi un po’ alla volta scrivendola? O magari procedi in un altro modo ancora?
Se la pianifichi prima, resti fedele alla trama che ti sei data o ti capita di modificarla, anche sostanzialmente, in corso d’opera?
In genere costruisco l’intera trama prima di scrivere una parola. Ho bisogno di avere il pieno controllo delle vicende. Ciò non esclude che possano intervenire cambiamenti non tanto sull’esito, quanto su parti dell’impianto, perché subentrano acquisizioni tecniche che impongono un cambiamento. Non si tratta mai però di un cambiamento sostanziale. 

Mi piacerebbe sapere quale sia la tecnica per la scelta e la gestione di uno o più personaggi, che saranno il filo conduttore non solo del primo romanzo ma anche di quelli successivi.
Considerando che fino a oggi, tranne due eccezioni, ho scritto storie seriali, i personaggi sono predefiniti. Naturalmente gli anni passano, succedono cose e quindi la loro fisionomia e il loro profilo psicologico sono suscettibili di variazioni verosimili. Il problema non si pone al primo romanzo, ma impone una verifica di coerenza, che non dev’essere rigida, ma credibilmente mutevole.

Quanta quotidianità entra nei romanzi di uno scrittore e quanta fantasia? I personaggi hanno spesso un alter ego nella sua realtà e come si riesce ad evitare che qualcuno riconosca se stesso? La classica formula “la somiglianza a fatti e persone citate è puramente casuale” è sufficiente? Non è mai capitato che qualcuno si sentisse tirato in causa?
I miei romanzi sono intessuti di quotidianità, la nostra, quella condivisa, fatta di stanchezza, di cene tra amici, di dolori sentimentali, di problemi di lavoro e piccoli successi personali.
Talvolta mi ispiro a figure incontrate nella vita reale, ma in genere vengono riplasmate per inserirle nell’impianto narrativo. Lascio emergere qualcosa in più quando si tratta di soggetti antipatici che spero possano riconoscersi in caso di lettura.
Forse a qualcuno potrebbe essere capitato, ma non è mai venuto a lamentarsi.

Le ambientazioni le scegli in base alla conoscenza che hai dei luoghi e poi ci costruisci il romanzo o pensi alla trama e poi la inserisci in un certo luogo? In che modo l’ambientare i tuoi romanzi nei luoghi della tua vita modifica la percezione degli stessi e come scegli quali luoghi far entrare in un romanzo e tramite quali dettagli?
Avresti qualche consiglio sulla caratterizzazione dei luoghi che utilizziamo?
Diceva la buonanima di Agatha Christie che il male è uguale dappertutto. Non sono d’accordo. Ogni società ha la sua percezione di male e le sue leggi, morali e giuridiche, per contrastarlo. Ma il male è presente dappertutto. Non esistono società beate. Pertanto non ho difficoltà ad ambientare le mie storie nel territorio a me famigliare. Ciò mi permette una gestione più agevole delle vicende.
La costruzione di eventi di fantasia in luoghi reali non cambia la percezione degli stessi. È semmai il contrario. Sono i tratti di vie e gli scorci naturali che mi suggeriscono di ambientare un’azione. Senza pianificazioni. Li osservo, è un flash, una sintonia. Resta poi, nella mia memoria successiva, l’impronta di quel racconto.
Consiglio di seguire l’istinto. Un luogo può essere interessante, unico, suggestivo, ma non adattarsi al nostro disegno mentale. Quindi inutile e dannoso forzare. Talvolta uno scorcio intravisto dal finestrino può contenere un’intera storia.

Fai molte ricerche per approfondire il personaggio e la sua attività, gli avvenimenti, le questioni tecniche, legali, mediche o altro? Se sì, di che tipo?
Il campo delle ricerche è disparato. Può coinvolgere personaggi, ambientazioni o situazioni. Predomina l’aspetto medico legale perché il mio personaggio principale o coprotagonista è un medico legale. Questo include dinamiche, metodi omicidiari e caratteristiche della scena del crimine. Ma non soltanto. Il genere crime è quello che più include aspetti scientifici non soltanto pertinenti la soppressione delle vittime, ma ascrivibili a metodiche d’indagine e a contesti specifici.
Può accadere che sia sufficiente un buon pdf universitario, ma la strada migliore è la consulenza con esperti in materia, qualunque essa sia. Il motivo è presto spiegato: l’intervista ad un tecnico permette di adattare ragionevolmente le risposte alla necessità narrativa.

Ci sono meccanismi del genere crime di oggi che secondo te bisogna assolutamente rispettare? Esistono differenze sostanziali rispetto ai dettami del genere classico e tradizionale?
Mi riferisco in particolare alle varie declinazioni delle “regole del giallo” proposte da molti autori, da Chandler a Van Dyne a Knox (ma anche Agatha Christie e tanti altri)
Oggi come sempre è obbligo rispettare le regole di verosimiglianza. Che un proiettile calibro 9×21 trapassi Caio uccidendolo e colpisca la ringhiera, rientra nelle possibilità; che dopo aver rimbalzato colpisca la porta dell’ascensore e ammazzi Tizio che ne stava uscendo rientra già un pochino nella fantascienza; che finisca la sua corsa nell’occhio di Sempronio, precedentemente intossicato dal fugu diventa comicità. Il lettore non s’immedesima più. Se è di buon carattere ride, se è ombroso butta via il libro.
Obbligo del rispetto della logica: niente come il genere crime obbliga al rispetto del vincolo causa effetto. Se si teme che la propria memoria possa tradire, è consigliabile annotare i passaggi salienti e alla fine della stesura operare un controllo accurato della sequenza di eventi.
L’ambientazione di una storia in epoca attuale obbliga a un’accurata documentazione sulle tecniche investigative che vanno dai test di laboratorio, alle metodiche di rilevamento, alle telecomunicazioni, includendo le geolocalizzazioni tramite le celle di telefonia mobile.
Non credo che valgano le regole del passato, invece, per ciò che riguarda i meccanismi della narrazione. Il poliziesco di scuola anglosassone era un gioco ozioso di società, l’hard boiled era il ritratto dei bassifondi dove brillava l’onestà del detective, anche se un po’ stropicciato dagli stravizi. Oggi la letteratura di genere è anche socialmente utile ed è un valido veicolo per denunciare magagne e malcostume.

Mi sembra che il genere crime stia riscuotendo un enorme successo in questi anni, in termini di vendite e apprezzamento di pubblico. Oltre all’aumento dei lettori, è cresciuto notevolmente il numero degli esordienti che provano a scrivere un crime: quali consigli dai a chi vuole cimentarsi in questo tentativo.
È una buona ricetta quella di mescolare originalità e tradizione (in modo da incuriosire il lettore ma non spaventarlo distaccandosi troppo da ciò a cui è già abituato)? Quali sono gli errori da evitare? Ci sono libri di approfondimento che consiglieresti?
Un’accurata e costante lettura dei colleghi contemporanei di tutte le latitudini. Spesso un bravo scrittore di noir sa raccontare la propria società in tutti i suoi aspetti, anche quelli minuti e quotidiani.
La ricetta buona non è rigida come quella di un dolce. Tutto dipende da quale ambiente si è scelto come sfondo e coprotagonista della storia. L’originalità non sta tanto nella costruzione, perché i rapporti tra vittima assassino investigatore non si prestano ad infinite variazioni. Quello che conta è la profondità dei ritratti personali, delle pulsioni segrete, della credibilità dei rapporti tra i personaggi.
L’errore principale è quello di esagerare, di strafare, di voler stupire. Una storia accede all’empatia del lettore quando è credibile, quando gli permette di immedesimarsi. Stiamo parlando di noir. Nel thriller esistono regole differenti. L’efferatezza, lo stato di aspettativa angosciosa della catastrofe imminente, la disperazione della vittima, colta ancora viva nell’attesa del supplizio, sono aspetti lontani dalla mia narrativa sui quali non posso fornire suggerimenti.
Ribadisco il consiglio di lettura di colleghi contemporanei quando già si sia acquisita una buona conoscenza dei classici. Sarebbe utile integrare con lo studio di testi tecnici che spazino dalla psichiatria forense, allo studio della scena del crimine, all’acquisizione di prove, includendo le tecniche d’interrogatorio, rudimenti di medicina legale (relativi all’approccio con il cadavere al momento del rinvenimento e delle prime valutazioni).

Quali case editrici ti sembrano più attente a valutare crime scritti da autori esordienti?
Forse Sellerio, E&O, Marsilio, NeroRizzoli, Einaudi e Guanda, ma sarebbe più giusto chiedere a un agente letterario.

 

Grazie, Cristina, per la tua generosa disponibilità!

Io e Francesca de Lena ci stiamo ragionando da tempo, all’inizio era un’idea buttata lì, quelle frasi che cominciano con un “Sarebbe bello fare qualcosa insieme” e vengono lanciate nel futuro perché in quel momento non c’è tempo per nuovi progetti.
Poi, un giorno, abbiamo detto “Facciamolo”.
Io avevo i miei Scrittori Pigri alle prese coi loro romanzi e senza idea di dove trovare un editor da cui farsi aiutare a sistemarli prima di proporli ad agenti letterari e case editrici.
Francesca aveva i suoi editor formati in Apnea, il suo laboratorio di editing.
“Mettiamoli insieme!” ci siamo dette. “Ma teniamoli ancora un po’ per mano, va’”.

Sono davvero molto felice di annunciarvi la nascita diCHE COS’È
Scrittori Pigri in Apnea è la masterclass che mette in contatto gli scrittori che hanno frequentato il laboratorio degli Scrittori Pigri di Barbara Fiorio e gli editor che si sono formati in Apnea laboratorio di editing di Francesca de Lena.
Oppure scrittori e editor esterni, che si candidano e passano la selezione.

Si tratta di un lavoro di editing a romanzi inediti, supervisionato da due professioniste.

COSA SI FA
Si lavora per coppie: a ogni scrittore viene assegnato un editor con il quale confrontarsi e lavorare al proprio romanzo. Editor e scrittore si terranno in contatto via mail, videoconferenza, chat e lavoro sul testo con la modalità “revisione” di Word.
Editor e scrittori saranno guidati nel percorso di editing e revisione del romanzo dalle rispettive tutor: Francesca de Lena per gli editor, Barbara Fiorio per gli scrittori.
Il percorso è segnato da incontri e lezioni in diretta online e in più supporti scritti e video che risponderanno alle domande, scioglieranno dubbi, indirizzeranno verso proposte e soluzioni.

DURATA
Dal 29 aprile alla prima settimana di ottobre 2019, senza scadenze di consegna nei mesi di luglio e agosto.
Potreste dover riscrivere intere parti del vostro romanzo; potreste dover conciliare questo percorso con il vostro normale lavoro e la vostra vita privata; potreste aver bisogno di maggiore tempo e respiro perché non ne avete esperienza; potreste sentire la necessità di metabolizzare le indicazioni e confrontarvi con le tutor, prima di intervenire sul testo. Per questo abbiamo preferito scegliere un periodo medio che includesse il riposo estivo.

COSA FANNO LE TUTOR
Dirigono il lavoro. Una volta formate le classi di scrittori e di editor, le tutor guidano le squadre lungo tutto il lavoro da fare per un totale di: 5 lezioni in diretta online con la propria squadra, 2 lezioni in diretta online con l’altra squadra, 8 interventi scritti o video di approfondimento e risposta alle domande ricevute, e 1 diretta online finale per ogni singola coppia con entrambe le tutor. Resteranno poi a disposizione durante il periodo estivo per ricevere report e aggiornamenti sul vostro lavoro.
Tutti gli incontri e gli interventi saranno registrati e a disposizione degli iscritti per la durata del master: potranno essere riletti o rivisti ogni volta che l’autore o l’editor lo vorranno.

A COSA SERVE
Serve agli autori per avere una reale e completa esperienza di editing e revisione sul proprio romanzo inedito, in modo che sia pronto per essere proposto a eventuali editor o agenti letterari, e per avere una scheda di lettura finale, con alcune indicazioni utili riguardo a chi proporsi.

Serve agli editor per confrontarsi sulla direzione da dare al lavoro, chiarire i dubbi e le incertezze di approccio, di metodo e di merito, costruirsi una personale “cassetta degli attrezzi” e mettersi alla prova nel gestire un editing in autonomia ma potendo contare sul supporto di chi è del mestiere.

PERCHÉ PARTECIPARE SE SONO UNO SCRITTORE
Perché hai scritto un romanzo ma senti il bisogno di lavorarci ancora, prima di inviarlo ad agenti o editori.
Perché non hai mai avuto un’esperienza di editing prima e desideri averla in uno spazio protetto, con la presenza di qualcuno di cui ti fidi a cui poter chiedere supporto quando lo senti necessario.
Perché avresti una squadra per te: non solo l’editor con cui lavorare sul tuo testo, ma anche una scrittrice e una editor professioniste a cui rivolgerti in caso di incertezze su specifici passaggi e altri autori che contemporaneamente fanno lo stesso percorso con cui poter condividere i problemi da affrontare.
Perché non conosci l’ambiente editoriale e non sapresti a chi rivolgerti per scegliere un editor con cui lavorare al tuo inedito: preferisci affidarti alla selezione di Francesca de Lena e Barbara Fiorio.
Perché pagare un editor professionista ti costerebbe decisamente molto di più.

PERCHÉ PARTECIPARE SE SONO UN EDITOR
Perché stabilire un rapporto diretto singolo e autonomo con un autore è molto importante per la crescita professionale e il master ti permette di fare questa esperienza senza rinunciare a una guida e a un supporto lungo il percorso.
Perché ti saranno fornite delle tappe operative definite: indicazioni, video e promemoria su cosa fare, in che ordine e come farlo: dall’approccio con l’autore, ai primi elementi da analizzare nel testo, a come orientarsi per definire il target, il genere e la potenzialità editoriale del romanzo a cui lavori.
Perché poi sarai tu con le tue domande a cucirti il percorso addosso: se hai dubbi sulla scelta delle priorità riceverai risposte su quelle, se sei in difficoltà nella comunicazione con l’autore verrai supportato in tal senso, se non sei certo delle soluzioni che intendi proporre è lì che focalizzeremo il confronto.
Perché la squadra ti permetterà di condividere il tuo lavoro: non solo con le tutor, ma con i colleghi che staranno affrontando un percorso parallelo e insieme ai quali esprimere dubbi e sviluppare ragionamenti.
Perché oltre alle risposte-guida che segneranno il tuo percorso, sarai partecipe anche dei problemi e delle relative soluzioni indicate per il percorso degli altri. Ti formerai così un bagaglio di esperienza che andrà al di là del tuo singolo lavoro sul testo.
Perché partecipare sarà come fare l’apprendista prima di mettere su bottega per conto tuo.

POSTI DISPONIBILI
Max 6 coppie (scrittore+editor)

PER ENTRARE
Scrittori Pigri e editor Apnea entrano in automatico alla richiesta di iscrizione.
Gli scrittori, Pigri o esterni, che desiderano partecipare devono inviare un romanzo di max 200 cartelle + sinossi + scaletta della trama. Nel caso degli esterni il romanzo sarà valutato dalle tutor e dovrà passare la selezione. Se il romanzo non è ancora terminato può essere accettato purché il testo scritto copra già circa un 75% della storia e siano complete sinossi e scaletta della trama.
Gli editor esterni che desiderano partecipare devono inviare una scheda di lettura su un racconto inedito che gli verrà inviato e rispondere alle domande che gli saranno fornite. La scheda e le risposte saranno valutate dalle tutor e dovranno passare la selezione.

COME ISCRIVERSI
Se sei uno scrittore devi scrivere a scrittoripigrinapnea@gmail.com e:

  1. Scrivere nell’oggetto: iscrizione AUTORE per Scrittori Pigri in Apnea
  2. Nel corpo della mail presentarti in dieci righe (davvero dieci righe) e dirci
    perché vuoi fare questo percorso
  3. Inviare come allegato:
    – il testo del tuo romanzo inedito (se non è ancora finito dillo nella mail, deve
    comunque essere quasi finito, dai anche un’idea di quanti capitoli potrebbero
    mancare)
    – la sinossi (min 1000 max 2500 battute spazi inclusi)
    – la scaletta della trama in forma di elenco puntato (un punto per ogni evento
    dell’intreccio) di max 2 cartelle.

Se sei un editor devi scrivere a scrittoripigrinapnea@gmail.com e:

  1. Scrivere nell’oggetto: iscrizione EDITOR per Scrittori Pigri in Apnea
  2. Nel corpo della mail presentarti in quindici righe (davvero quindici righe) e
    dirci perché vuoi fare questo percorso
  3. Inviare come allegato:
    – La scheda di valutazione del racconto che ti è stato fornito (previa tua richiesta)
    – Le risposte alle domande che ti sono state poste (previa tua richiesta)

Vi verrà comunicato entro il 22 aprile se la vostra iscrizione è stata accettata.

Le iscrizioni sono aperte dal 14 marzo al 20 aprile 2019.

COSTI
Per gli scrittori: 750 euro
Per gli editor: 450 euro

CALENDARIO
Gli incontri in diretta online si tengono dalle 18:00 alle 20:00, salvo diversi accordi con le squadre. In blu gli appuntamenti in diretta.

Aprile
Lunedì 29 incontro diretta online della squadra con la propria tutor

Maggio
Martedì 7 incontro diretta online con la tutor dell’altra squadra
Giovedì 9 si inviano le domande alla tutor
Lunedì 13 si riceve il video o il testo di risposte
Lunedì 20 incontro diretta online della squadra con la propria tutor
Giovedì 23 si inviano le domande alla tutor
Lunedì 27 si riceve il video o il testo di risposte

Giugno
Lunedì 3 incontro diretta online della squadra con la propria tutor
Giovedì 6 si inviano le domande alla tutor
Lunedì 10 si riceve il video o il testo di risposte
Lunedì 17 incontro diretta online con la tutor dell’altra squadra
Lunedì 24 incontro diretta online della squadra con la propria tutor

Giovedì 27 si inviano le domande alla tutor

Luglio
Lunedì 1 si riceve il video o il testo di risposte
Giovedì 4 si inviano le domande alla tutor
Lunedì 8 si riceve il video o il testo di risposte
Lunedì 15 pausa
Lunedì 22 pausa
Lunedì 29 invio report alla propria tutor

Agosto
Lunedì 5 pausa
Lunedì 12 invio report alla propria tutor
Lunedì 19 pausa
Lunedì 26 invio report alla propria tutor

Settembre
Lunedì 2 invio domande alla propria tutor
Lunedì 9 si riceve il video o il testo di risposte
Lunedì 16 incontro diretta online della squadra con la propria tutor
Giovedì 19 si inviano le domande alla tutor
Lunedì 23 si riceve il video o il testo di risposte
Giovedì 26 si inviano le domande alla tutor
Lunedì 30 si riceve il video o il testo di risposte

Ottobre
Prima settimana: appuntamenti in diretta online della singola coppia con entrambe le tutor per la chiusura del percorso.


DOMANDE E RISPOSTE PER RISOLVERE I PRIMI DUBBI (OSSIA LE FAQ)

Di quante battute considero una cartella?
1800 battute spazi inclusi.

Come deve essere la sinossi?
Deve riassumere la trama, compreso il finale, senza osservazioni personali e senza frasi a effetto come se la si dovesse promuovere: è la sintesi della storia rivolta agli addetti ai lavori, non a potenziali lettori.
Deve essere di min 900 e max 1800 battute.

Come deve essere la scaletta della trama?
Deve essere un elenco strutturato per punti. A ogni punto corrisponde un evento della trama. Per evento della trama si considerano solo le reali azioni dei personaggi e gli avvenimenti esterni (terremoto, licenziamento, gravidanza, presa in ostaggio di una persona cara, ecc), non eventuali lezioni imparate/considerazioni/sviluppi psico-emotivi/pensieri o sentimenti provati.
Deve essere di min 2 e max 4 cartelle.

Come si terranno le dirette e dove ci scambieremo le osservazioni, le domande e potremo ritrovare gli approfondimenti e le registrazioni dei video o degli incontri online?
Le dirette si terranno su una piattaforma webinar. Scambi e confronti avverranno attraverso la chat di Hongouts e la mailing list di Google Groups. Approfondimenti video e registrazioni degli incontri online vi saranno inviati in forma di link sul quale cliccare per potervi accedere.

Chi e come si decide l’abbinamento di editor e autori?
Gli editor riceveranno le sinossi dei romanzi scelti dalle tutor e potranno esprimere la loro preferenza. La scelta finale resterà in capo alle tutor.

Oltre all’editor che mi viene assegnato, anche le tutor leggeranno tutto il mio romanzo e mi diranno cosa ne pensano?
No. Loro leggeranno le sinossi, le scalette e diversi stralci del romanzo al momento della selezione, poi seguiranno i vostri lavori, daranno approfondimenti generali e risponderanno alle vostre domande su dubbi specifici, leggendo alcuni passaggi selezionati su vostra richiesta.
Se dovessero leggere e farvi una scheda di lettura sul vostro romanzo, i costi di questo master sarebbero molto più alti: vi converrebbe pagare direttamente un editor professionista.

E se non mi trovo con l’autore o l’editor che mi viene assegnato?
Per gli scrittori è un rischio che, se pubblicherete e, quindi, lavorerete con un editore, correrete sempre. Per gli editor altrettanto: sia che lavoriate in una casa editrice sia che lavoriate come indipendenti vi troverete a occuparvi di testi di autori con cui potreste non sviluppare un’immediata sintonia. Il percorso che tutti farete qui può servire anche a questo: dovrete comunque saper perseguire un obiettivo comune che è il lavoro ottimale sul romanzo.
Alla fine del percorso vi chiederemo comunque di dare una valutazione al lavoro fatto con il vostro editor o autore.

Una volta che avrò il romanzo pronto mi metterete in contatto con editori o agenti letterari?
No, non è quello il nostro lavoro né l’obiettivo di questo master. Però ogni editor consegnerà al proprio autore (previa approvazione delle tutor) una scheda di lettura nella quale, oltre a un’analisi del romanzo, suggerirà quali editori potrebbero essere i più adatti a cui proporlo.

Mio padre ha sbagliato, con me. Lui, uomo, avrebbe dovuto farmi subito capire che essere nata femmina mi rendeva diversa, limitata e con precise funzioni da assolvere. Ha sbagliato, perché mi ha fatto credere di essere una persona prima che una femmina, una persona che, da adulta, poteva disporre della propria vita, del proprio futuro, del proprio corpo senza dover chiedere il permesso a nessuno. E se volevo montare mobili, guidare un’auto o giocare a calcio, lui mi passava il martello, mi spiegava le marce o mi regalava un pallone. E se volevo leggere libri, lui mi portava in libreria e mi lasciava scegliere. Qualunque libro purché lo leggessi, non c’erano libri sbagliati per me, né per età, né per genere, né per argomenti.
Mio papà mi ha fatto credere che io potessi essere capace di fare qualunque cosa volessi, con le stesse potenzialità di un maschio, senza sospettare che potesse esserci un distinguo.

“Studia, impara, cerca di capire cosa vuoi essere e fare e poi impegnati per farlo nel migliore dei modi, sempre a testa alta”, mi ha sempre detto. E poi “Sii autonoma. Abbi l’orgoglio di mantenerti da sola, di non dipendere mai da nessuno, sii sempre libera di scegliere”.
Mio padre ha sbagliato. Pure mia madre ha sbagliato. Perché se in casa c’era un uomo che mi cresceva senza distinzione di genere, c’era anche una donna che lavorava, usciva e viaggiava per il mondo. Esattamente come mio padre.

Mia nonna aveva due figli che andavano già a scuola, quando ha potuto votare per la prima volta. E ci è andata, oh, se ci è andata. Non ha perso un’elezione, perché era un diritto ma anche un dovere civile. Era una cosa importante, ci si vestiva bene per andare a votare.

Quando avevo sei anni, gli italiani hanno votato per il diritto al divorzio. Che prima mica ci si poteva lasciare, prima te lo dovevi tenere il marito violento o fedifrago o mascalzone o fannullone. Prima te la dovevi tenere la donna che ti rendeva infelice.
Quando avevo sette anni e avevo appena imparato a scrivere, è stata tolta la potestà maritale, quella cosa che ci faceva un po’ ridere, che sosteneva la superiorità del marito rispetto alla moglie: l’Italia aveva deciso che in effetti le persone sposate era giusto avessero pari diritto.

Avevo invece dieci anni quando alle donne è stato permesso di decidere da sole se voler diventare madri o abortire, prima il loro corpo non gli apparteneva più se qualcuno le fecondava.

Ed ero già alle medie, invece, quando è stato abolito il delitto d’onore – onore, che orrido abuso di una nobile parola – e gli uomini hanno dovuto smettere di sentirsi giustificati se uccidevano la moglie, la figlia o la sorella perché in preda all’ira, per difendere l’onore. Eh, non lo potevano più fare, gli è stato detto mentre nei corridoi della scuola noi cantavamo “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri.
Lo stesso anno è stato cancellato dall’ordinamento il “matrimonio riparatore” che assolveva uno stupratore se la sua vittima minorenne lo sposava.

Nikka Costa cantava “On my own”, in quel periodo.
Avevo già finito l’università e lavoravo da alcuni anni quando la violenza sessuale è stata riconosciuta come crimine contro la persona e non contro la morale pubblica e il buon costume.

Era ieri.  

E di queste battaglie, di queste conquiste, la mia generazione ne ha beneficiato quasi come di diritti scontati, acquisiti. Diritti che però, spesso, non ha esercitato, non ha tenuto in vita, non ha presidiato, non ha salvaguardato. E che oggi rischia di perdere.
Come sempre, dall’era dei tempi, quando qualcosa non funziona, quando ci sono problemi che non si vogliono affrontare, quando si vuole distrarre la gente da qualcosa di cui non si ha la soluzione, noi donne siamo utilissime. Siamo un bersaglio fantastico, distraiamo tutti senza distinzione, noi portatrici sane di ovaie, noi quote rosa che fa tanto progressista, noi a cui viene “permesso” di lavorare ma senza scordare che nasciamo prima di tutto per essere madri e mogli.
Noi, che se ci sentiamo complete anche senza figli veniamo guardate con sospetto o commiserazione.
Noi, che ancora proviamo un brivido di piacere se l’uomo che amiamo ci dice “Sei mia”.
Noi, che se veniamo violentate, be’, forse non avremmo dovuto essere lì a quell’ora, forse non avremmo dovuto indossare la gonna, forse non avremmo dovuto sorridere a chi magari, all’inizio, si è rivolto a noi con gentilezza.
Noi, che abbiamo stipendi più bassi degli uomini, che se scriviamo romanzi sono di certo per donne, che possiamo fare qualunque lavoro ma senza declinarlo al femminile, che maestra o infermiera va bene, ma ministra o ingegnera, dai, anche se la grammatica lo prevede è l’Italia che non ha l’orecchio, non possiamo dare fastidio a quelli che “suona proprio male”, su.
Noi, che se osiamo occupare un ruolo di potere o di responsabilità, probabilmente siamo figlie di, amanti di o mogli di, nulla che riguardi il merito, comunque. Sennò siamo odiate, insultate, minacciate e il minimo che ci augurano è che un branco di uomini ci stupri. Insinuando che possa pure piacerci.
Noi, a cui, oggi, vogliono rendere di nuovo difficile essere libere e padrone di noi stesse, del nostro futuro, del nostro corpo, perché – parliamoci chiaro – comunque siamo donne e qualcuno deve pur dirci cosa è meglio per noi, qual è il nostro ruolo nella società.

Noi, giudicate da quelli che difendono la vita con un eccelso esercizio di coerenza. Scusate, quale vita esattamente? Perché la nostra mi pare che la stiate considerando di serie B, e la nostra è l’unica vita di cui è certa l’esistenza finché dal nostro corpo – e sottolineo nostro – non ne esce un’altra.
Sono una donna fortunata, perché lavoro, perché vivo da sola, perché nessuno mi ha imposto di avere dei figli e perché un uomo mi ha insegnato a essere libera e una donna mi ha mostrato che si poteva fare.
Ma forse mio padre ha sbagliato, perché quando ti abitui a pensarti come una persona è difficile poi adattarti a essere solo una donna, in Italia.

(questo mio pezzo è stato pubblicato sul n° 6/2018 de “La Città”)

Il 17 dicembre è finito il GSSP Fare un romanzo ma ci siamo dati un po’ di giorni in più per salutarci, abbracciarci, scambiarci le ultime opinioni e cercare anche di organizzare un Pranzo Pigro di fine laboratorio (che faremo a gennaio).

Questo Gruppo di Supporto Scrittori Pigri è stato: 3 mesi di laboratorio; 8 esercitazioni settimanali; 4 analisi di testi, 1 primo capitolo da scrivere; 7 stanze di forum; oltre 7.400 commenti; 1 scrittrice, 1 redattrice e 1 editor intervistati; 53 il massimo punteggio raggiungibile che è stato raggiunto da 11 Scrittori Pigri (un record assoluto!); 47 Scrittori Pigri iscritti tra cui 9 che si sono arresi tra la prima e la quinta esercitazione; 47 hanno fatto l’esercitazione più consegnata (la prima), 30 quella meno consegnata (l’ottava) e 28 l’analisi dei testi meno consegnata (quella sull’incipit); 21 hanno fatto tutto ma proprio tutto quello che era in programma; 36 sono stati i primi capitoli consegnati, 10 discussioni aperte nel corridoio e oltre 1400 commenti lasciati tra una e l’altra.

Per questa settima edizione il gruppo finale era formato da 30 donne e 17 uomini.
12 sono le regioni italiane dove vivono, per la precisione: Piemonte (11), Liguria (9), Lombardia (6), Veneto (5), Toscana (3), Sardegna (2), Lazio (2), Emilia Romagna (2), Puglia (2), Calabria (1), Trentino (1), Friuli Venezia Giulia (1).
E siccome siamo internazionali abbiamo anche qualcuno dall’Inghilterra (1) e dal Belgio (1).

16 avevano già fatto almeno un GSSP, tra i 24 e i 76 anni le loro età (solo anagrafiche!), 44 anni l’età media, 2 sono stati i docenti che hanno avuto, me e l’eccezionale Alice Basso, 3 le persone che hanno intervistato.

E infinite sono state le ore dedicate a questa avventura.
Ne è valsa davvero la pena.

Ecco le nomine di fine GSSP:
21 Super Scrittori Pigri che hanno fatto tutto tra esercitazioni, analisi e primo capitolo
9 Scrittori Pigri Doc che hanno fatto almeno dieci consegne compreso il primo capitolo
9 Scrittori Pigri che hanno fatto almeno sei consegne tra esercitazioni e analisi
8 Pigerrimi che non hanno superato le sei esercitazioni/analisi ma gli vogliamo bene lo stesso

Qualcuno ha già cominciato a bullarsi in pubblico del suo fantasmagorico attestato (grazie Valeria per averli fatti!).

Grazie a tutti, Pigrotti.
Siete stati un gruppo bellissimo, ci ritroviamo qua e là, sparsi per il mondo reale e virtuale.

“Ma la fai sempre la gara per vincere il GSSP” mi chiedono ogni volta e io mi rendo conto di aver creato un appuntamento fisso che le persone aspettano, chi per il gusto di partecipare, chi per leggere, chi perché vorrebbe tanto fare il GSSP ma non riesce a metterlo nel proprio budget.
E così, gli incipit gareggiano per vincere Fare un romanzo, il laboratorio di settembre, e i racconti gareggiano per Scrittura e narrazione, il laboratorio di gennaio.

Ogni anno penso a qualcosa di diverso, ma alla fine si fa la gara e per un mese è tutta una tarantola.
Ci sono quelli che puntano alla giuria popolare, e si promuovono a più non posso, unendo le forze – ma soprattutto i like – di tutti i loro contatti, e quelli che puntano alla giuria di qualità, che aspettano tranquilli il responso delle persone che unisco io per scegliere i migliori.

Due iscrizioni in palio dunque: una al migliore a scrivere, una al migliore a promuoversi (se poi se la cava anche a scrivere, meglio, sennò ci penso io nel GSSP, è un laboratorio di scrittura, del resto).
E posso anche dire che tutti i vincitori hanno sempre vissuto il GSSP con grande partecipazione ed entusiasmo. Sempre. Tutti. Grati per essersi conquistati quel premio.

Adesso sto scrivendo a tutti i partecipanti per ringraziarli e mi concedo anche qualche riga in più per quelli che non sanno – ancora – di essere entrati nella decina dei finalisti: meritano di saperlo, sono stati bravi.

Ma ecco com’è andata questa gara.

Tra il 16 novembre e il 16 dicembre sono arrivati 101 racconti, 65 le autrici, 36 gli autori, 2000 le battute a loro disposizione, 31 i giorni di gara, 2 le iscrizioni in palio, 8557 i voti dei lettori che hanno fatto da Giuria popolare, 30 i membri della Giuria di qualità, tra cui 7 scrittrici, 5 editor, 11 critici e blogger letterari, 3 libraie, 4 Scrittori Pigri Doc, 2 i vincitori.

La gara si è chiusa il 16 dicembre 2018, ed ecco le classifiche.

I vincitori per la Giuria popolare sono stati:
1° classificata: Erika Atzori con “Latino-Americano” (1400 voti)
2° classificata: Laura Aristodemo con “La Luce della strega” (1234 voti)
3° classificato: Matteo Vocino con “Illusione di una visita” (883 voti)

I vincitori per la Giuria di qualità sono stati:
1° classificato: Fabio Tacchi con “A Risiko con la morte”
2° classificata: Michela Armenia con “Viaggio in Svizzera. Sola andata”
3° classificata: Michela Rebuffel con “Chi tocca muore”

Anche questa volta non solo molte persone si sono messe in gioco, ma lo hanno fatto con sportività, tifando anche per gli avversari e votandoli, promuovendosi con simpatia, ringraziando tutti, divertendosi.
È questo lo spirito del GSSP ed è questo che mi piace vedere in chi vorrebbe farne parte.

Tra un mese si comincia sul serio: il 21 gennaio partono i tre mesi di laboratorio online di scrittura con il GSSP Scrittura e Narrazione, sulle tecniche narrative. Tre mesi nel forum del Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, riservato agli iscritti e accessibile sempre, da ovunque. Dove si lavora sodo e si scrive, ma anche dove si crea un bel gruppo. Di supporto. Di scrittori per niente pigri.

Qui trovate un po’ di risposte a eventuali domande sul laboratorio.
Le iscrizioni sono aperte, ma ci sono ancora solo quattro posti disponibili.
Qui trovate il modulo.

Volete fare un bel regalo a qualcuno che ama scrivere?
Mettetegli sotto l’albero il prossimo laboratorio online degli Scrittori Pigri!
Abbiamo un buono natalizio BELLISSIMO!

Grande idea! Ma come devo fare?
Scrivi a scrittoripigri@gmail.com e dì a chi vuoi regalare il GSSP: te lo personalizziamo come vuoi (che ne so, magari vuoi mettere il tuo nome al posto di quello di Babbo Natale, per dire).
Ti daremo le indicazioni per il pagamento e ti invieremo il buono da stampare e regalare. È bello anche in bianco e nero, abbiamo fatto le prove.

E se volessimo fare un regalo di gruppo?
Sul buono scriviamo i nomi che ci dici tu e la frase che volete. Ce la possiamo fare, Valeria è bravissima (io mi limito a dirle “Questo sì, questo no” col mio ditino da maestrina, ma è lei la creativa).

Ma dov’è il laboratorio? Se la persona vive da un’altra parte?
Può vivere dove le pare, tanto il GSSP è online, su un forum riservato agli iscritti. Si può partecipare da ovunque, quando si vuole, quanto si vuole. E dura tre mesi.

Ne voglio sapere di più! Dove trovo tutte le informazioni?
Sul sito trovi tutto ma proprio tutto.

E se alla persona a cui lo regalo voglio far scegliere quale dei due laboratori seguire?
Nessun problema, modifichiamo il buono ed è fatta!
Però quello di gennaio è bello bello, eh. C’è chi si è iscritto per la terza volta 
Per l’altro deve avere già un’idea del romanzo che vuole scrivere. Io, se non lo ha mai fatto, le regalerei il GSSP Scrittura e narrazione.

#GruppodiSupportoScrittoriPigri

Regala un GSSP, sarà un regalo fantastico.
Regalami un Pigro, te lo renderò più attivo di un furetto.

Durante i tre mesi di GSSP, oltre al vero e proprio laboratorio di scrittura, presento agli Scrittori Pigri tre professionisti del mondo dell’editoria e li faccio intervistare da loro.
Cerco sempre di diversificare: scrittori, ovviamente, ma anche editor, agenti letterari, redattori, editori.
E sono sempre tutti molto generosi.
Vengono fuori interviste ricche, interessanti, stimolanti.

Nel GSSP in corso, quello sulla costruzione del romanzo, gli Scrittori Pigri hanno potuto intervistare Giovanna Salvia, redattrice per Feltrinelli (con cui ho lavorato all’editing di Vittoria), Alessandro Gelso, Responsabile Editoriale di Rizzoli Ragazzi, e Nadia Terranova, scrittrice.
Li ringrazio tutti e tre, davvero di cuore, per la disponibilità, la gentilezza e la cura che hanno avuto nelle loro risposte. Ci avete fatto un dono prezioso.

Io e i Pigri condividiamo con voi l’intervista a Nadia Terranova, appena uscita con il suo nuovo romanzo “Addio fantasmi” per Einaudi.

NADIA TERRANOVA
Nata a Messina nel 1978, vive a Roma.
Ha scritto i romanzi “Gli anni al contrario” (Einaudi, 2015; vincitore di numerosi premi tra cui Bagutta Opera Prima, Fiesole, Brancati, Bergamo e del premio americano The Bridge Book Award) e “Addio fantasmi” (Einaudi, 2018).
È anche autrice di diversi libri per ragazzi, tra cui “Bruno il bambino che imparò a volare” (Orecchio Acerbo, 2012; vincitore del Premio Napoli e del Premio Laura Orvieto), “Le nuvole per terra” (Einaudi Ragazzi, 2015) e “Casca il mondo” (Mondadori, 2016).
È tradotta in francese, spagnolo, polacco, lituano.
Ha scritto testi per la radio e per il teatro ed è docente alla Scuola del libro di Roma.
Attualmente collabora con la Repubblica e altre testate.

Questo è il suo sito.

E questa è l’intervista che le hanno fatto gli Scrittori Pigri, un’intervista che involontariamente risponde anche ad alcune domande di cui hanno disseminato il forum in queste ultime settimane, mentre lavoravano ai loro primi capitoli.
Annidati nell’esperienza di Nadia ci sono molti consigli preziosi.

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Mancano due settimane alla fine del GSSP sul romanzo e gli Scrittori Pigri hanno ricevuto in questi giorni le note di editing che io e Alice Basso abbiamo fatto ai loro primi capitoli.

E hanno scoperto cosa significa far leggere il proprio testo a qualcuno che, professionalmente, te lo smonta e ti mostra cosa non funziona.

I problemi principali sono stati: Leggi il resto →

Ho iniziato nel 2014, sono già passate sei edizioni, questa è la settima.
Fa un certo effetto.
Quando è nato il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri ero spaventata: trentacinque persone che per la maggior parte non conoscevo e che vivevano sparse ovunque, mi avevano dato fiducia ed erano pronte a passare mesi con me in un forum online per esercitarsi sulla scrittura narrativa.
Pazze loro, pazza io.

Ho ricreato uno spazio a me familiare, quello delle community di blogger di prima generazione, quando si usavano i nickname e si era liberi, ci si confrontava, ci si metteva in gioco, ci si divertiva, si raccontava.
Un forum, persone con un soprannome (meglio se buffo) e un avatar, un laboratorio di scrittura narrativa, tre mesi insieme.
Questi sono gli Scrittori Pigri.

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