• Uno di quei lavori con un sacco di aggettivi che lo facevano sentire importante quando li diceva tutti in fila e che facevano passare a chiunque la voglia di chiedere esattamente cosa facesse per pagare le bollette.

    Chanel non fa scarpette di cristallo

Gssp+Barbara-coniglioAnche questo GSSP è finito.

Sono stati 3 mesi di laboratorio; 12 esercitazioni settimanali; 7 stanze di forum; 178 discussioni aperte; oltre 12.000 commenti; 4 scrittori intervistati; 49 il massimo punteggio raggiungibile; 48,3 il massimo punteggio raggiunto e 6,5 il minimo; 45 Scrittori Pigri iscritti tra cui 4 che hanno fatto solo due esercitazioni; 45 hanno fatto l’esercitazione più consegnata (la prima); 27 hanno fatto l’esercitazione meno consegnata (la penultima); 24 hanno fatto tutte le esercitazioni; 20 sono state le discussioni aperte nel corridoio della Ricreazione e oltre 2000 commenti di puro cazzeggio lasciati tra una e l’altra (in particolare: 720 nelle cose belle, 233 nelle cose brutte e 336 abbracci nell’angolo per le giornate di merxxa).

E infinite sono state le ore dedicate a questa avventura.
Ne è valsa davvero la pena.

Per questa quarta edizione il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri era formato da 34 donne e 11 uomini.
14 sono le regioni italiane dove vivono – Lombardia (8), Veneto (8), Liguria (4), Emilia Romagna (4), Lazio (3), Piemonte (2), Sardegna (2), Puglia (2), Toscana (2), Calabria (1), Sicilia (1), Trentino (1), Campania (1), Abruzzo (1) – e 2 gli Stati esteri – Francia (Parigi) e Inghilterra (Londra).
13 erano gli Scrittori Pigri che avevano già fatto almeno un GSSP, tra i 25 e i 55 anni le loro età anagrafiche, 41 anni l’età media, 2 sono stati i docenti che hanno avuto: me e l’eccezionale Margherita Trotta (redattrice Mondadori).

Un grazie speciale a Sara Rattaro che ha regalato una video lezione dedicata a loro e ha risposto alle loro domande e altrettanti grazie immensi a Chiara Gamberale, Alice Basso e Riccardo Gazzaniga che si sono fatti intervistare da loro, rispondendo con la generosità che li contraddistingue.

Al momento siamo tutti un po’ disperati perché non ci vorremmo lasciare mai più: tre mesi in un forum riservato creano uno spirito di appartenenza molto forte e una bella comunità di persone unite dall’amore per la scrittura e la lettura.
Ci incontreremo in molti a Milano, a metà maggio, per un pranzo di fine corso, ma soprattutto resterà attivo il forum dei Sopravvissuti e Recidivi dove vanno tutti i partecipanti ai GSSP, per non perdere lo spazio di confronto che hanno saputo creare.

Il prossimo appuntamento sarà a settembre con il GSSP Fare un romanzo.
Le iscrizioni sono aperte con tariffe agevolate per gli Scrittori Pigri e per chi si iscrive entro luglio.

Nel frattempo continuerò a pubblicare i racconti scritti durante questo GSSP e scelti per essere messi sulla pagina Facebook degli Scrittori Pigri.

Pigri, dopo quattro edizioni sono ancora qua a commuovermi per dovervi liberare. Ma avete delle vite a cui tornare, lo so.
Vi abbraccio forte, uno per uno.
È stato molto bello lavorare con voi.

Barbara copertinarioSabato 8 aprile, dalle 10 alle 17 con un’ora di pausa pranzo, a Milano, all’atelier Le Troisième Songe (Via Savona 93, nel “Tortona District”, mi dicono di dirvi), torno con il mio laboratorio di scrittura ironica, Come lanciare meringhe a un castello.

Floriana Mantovani, che ha partecipato l’anno scorso, lo ha raccontato così.

Sarà una giornata dedicata a parlare di scrittura, di lettura e di ironia. Una giornata a scrivere, a raccontare, a guardare cambiando prospettiva, a smontare, a sdrammatizzare.
Osserveremo dolori, rabbie o fatti banali e li trasformeremo in qualcosa di diverso, di inatteso, di imprevisto.
Faremo agguati dietro l’angolo, capovolgeremo il binocolo, sorprenderemo e ci sorprenderemo, toccheremo le viscere e riacciufferemo le lacrime prima che scendano, rovesciandole in una risata.
E anche se il sarcasmo con certe persone è utile quanto lanciare meringhe a un castello, come dice Sir Terence David John Pratchett, noi ci proveremo. Perché siamo altre persone.

Il laboratorio dura sei ore, con un intervallo di un’ora per la pausa pranzo.
Le prime due ore circa sono dedicate alla teoria, ossia una lezione-conversazione sull’ironia e sulle varie tecniche di scrittura ironica, con esempi (si intende ironia in senso lato, compreso l’umorismo, il sarcasmo e altre forme di espressione letteraria simili).
Poi si prosegue con le esercitazioni. Tutti i partecipanti sono invitati a elaborare dei testi seguendo le indicazioni che vengono date. I testi saranno poi letti e analizzati insieme a tutta la classe. Sono previste due esercitazioni.

Non è necessario farsi alcuna tessera per iscriversi, quindi la quota è di 75 euro (per i miei Scrittori Pigri è previsto il 10% di sconto, perché io faccio favoritismi nel modo più sfacciato possibile, ma devono dirlo quando si iscrivono).

Dell’organizzazione se ne occupa l’insostituibile Maria Cristina Codecasa Conti e qui potete trovare informazioni anche sugli altri laboratori previsti.

Per informazioni e iscrizioni scrivete a info@letsonge.com
Ci fermiamo a 15 iscritti.

Ecco le indicazioni per raggiungere l’atelier Le Troisième Songe dove si svolgerà la giornata di lavoro.
Arrivando con il treno alle fermate Garibaldi o Centrale si prende la linea verde M2 direzione Abbiategrasso con queste opzioni:
- si scende a Romolo e si prende la filovia 90 (fermata Tortona)
- si scende a S.Agostino e si prende il tram 14 (fermata Piazza Napoli)
- si scende a Porta Genova e si arriva a piedi facendo tutta via Tortona fino in fondo.
Con i mezzi, quelli che servono la zona sono autobus 61 (fermata via Lorenteggio ang. via Tolstoj), autobus 68 (fermata via Bergognone ang. via Tortona), tram 14 (fermata Piazza Napoli) e filovia 90/91 (fermata Tortona).
Chi viene in macchina deve avere la pazienza di cercare un posto in zona oppure può utilizzare un parcheggio a pagamento costo Euro 1,50/h con ingresso via Savona ang. via Tolstoj.

LTS Workshop Fiorio Invito 2

Ad ogni edizione del Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, tra le tante cose che gli faccio fare (perché pensano sia un laboratorio da due ore alla settimana e invece li trascino nel forum e me ne impossesso per tre mesi), ci sono le interviste.
Ogni GSSP, gli Scrittori Pigri hanno la possibilità di intervistare scrittori e professionisti del mondo dell’editoria.
Devo dire che finora ho sempre avuto la disponibilità (e la generosità) di persone straordinarie che mi hanno aiutata a mantenere un livello di eccellenza di cui vado fiera.

Dal 2014 a oggi, gli scrittori che i miei Pigri hanno intervistato sono stati (in ordine cronologico): Ester Armanino, Gianluca MorozziRiccardo GazzanigaSara Rattaro (che quest’anno torna nel GSSP con una bellissima video lezione)Giuseppe CulicchiaPietro Grossi e Alice Basso.

Mentre, in rappresentanza del mondo editoriale, hanno incontrato (sempre in ordine cronologico): Margherita Trotta (redattrice Mondadori e loro docente nel GSSP), Ricciarda Barbieri (editor Feltrinelli), Silvia Meucci (agente letterario), Chiara Beretta Mazzotta (consulente editoriale per autori, editori e agenti letterari), Elisa Tonani (ricercatrice di Storia della Lingua Italiana – Esperta di punteggiatura) e Marilena Rossi (editor Mondadori).

Bene, l’ultima intervista mi è stato chiesto di condividerla anche con voi e io lo faccio con immenso piacere.
Signore e signori, lettori e scrittori, ho la smisurata gioia di offrirvi l’intervista che gli Scrittori Pigri del GSSP-Scrittura e Narrazione hanno fatto a Chiara Gamberale.

CHIARA GAMBERALE INTERVISTATA DAGLI SCRITTORI PIGRI
Chiara Gamberale


Come tratti le storie che hai in testa prima di tradurle in romanzo? Stendi una scheda personaggi, un progetto, un “telaio” su cui andare a tessere pian piano, oppure funzioni meglio a sensazione, scrivendo di getto e mettendo insieme i pezzi a posteriori? Hai cioè un metodo di scrittura?
Dunque… Tutto comincia da un’urgenza animale di raccontare una storia: ma che deve tradursi in una sfida formale perché io senta che è quello, proprio quello, il libro che voglio scrivere. Per esempio, l’ultima volta, ho sentito l’urgenza di raccontare quanto sia difficile, pericoloso ma necessario il nostro contatto con il vuoto che abbiamo dentro: poi ho capito che volevo confrontarmi con il genere della favola per adulti, ed è nato Qualcosa. In una prima fase, come al solito, metto a punto trama e personaggi. Ma è una griglia lasca, che poi, nel momento della scrittura, grazie a una condizione di estasi che mi permette la concentrazione, quella griglia si riempie, si tende o si restringe e mi rivela segreti che non avevo messo in conto, inizialmente. E’ forse proprio il rivelarmi ogni volta cose che ancora non sapevo che fa del mio lavoro il mio unico rimedio all’esistenza.

Ho sentito un’intervista a John Irving in cui dice che lui non comincia a scrivere un romanzo fino a quando non ha in mente la frase finale, i personaggi e gli snodi fondamentali della storia, che non vengono poi modificati nella scrittura vera e propria. Nella tua esperienza quanto, di un romanzo, è già presente nel momento in cui cominci a scriverlo e quanto viene invece creato o modificato durante la scrittura?
In parte ho già risposto nella domanda precedente. Pur avendo il mio schema, e le caratteristiche fondamentali dei personaggi, affido molto, appunto, al momento della rivelazione. E la frase finale nasce sempre da come la temperatura si è scaldata nei mesi della stesura del romanzo.

In proporzione, quanto tempo dedichi alla stesura della prima bozza e quanto alla successiva attività di revisione, nella scrittura di un romanzo?
Direi, in proporzione, lo stesso tempo.

Da una delle esercitazioni che abbiamo fatto nel GSSP è uscita una discussione sul ruolo del correttore di bozze, dato che molti di noi si sono allargati a suggerire correzioni stilistiche. Nella tua esperienza com’è il rapporto tra lo scrittore e le altre figure (editor, redattore, correttore di bozze) che mettono le mani sul suo testo? Sono collaborazioni in cui c’è tempo e modo di confrontarsi?
Certo, nel mio caso sì. E possono essere esperienze molto nutrienti, come mi è successo con Laura Cerutti della Feltrinelli o con Guglielmo Cutolo della Longanesi.

Hai qualcosa da dire, una storia da scrivere, e che, almeno per te, è una storia buona. Sai a priori se te la pubblicheranno o è tempo perso? Non so se mi spiego: c’è qualcosa che ti dà l’assoluta certezza che quella storia verrà cestinata? C’è qualcosa che invece, sicuramente, dà a quello scritto una possibilità?
Paradossalmente, dopo che si è raggiunto un po’ di successo, la domanda diventa: ma la casa editrice pubblicherebbe qualsiasi cosa di mio, pur di vendere qualche copia e quadrare qualche bilancio? E bisogna diventare ancora più severi con noi stessi e autocritici, oltre a trovare persone, nell’ambito della casa editrice, di cui ci si possa davvero fidare.

C’è una tipologia di lettore per cui preferisci scrivere? Ti è mai successo di cominciare un testo per una data tipologia e di renderti conto a un certo punto che invece stavi scrivendo per qualcun altro? Che cosa hai fatto allora?
No, no: io non penso mai al tipo di persona che mi leggerà, mentre scrivo. E invito anche voi a fare vostra la massima di Pasolini: niente può essere urgente per chi lo legge, se non è stato urgente a chi l’ha scritto.

Qual è secondo te il punto X che un autore di narrativa (in Italia) deve raggiungere e superare per poter vivere esclusivamente del lavoro di scrittura?
Direi che arriva quando lo decide il conto corrente. Io, prima di Per dieci minuti, ero costretta ad accompagnare la scrittura con la radio. Ora la accompagno comunque con tre collaborazioni con delle riviste, ma è un impegno molto meno invasivo che, appunto, mi lascia molto più tempo per concentrarmi sulla scrittura. In America sapete che le università si occupano di stanziare un mensile per gli scrittori, per permettergli di fare il loro lavoro? In Italia temo non ci arriveremo mai…

Nel 2014 è uscito il tuo libro “Avrò cura di te”, scritto insieme a Massimo Gramellini. Vorrei sapere che metodo di lavoro avete adottato. Come si scrive un romanzo in due?
Si tratta di un romanzo epistolare e Massimo e io ci siamo trasformati fin dall’inizio in Giò e in Filemone, i due protagonisti: abbiamo quindi cominciato a scriverci con la nostra identità già “mascherata” dalla scrittura e in questo caso parte della trama è proprio venuta da certe sorprese che ci siamo fatti reciprocamente e a cui chiamavano l’altro a rispondere.

Quali sono state le maggiori difficoltà, gli ostacoli, i problemi che hai incontrato nella tua carriera di scrittrice?
Ho esordito a ventun anni, sono diciannove anni che faccio questo lavoro: gli ostacoli e i problemi sono stati tanti quanti gli incontri benedetti e le soddisfazioni. Per natura tendo a ricordare soprattutto queste ultime, ma ancora soffro, e tanto, se penso all’aria di sufficienza con cui all’inizio venivo guardata da un certo sottobosco letterario carico di arroganza e pregiudizio… Io ero giovane, non venivo da una famiglia intellettuale, avevo un entusiasmo che probabilmente suonavo un po’ cafone, dato l’ambiente…Non è stato facile conquistarmi una credibilità.

Oggi sei riconosciuta, giustamente, come una stimata professionista. Quali sono i ricordi della “scrittrice esordiente” e le difficoltà che hai dovuto affrontare?
A parte quelle che vi ho appena raccontato, quando ho esordito alle mie presentazioni c’erano massimo dieci persone… Solo dopo quindici anni ho visto il numero allargarsi, ma ho sempre ostinatamente creduto in quello che succede nelle librerie, negli incontri fra chi scrive e chi legge. E quindi giravo, giravo nel weekend. E nel frattempo, per otto anni, durante la settimana facevo la radio ogni giorno, che può sembrare bellissimo, e in parte lo è, ma insomma, per almeno tre anni ho lavorato molto più di quanto vivessi… Per questo agli esordienti dico sempre: non vi aspettate dalla prima pubblicazione un exploit che immediatamente vi metta nelle condizioni di considerare la scrittura il vostro lavoro. Quelle condizioni, purtroppo e per fortuna, vanno conquistate ogni giorno, senza perdere il fuoco che ci anima e con tanta, tanta disciplina.

Ci consigli un romanzo di un autore che ami che secondo te dobbiamo assolutamente leggere e ci dici perché?
Beh, da poche settimane io ho finito L’Impresa… Finalmente mi sono confrontata con la Recherche di Proust, l’ho letta da cima a fondo. Ci ho messo sei mesi esatti: e mi trovo cambiata sicuramente come scrittrice, ma anche come persona.

Sappiamo che sei uscita in questi giorni con il tuo ultimo romanzo, “Qualcosa” per Longanesi. Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Quali sono i temi più importanti che danno densità a questa nuova storia e il personaggio che ami di più di questo libro?
Per scrivere Qualcosa ci ho messo un anno esatto. La domanda fondamentale, come dicevo, è quella su come possiamo gestire il vuoto che abbiamo dentro, anziché farci gestire dal vuoto e subire la nostra vita. Ma volevo anche inneggiare al valore in cui credo di più, l’originalità. E i miei personaggi più amati sono i due protagonisti, necessari l’uno all’altro al punto che posso considerarli una cosa sola: la Principessa Qualcosa di Troppo e il Cavalier Niente.

Grazie Chiara, di cuore, da parte mia e di tutti gli Scrittori Pigri.

Buona Fortuna coverZorro, Cowboy, Indiano, Sandokan per i maschietti. Fatina, Principessa, Primavera, Spagnola per le femminucce. Questi erano i costumi negli anni Settanta. Non lo straripamento di maschere di adesso, con un tripudio di bambini grotteschi intrappolati in tute pelose, corazze di plastica o mostruosi aggeggi invadenti che minaccerebbero anche l’autocontrollo di un asceta.
«Fai un pezzo di colore sulle maschere di Carnevale di un tempo, il Carnevale dei bambini che oggi hanno quarant’anni» dice Giovanna, la mia caporedattrice.
«A Natale?»
«Sì, a Natale» insiste lei, scegliendo di ignorare la mia espressione allibita e vagamente schifata. A conferma mi elargisce una solida argomentazione. «L’altro ieri mio nipote, mentre facevamo l’albero, ha voluto mettersi il vestito da Carnevale e noi adulti abbiamo cominciato a ricordare i nostri di quando eravamo bambini. Vedi come sono collegabili tutte queste feste, questi momenti di ricordi e di dolce nostalgia? Così ho pensato che potrebbe essere originale scrivere delle maschere di trent’anni fa.»
Come no. Uno è lì che spezzetta il panettone nel caffellatte, sfoglia il quotidiano locale, legge un bell’articolo sul Carnevale e a quel punto o ha la sensazione di aver sfumato due mesi di vita dormendo profondamente o pensa di aver preso per sbaglio il giornale di dieci mesi prima, che teneva per la sabbia dei gatti. Poi scopre che no, è questa giornalista che deve aver coriandoli al posto del cervello. Bella idea, davvero.
Il nipotino è una delle varie mine sparse sul territorio “Giovanna”. Raramente è possibile prevedere su quale argomento mi chiederà di scrivere ma, a seconda di quello che accade nella sua famiglia, possono nascere spunti tra i più sconclusionati. Cosa che in fondo mi diverte, lo ammetto, scongiura la noia, tuttavia, spesso, dà un vago tocco surreale alle pagine di cultura e società del giornale per cui scrivo.
Ho fatto una gavetta di dieci anni prima di approdare alla redazione di un quotidiano, sempre come freelance, non sia mai che a una donna fertile si offra un contratto a tempo indeterminato. Mi sono anche guadagnata una buona reputazione professionale che, in effetti, arbitrarie capriole sul calendario delle festività non dovrebbero compromettere, ma ogni volta il mio istinto è riluttante ad accettare con entusiasmo temi che sembrano pescati a caso da un bussolotto.
Con ciò, mentre fuori impazza la caccia alla strenna, mi concentro sulle maschere.
D’altra parte io per prima sono cresciuta fra tradizioni contaminate, convinta che la pentolaccia fosse una tradizione del mio compleanno, a novembre, e sentendomi ingannata e scippata di un simbolo personale quando ho scoperto che apparteneva legittimamente al Carnevale.
Forse è anche un po’ per questo che sento di avere un conto in sospeso con quel periodo sregolato e sciocco: sdoganava scherzi odiosi che minavano le mie giornate a scuola e aveva il potere di rendere ambite quelle stelle filanti ad anello, quasi sempre incollate, su cui soffiavi fino a farti scoppiare le orecchie mentre la maggior parte delle volte partiva solo un cerchietto di carta che, plof, cadeva a terra davanti a te.
Amavo mascherarmi, però, non senza qualche problema di identità. Il mio preferito era il vestito da Principessa. Non ero una bimba frivola, anzi, ma un giorno sarei diventata una regina, non avevo dubbi in proposito, un po’ perché quel nome ingombrante, Margot, me lo imponeva e un po’ perché non vedevo alternative, a parte la Fata, data la mia certezza di avere poteri magici. Ma c’era Zorro. Zorro era il mio eroe, si vestiva di nero, era un gran figo e combatteva per difendere i deboli dalle ingiustizie.
L’indecisione tra Principessa, Fatina o Zorro portava sempre a un astuto compromesso che mi vedeva vestita da Principessa con poteri magici da Fata che però sotto sotto era anche Zorro, identità segreta che nessuno doveva conoscere.
Il sillogismo “Quindi Zorro era una principessa” l’ho sempre evitato.
Questi ricordi mi offrono l’ispirazione: «Il pezzo lo scrivo come un tema delle elementari, del resto è sul Carnevale dei bimbi di trent’anni fa, chi vuoi che lo legga?».
Giovanna scuote la testa rassegnata. «Dovresti tenere seminari di automotivazione, Margot. Se uno sopravvive a quelli può farcela in qualunque situazione.»
«Potrebbe essere uno spunto per un altro pezzo.»
«Non tentarmi.»
Meglio di no, in effetti, stasera ho bisogno di uscire presto, la dottoressa Rigobelli ha un’agenda inflessibile.

(primo capitolo di Buona fortuna)

La spensieratezza degli anni in cui tutto è possibile, in cui si rincorrono i sogni tra una festa e un caffè, l’allegria, i colori, quello spirito un po’ sciocco e un po’ buffo che gioca con la vita ancora tutta da inventare, ed è musica allegra, pop e zuccherosa, con le scarpe da ginnastica sui cofani delle auto, tra gli abiti sgargianti delle amiche e la ricerca di qualcuno da cui farsi notare.

Poi l’amore, e quel senso di onnipotenza che fa sembrare tutto possibile, sogni più vicini, progetti concreti accompagnati da note più profonde, intime e intense, ancora allegre, piene di una gioia densa, la sensazione di non essere più soli e sentirsi forti per questo. E si balla, e si vola.

Poi gli intoppi, la paura di deludere, chi svende il proprio sogno per una musica di chincaglieria, chi assiste alla resa, chi si inebria di un successo facile, chi cerca di salvare il sogno dell’altro. E le incomprensioni, la lontananza, la fatica, le delusioni, le umiliazioni, i fallimenti e la musica si spegne in una nuova solitudine, in un’amputazione, nella rinuncia.

Infine resta una canzone, quella canzone, a ricordare un destino mancato, a ricordare un Persempre abbandonato, che poteva essere, era possibile ed era un lieto fine, ma che si è lasciato rotolare via tra pause troppo lunghe.
E i sogni che comunque possono avverarsi, anche con altri finali, e il destino che cambia, che può essere diverso perché fatto di scelte e di coraggio, di perseveranza, mai di stelle senzienti, che non è mai scritto perché dipende dai suoi autori e se loro smettono di scriverlo, se rinunciano, ne creeranno un altro.
Però non sarà quello che avrebbero potuto avere. Sarà quello che hanno. Che avranno. Che scelgono o che non scelgono.

Un ultimo sguardo, un sorriso, titoli di coda.

Gssp+Barbara-coniglioÈ la quarta edizione di GSSP, ma ogni volta che arriva la data di inizio di un laboratorio, c’è l’agitazione da primo giorno di scuola.
Come saranno i nuovi Scrittori Pigri? Li amerò come gli altri? Se la caveranno bene con il forum? Come reagiranno quando assegnerò le prime penalità? Riusciranno a starmi dietro?
Se da piccola avessi saputo che anche i miei insegnanti erano così agitati, forse mi sarebbero sembrati meno spaventosi.

Come sempre, anche stavolta li ho fatti entrare in uno spazio pieno di cartelli, di segnaletica, di insegne, una Las Vegas da control freak ma senza le spogliarelliste.
Qualcuno ha già provato a presentarmi la giustificazione, altri balbettano tragici Noncelafaremomai, per fortuna c’è chi li rassicura spiegando come fare questo e quest’altro e poi ci sono quelli che un-due-tre hanno capito al volo e si stanno divertendo, hanno già fatto amicizia, disquisiscono nel corridoio di serie tv, musica e gatti – è un GSSP pieno di gatti, questo – e mi lanciano cioccolatini e battute.

Al momento gli Scrittori Pigri sono tanti, abbiamo raggiunto il numero massimo di partecipanti, almeno sulla carta: 37 donne, 13 uomini, 14 le regioni italiane dove vivono – Lombardia (9), Veneto (8), Liguria (6), Emilia Romagna (4), Lazio (4), Piemonte (2), Sardegna (2), Puglia (2), Calabria (2), Toscana (2), Sicilia (1), Trentino (1), Campania (1), Abruzzo (1) – e 2 gli Stati esteri – Francia (Parigi) e Inghilterra (Londra) - 6 sono in prova perché hanno vinto la settimana gratuita, 13 sono gli Scrittori Pigri che hanno già fatto almeno un GSSP, tra i 25 e i 55 anni le loro età anagrafiche, 41 anni l’età media, 3 saranno i mesi in cui staremo insieme, 12 saranno le esercitazioni settimanali che faranno, 2 saranno i docenti che avranno: me e l’eccezionale Margherita Trotta (redattrice Mondadori).
E forse ci sarà una bella sorpresa con una lezione fuori programma di un’autrice italiana molto amata.

Saranno tre mesi intensi e spero gioiosi, pieni di scrittura, di domande, di considerazioni, di lampadine che si accendono all’improvviso, di applausi e di pacche sulle spalle, di incoraggiamenti e di esultanza, di tentazioni di resa e di recuperi, di bronci temporanei e di grandi risate.
Se faranno tutto seriamente senza prendersi sul serio, se si lasceranno andare senza paura di sbagliare, se accoglieranno le osservazioni come piccoli doni, ne usciranno persone più consapevoli della propria scrittura. E anche lettori con occhi diversi.

Buon GSSP, Scrittori Pigri!

gsfpGSSP ridottoForse non tutti sanno che il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri (GSSP) nasce da un’idea di Sara Lando, fotografa professionista conosciuta in una buona parte del globo terracqueo, che, qualche anno fa, ha creato il GSFP, ossia il Gruppo di Supporto Fotografi Pigri. Dopodiché mi ha chiamata e mi ha detto “Tu pensa agli Scrittori Pigri. Conquisteremo il mondo.

Non paga di essere stata la scintilla di quelli che poi sono diventati vari laboratori di ragguardevole successo, se li è fatta tutti. Ma proprio tutti: i suoi come docente, i miei come partecipante.
Ieri, complice un placido pomeriggio di fine feste e una tisana bollente, ci siamo fatte una chiacchierata.

Barbara – Hai fatto tutte e tre le edizioni del GSSP e sei sopravvissuta.
Sara – Ahahah sì. Anche se sono sempre arrivata in fondo sui gomiti. Il GSSP è una di quelle cose che parte sempre come un “Sì, vabbé, lo faccio così a tempo perso” e poi mi risucchia.

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tra-i-libriSono curiosa come un gatto e ho una gran voglia di conoscere i miei prossimi Scrittori Pigri, per cui sto sfogliando i loro moduli di iscrizione.

Variano tra i 25 e i 55 anni, con una media di età intorno ai 40: è un dato che si ripete da quattro edizioni di GSSP.
Le donne sono quasi il 70%, anche questo rientra nello standard. Il fatto curioso è che poi, durante il laboratorio, non si percepisce la differenza numerica: gli uomini sono sempre molto attivi, vivaci, produttivi e propositivi.

secolo-xix-natale-fiorioPer chi se lo fosse perso, ecco il mio ricordo di Natale pubblicato ieri su Il Secolo XIX.

Eravamo seduti sul muretto del giardino condominiale, sotto il nespolo. Io sei anni, lui cinque. Il Fabietto era il mio vicino di casa, all’epoca anche mio migliore amico, lo è stato per anni. Noi ci suonavamo alla porta di casa, una dirimpetto all’altra, e decidevamo se giocare da lui, da me o giù in giardino. A meno che qualche adulto non ci urlasse “Andate a giocare fuori!”. In tal caso, giardino.

Eravamo seduti sul muretto del giardino condominiale, dunque, gambette a penzoloni, bacche di pitosforo tra le mani per appiccicare i semini collosi alle foglie e farne dei disegni totalmente astratti ma molto vischiosi.
“Tu ci credi, a Babbo Natale?” mi chiese, aprendo una bacca con una pietruzza.
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