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Cosa succederebbe se, anziché limitarsi a trasformare in storie la propria fantasia, gli autori delle fiabe più famose avessero stretto un patto con il diavolo condannando le proprie creature a uscire dalle pagine dei libri per affrontare i vizi e le virtù della quotidianità?

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Una vita da favola. Non è quello che tutti vogliamo? Ma come la immaginiamo: come quella di Cenerentola, da sfigata a strafiga, o come quella della Bella Addormentata, da narcolettica a sposa dell’anno?

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C’era una volta una bambina di nove anni che si chiamava Barbara (si chiama Barbara anche adesso, ma di anni ne ha molti di più…). Se tu chiedevi a questa bambina cosa volesse fare da grande, lei ti rispondeva “la scrittrice di favole”.

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Tratto da L’istruttoria - ”Oratorio in undici canti” di Peter Weiss*

IV. CANTO DELLA POSSIBILITA’ DI SOPRAVVIVERE

III

GIUDICE
Signora testimone, lei trascorse alcuni mesi nel Frauenblock Numero Dieci in cui si eseguivano esperimenti di medicina. Cosa può dirci al riguardo?
(La testimone 4 tace)
Signora testimone, comprendiamo che le riesce difficile parlare, che preferirebbe tacere. Tuttavia la preghiamo di cercare nella memoria tutto quello che getta luce sugli avvenimenti qui considerati.
TESTIMONE 4
Eravamo circa 6oo donne. Dirigeva gli esperimenti il professor Clauberg. Gli altri medici del Lager fornivano il materiale umano.
GIUDICE
Come avvenivano gli esperimenti?


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Il 26 gennaio di un anno fa usciva Chanel non fa scarpette di cristallo, my first romance.

Avevo molte persone da ringraziare e spero di averlo saputo fare ma oggi, dopo un anno, si sono aggiunti molti altri a cui voglio dire grazie.

Sono tutti gli amici che mi hanno seguita, incoraggiata, applaudita, fotografata, festeggiata, letta, promossa, consigliata e anche un po’ taggata.
E’ la mia famiglia che ha svuotato le librerie o scoperto IBS e occupato i comodini di tutti i loro amici che in una spirale travolgente hanno fatto altrettanto con più efficacia di qualunque catena di sant’antonio. 
Sono tutte le persone che mi hanno scritto per dirmi di avermi letta, o che mi seguono qui e mi commentano (ma anche quelle che leggono anche se non commentano).
Sono i giornalisti che mi hanno dedicato parole e spazi insperati sulle loro pagine.
Sono i blogger che fin dall’inizio e ancora adesso mi hanno recensita, contattata, ospitata, intervistata, votata e suggerita con quell’entusiasmo e quell’efficacia tipici e a volte sottovalutati dei blog, un sottobosco brulicante di persone appassionate e determinate.
Sono le persone che attraverso questo libro ho conosciuto e che mi sorprendono ogni volta con il loro affetto e la loro partecipazione, che hanno riempito le librerie dove ho fatto le presentazioni, che mi hanno fatto dedicare copie di Chanel, che hanno allegramente invaso la mia bacheca di facebook, che aspettano i miei prossimi libri con fiducia (niente minacciosa per la mia ansia da prestazione, ma niente niente, eh).

Be’, insomma, grazie.

Buon primo compleanno a tutto questo, che è molto più di un libro.


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Terremoto

Le mie reazioni alle scosse telluriche sono sempre state inquietanti e totalmente prive di qualsiasi istinto di sopravvivenza.

Ogni volta che mi è capitato di sentirne una, e non importa il grado, il mio istinto si è sempre entusiasmato per l’affascinante novità, come se fossi a Disneyland, ignorando totalmente la possibilità concreta di correre un pericolo.

Per cui, mentre le pareti si muovono, il pavimento trema, la scrivania balla e la sedia mi shakera per diversi e consapevoli secondi, e mentre i colleghi escono nei corridoi o si precipitano giù dalle scale spaventati, io, eccitata, dico WOW!* aspetto di vedere se ne arriva un’altra.
La mia incoscienza non sarà una buona alleata il giorno in cui dovessi seriamente trovarmi in balia di un terremoto vero.

Comunque, per la cronaca, qui nel centro di Genova si è sentita forte e chiaro.

*la parola esatta che ho esclamato è stata “Figata!”. Una reazione poco adatta a una signora, lo so, e in generale a una persona dotata del ben dell’intelletto.


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A pochi giorni dal primo anniversario dell’uscita di Chanel non fa scarpette di cristallo, ecco un’altra intervista, questa volta sul blog Il libro eterno, da cui si evince chiaramente la mia disinvoltura di fronte alle domande indefinite tipo parlaci di te.


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Ma come? C’è un post sulla Befana da una dozzina di giorni e voi non dite niente?
Se pensate che stessi facendomi i fatti miei, be’, mi pare ovvio.

Nel gennaio consumato finora ho letto lo stopposo seppur bello gli Anni Difficili di Almudena Grandes, il leggiadro Il primo miracolo di George Harrison di Stefania Bertola e ora mi sto divertendo un sacco col postumo La lunga oscura pausa caffè dell’anima di Douglas Adams.

Già che c’ero, pur circondata da questi tre scrittori veri, ho buttato giù 8 capitoli di un nuovo romanzo che chissà, vedremo.

Non soddisfatta,


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La Befana

Non ho dedicato particolare tempo e attenzione a elaborare un’opinione sulla Befana, lo ammetto. So solo che non mi è mai piaciuta. A livello estetico intendo. La trovo brutta, mi irrita, butto via tutto ciò che mi viene regalato a sua plasticata rappresentazione.
Questa vecchia con caratteristiche da strega, da babba natale, da poveretta con le scarpe rotte, sempre a metà strada tra il fare paura e l’essere buona, che non si capisce per quale ragione porti doni dopo il passaggio del ciccione vestito di rosso, ecco, io ho sempre faticato a capirla.

Di lei mi piaceva, da bambina, la scarpa di cioccolato piena di dolci e la calza colorata piena di carbone zuccherino insieme a piccoli pacchetti. Ma soprattutto, ribadisco, la scarpa di cioccolato piena di dolci, sempre di Zuccotti, la fabbrica di cioccolato dietro la chiesa di Santa Zita dove la nonna mi portava a prendere i cioccolatini (amavo i tappi, che oggi non sono più i miei preferiti, e amavo i croccantini, che adoro tuttora, mentre tutti impazzivano per le scorse d’arancia ricoperte di cioccolato fondente che io invece snobbavo allora come adesso).
Quante volte ho detto cioccolato? Ecco, appunto. E voi non avete idea del profumo che fanno i pacchetti appena usciti da Zuccotti.


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Mignin

Aveva tre giorni quando me lo hanno portato, “Se c’è qualcuno che può salvarlo sei tu” mi aveva detto chi me lo aveva posato su una mano, e da quel momento sono diventata l’umana del Mignin.
Erano i primi giorni di marzo 1996.

Non doveva chiamarsi Mignin, questo era il modo in cui lo chiamavo in attesa di capire quale fosse il suo nome vero, mentre ancora prendeva il biberon ogni tre ore, aveva le orecchie larghe e basse, gli occhi azzurri da latte e la coda lunga, stretta e sproporzionata. Mignin, che in Piemonte è il modo affettuoso di chiamare i micini.
Quando ho capito che le sue fusa continue erano la caratteristica principale, e ho deciso di chiamarlo Diesel, era troppo tardi. Ormai lui era il Mignin e a quel nome rispondeva.

Il Mignin faceva le fusa già a distanza, abbracciava le persone cingendo loro il collo con una zampa a destra e una a sinistra, dava testate d’affetto, non sfidava mai nessuno con lo sguardo, ma socchiudeva indulgente gli occhi se qualcuno lo fissava. Lui era il gatto dell’ammmore, lui voleva bene a tutti e un po’ di più a chi era triste.
Se qualcuno piangeva, lui accorreva e se una porta lo divideva da chi stava soffrendo, lui saltava, si aggrappava alla maniglia, apriva, entrava e abbracciava.

Infatti non aveva la minima capacità di selezione e se è vero che i miei animali sono sempre stati un ottimo filtro con le persone che gli ho portato in casa, questo non valeva per il Mignin. Lui aveva un solo imperativo: voler bene. E, in seconda battuta, fregarti la roba dal piatto.
Come dice Sara, il Mignin è riuscito a far sembrare decente anche chi richiedeva un eccesso di ottimismo e clemenza per essere ritenuto tale.


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