• Le fiabe sono spietate, come la vita e come i bambini.

    C'era una svolta

Il 20 gennaio è iniziata la decima edizione del GSSP.
Questo è il GSSP Scrittura e Narrazione ed è reso vivo da 35 Scrittrici Pigre e 16 Scrittori Pigri.
Purtroppo qualcuno è rimasto fuori: in diversi si sono iscritti troppo tardi, quando i posti erano già esauriti. Spero che ci riprovino alla prossima edizione.

13 sono le regioni italiane dove vivono, per la precisione (in ordine numerico e di iscrizione): Lombardia (13), Liguria (10), Piemonte (7), Sardegna (5), Veneto (3), Trentino Alto Adige (3), Toscana (2), Lazio (2), Marche (1), Puglia (1), Abruzzo (1), Emilia Romagna (1), Friuli Venezia Giulia (1).

E siccome siamo internazionali abbiamo anche qualcuno dalla Svizzera (1).

2 sono in prova perché hanno vinto la settimana gratuita, decideranno entro domani se restare con noi.
17 sono gli Scrittori Pigri veterani e 11 di loro hanno già fatto (almeno) un GSSP Scrittura e Narrazione.

41 anni l’età media (per la precisione 41,1).
3 saranno i mesi in cui staremo insieme.
12 saranno le esercitazioni settimanali che faranno.

2 saranno le docenti che avranno: me e Alice Basso (scrittrice Garzanti, editor e valutatrice per altri editori).

3 saranno le persone che intervisteranno, domani sapranno chi.

Spero che per tutti, la nostra diventi una community comoda come un divano, allegra come una serata tra amici e corroborante come una cucchiaiata di Caffarel fondente.
Per quello che ho letto finora, sembrano avere tutti lo spirito giusto e – come sempre accade – ci hanno messo poco ad ambientarsi e fare gruppo. Di supporto. Scrittori Pigri.

La prima esercitazione è stata assegnata e il panico già serpeggia, ma in realtà lo vedo che si stanno riscaldando le dita sogghignando.

Benvenuti nel decimo GSSP e buon lavoro a tutti!

Uno dei progetti più belli del 2019 è stato ed è il primo Romanzo Pigro.

Ad aprile 2019, io e 26 Scrittori Pigri abbiamo invaso Il Canto del Maggio a Terranuova Bracciolini (AR) per tre giorni per il primo Raduno Pigro (che loro hanno chiamato Laborafiorio Pigro con mio enorme divertimento, e hanno anche fatto le magliette) e ci siamo inventati la trama di un romanzo, giocandoci anche la telefonata a casa con Alice Basso.

A partire da quel momento, e senza mai un attimo di sosta, abbiamo sviluppato insieme la storia e i personaggi, definito la scaletta e suddiviso il tutto in 28 capitoli (26 Scrittori Pigri, Alice Basso e io).
Ognuno di noi ha scritto il proprio capitolo, poi io e Alice abbiamo fatto il primo editing, poi li hanno riscritti seguendo le indicazioni di editing e, in quest’ultimo mese, ho fatto la seconda rilettura ritoccando qua e là.
Adesso è nelle mani di Alice, che lo rileggerà.
Poi lo restituirò agli altri 26 autori che andranno a vedere se i ritocchi li sconfinferano.
Poi sarà pronto.

Pronto per essere letto da un editore che vorrà credere in questo folle, incredibile e meraviglioso progetto a cui 28 autori hanno lavorato per mesi come una squadra compatta, con un confronto costante, e senza mai – davvero mai – accapigliarsi.
Perché erano già abituati così, a scrivere ognuno per conto proprio ma leggendosi, aiutandosi, condividendo dubbi e idee.
Perché tutti avevano fatto almeno un GSSP. La maggior parte anche più di uno.
Perché mi hanno dato una fiducia totale dal primo giorno, e io ho fatto il possibile per meritarmela.
Perché, insieme, eravamo già abituati a lavorare sodo senza scordarci di ridere e divertirci.
Perché quando ho detto “Oh, Pigri, terza persona al passato, mi raccomando, e se mi ubriacate di focalizzazioni interne vi mando a letto senza cena” nessuno mi ha chiesto di cosa stessi parlando (a parte per la cena, s’intende: non togliete mai del cibo a uno Scrittore Pigro. Mai. E neanche gli alcolici).

Sono così fiera, orgogliosa e felice di questo progetto e del gruppo con cui sto lavorando da mesi che, giuro, avrei voglia già adesso di far leggere a tutti questo romanzo (che, tra l’altro, sta venendo davvero bene!).

Ma dobbiamo ancora fare gli ultimi passaggi necessari.
Perché vogliamo fare le cose per bene.

In ogni caso, noi abbiamo già qualcosa di straordinario per cui brindare, perché scrivere un romanzo in nove mesi in 28 autori è già qualcosa di straordinario.
E infatti abbiamo brindato.

Anche questo è il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri.

[Il 20 gennaio parte la decima edizione del GSSP, è il turno di quello sulle tecniche narrative, il GSSP Scrittura e Narrazione. Se volete farlo ci sono ancora un po’ di posti e soprattutto ci sono i saldi invernali, quindi costa 300 euro anziché 350. Qui le info, qui il modulo di iscrizione]

Con questa gara di racconti mi sono divertita.
Intanto ho messo sulla pista un paio di ostacoli: un tema e una parola obbligatoria, la pigrizia (del resto per vincere la decima edizione del laboratorio degli Scrittori Pigri era giusto sudare un po’ di più).

Poi ho coinvolto la neonata rivista letteraria Malgrado le mosche che non solo ha fatto parte della giuria di qualità ma ha anche deciso di pubblicare i tre racconti vincitori per la qualità e di assegnare un suo premio dedicato, il Fancazzista d’oro.

Un po’ di tirella in più in una gara dove cominciavano a partecipare in tantissimi.
E questo ha fatto sentire un rumore di freni tirati in corsa che ci si poteva fare un concerto.
Abbiamo pubblicato meno racconti ma più pensati, curati, ragionati e selezionati.
Un (bel) po’ ne abbiamo rifiutati, alcuni autori ci hanno riprovato ed è andata bene, altri hanno rinunciato.

Sono stati 65 i partecipanti alla gara: 42 autrici e 23 autori.
Non male per un mese di gara, è una media di oltre due racconti al giorno.
I like arrivati entro il 15 dicembre sono stati 3645 mentre la giuria di qualità era composta da 24 giurati speciali: 6 scrittrici, 5 editor, 7 librai, 1 rivista letteraria, 1 collettivo di blog letterari, 4 Scrittori Pigri.

I vincitori per la Giuria di qualità sono stati:
1° classificato: Ismaele con “Un tè sul crinale”
2° classificata: Cristina Trimarco con “Quasi”
3° classificato: Alessandro Palmesino con “Una mattina difficile”

 

I vincitori per la Giuria popolare sono stati:
1° classificata: Arianna Orriù con “Il finale” (724 like)
2° classificata: Mara B. Rosso con “Morto di sonno” (250 like)
3° classificata: Romina Braggion con “Fa’ della pigrizia virtù” (204 like)

E la vincitrice del Fancazzista d’oro è stata Tanit con “Prima che cada la pioggia” che trovate pubblicato qui.

 

Potete leggere tutti i racconti sulla pagina Facebook degli Scrittori Pigri.

I due primi classificati hanno vinto l’iscrizione alla decima edizione del Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, il GSSP Scrittura e Narrazione.

Il laboratorio, della durata di tre mesi, inizierà il 20 gennaio 2020.
È un laboratorio online per scoprire, sperimentare e rafforzare le principali tecniche narrative, per essere più consapevoli della scrittura e acquisire gli strumenti necessari a dare forma alle idee e alle storie.

Come sempre, lo terrò io e a supportare me ci sarà anche Alice Basso, scrittrice per Garzanti e redattrice, traduttrice, valutatrice di inediti, che sarà a disposizione degli iscritti per una settimana.

Ogni iscritto avrà una password, il proprio nickname e potrà partecipare ovunque sia, in qualunque momento, purché abbia un computer e una buona connessione a internet.

Niente orari e giornate fisse, solo le scadenze di consegna settimanali.

Tutti i testi verranno discussi collettivamente all’interno di un forum privato, protetto da password, con il mio feedback continuo sul lavoro di ciascuno.

Durante i tre mesi di laboratorio, attraverso spiegazioni, letture e analisi di testi, affronteremo gli elementi principali della scrittura narrativa: narratore, focalizzazione, uso della prima e della terza persona, descrizione e straniamento, dialoghi, caratterizzazione e linguaggio dei personaggi, stilistica, generi narrativi, conflitti, risoluzioni, finali, riscrittura, editing.

Qui tutte le informazioni sul laboratorio qui il modulo di iscrizione.
Finché c’è posto ci si può iscrivere, poi, eh, poi niente, è andata così, potete riprovarci l’anno dopo.
C’è anche chi lo regala per Natale, abbiamo fatto un buono strenna bellissimo (se vi interessa scrivete a scrittoripigri@gmail.com e organizziamo tutto abbastanza velocemente).

Se invece qualcuno preferisce lavorare alla propria idea per un romanzo, deve aspettare settembre 2020 per il
GSSP Fare un romanzo
Il laboratorio online sulla costruzione di un romanzo, per arrivare dall’idea al primo capitolo, attraverso esercizi di lavoro su personaggi, narratore, linguaggi, struttura e storia. E per imparare a presentarlo a una casa editrice o a un agente letterario.

Buon Natale e Buone Feste!

Il GSSP è più di un laboratorio.
È un luogo protetto dove ognuno ha la propria stanza e si condividono spazi comuni, è lavoro, scrittura, ma anche chiacchiera, gioco, compagnia.
È un luogo di scoperta, o almeno vorrei che fosse anche questo.

Uno dei valori aggiunti che ho voluto dare al GSSP è la possibilità di incontrare le varie professionalità che lavorano nell’editoria: scrittori, editor, editori, agenti letterari.

Tra le persone che gli Scrittori Pigri hanno intervistato nel GSSP in corso c’è Benedetta Bolis, editor in Rizzoli.
Anche da questa intervista c’è molto da imparare e abbiamo deciso di condividerla con voi.

Benedetta Bolis è nata a Pavia nel 1988 e vive a Milano, dove si è laureata in Filologia moderna all’Università Cattolica con una tesi su Natalia Ginzburg.
Lavora in Rizzoli dal 2013, attualmente come editor alla narrativa italiana.

Le è mai capitato di fare editing a testi che pur scritti in maniera eccellente non riscontravano il suo stesso modo di pensare, anzi, erano diametralmente opposti? E come ha fatto, nel caso, a rimanere oggettiva? 
Sì, può capitare ed è capitato. E bisogna rispettare la voce dell’autore contenendo la propria ingerenza. Il miglior editing si fa quando, attraverso un confronto costante, si riescono a mettere in risalto le qualità di chi scrive e della storia che sta raccontando.
Per arrivare a questo, però, è necessario capire fin dall’inizio la direzione degli interventi che si proporranno all’autore, senza snaturarne in alcun modo il testo e senza far prevalere il proprio modo di pensare. Curare i libri degli altri richiede sempre un gran lavoro di sensibilità e disciplina.

Quanto pesano le “mode” letterarie? Ad esempio mi pare che il genere del giallo di provincia oggi sia forse un po’ ipertrofico (ma chiedo conferma).
Il giallo è un genere della letteratura popolare che per definizione vive di tendenze. Non esiste letteratura davvero popolare senza un’alta concentrazione dell’offerta.
Il sottogenere del giallo di provincia al momento è uno dei filoni forti e racchiude una molteplicità di orientamenti. La sfida dell’editor, e se vuoi anche uno degli aspetti più stimolanti del mestiere, è intercettare autori che, nel mare di proposte, sappiano offrire storie riconoscibili, che soddisfino il gusto del momento, ma che si distinguano per una certa riconoscibilità della scrittura, dei contenuti, dei personaggi. Solo così un libro può emergere e durare nel tempo, anche dopo diversi anni e dopo che il mercato si è trasformato. Le mode contano alla condizione di saperle usare.

Quanto è possibile prevedere il successo di un libro?
È praticamente impossibile, non esiste nessun ingrediente che, da solo, assicuri il successo. È un’alchimia di fattori, e tra questi anche la fortuna ha un peso decisivo.
Nessuna tiratura, nessuno sforzo commerciale o comunicativo di un editore, danno la garanzia del successo. Al massimo, possono creare delle condizioni necessarie ma non sufficienti.
Di certo una storia forte, autentica, una scrittura brillante che ne sostenga l’impalcatura sono gli elementi imprescindibili da cui partire perché l’editore decida di investire su un libro. Come dicevo prima, la capacità di distinguersi spesso è un ottimo punto di partenza.

Cosa le piace del suo lavoro e cosa invece le piace meno?
È un lavoro che richiede la capacità di rinnovarsi costantemente, tenendo sempre gli occhi puntati su quello che succede intorno a noi. Mi piace che ogni libro, e naturalmente ogni autore, sia diverso dall’altro, e quindi che il lavoro non si ripeta mai allo stesso modo, ogni storia è a sé. È un mestiere che richiede una predisposizione ai rapporti umani, bisogna entrare nella testa delle persone, sia per capire le storie che vogliono leggere, sia per quanto riguarda la relazione con gli autori. L’autore spesso lo si scopre, si dialoga sul progetto fin dall’inizio, si impara a conoscerlo lavorando a stretto contatto sul testo e lo si accompagna anche dopo la pubblicazione del libro. E prendersi cura del testo di un altro ti investe di responsabilità. Quindi è un lavoro, oltre a una passione, che richiede empatia e attenzione verso gli altri. Ovviamente questo è il lato bello, ma a volte può essere l’altra faccia della medaglia, con tutto lo sforzo e le difficoltà che ne conseguono: i rapporti umani, le connessioni richiedono tempo o possono anche avere lati faticosi da gestire.
Un altro aspetto che mi piace molto è quello della scoperta. Quando trovo un romanzo che mi colpisce, sento una certa frenesia. Pensare di valorizzare qualcosa che nasce da un altro e che verrà condiviso con una moltitudine di persone significa giocare in squadra, essere complici.

Quali sono i canali che utilizza per “scovare” i manoscritti?
Sicuramente gli agenti letterari costituiscono un canale fondamentale, perché hanno già fatto una prima scrematura e selezionato un testo che può avere del potenziale.
Oltre a loro, guardo il catalogo degli altri editori e le novità pubblicate; le riviste letterarie, i premi, ma anche le classifiche di Amazon, il self publishing e i social network.
Mi è capitato di trovare proposte interessanti anche ai festival letterari, tramite i colloqui con gli aspiranti autori. È una ricerca quotidiana, a tappeto, che non ha regole e non si ripete mai allo stesso modo.

Quanto conta il rapporto diretto con l’autore nella fase di editing?
Il rapporto diretto con l’autore è tutto. Erroneamente si crede che il lavoro editoriale sia un lavoro in solitaria sul testo. In realtà è un lavoro sociale e relazionale, in cui non ci sono tempi fissi e la vita stessa viene coinvolta. Il rapporto con l’autore è una relazione strana perché crea una forte intimità e complicità con persone estranee. Non esiste mai un editing uguale all’altro perché a variare sono le inclinazioni, il carattere, l’indole dell’autore.
Per questo il lavoro editoriale ha una forte valenza psicologica e non può essere fatto con riserva. Occuparsi di un testo è, prima di tutto, costruzione di un legame empatico con colui o colei che quel testo ha scritto.

Cosa succede se di fronte a un intervento sul testo autore e editor la pensano diversamente?
L’ultima parola è sempre dell’autore, ma se si arriva a una difformità di vedute nette, o a una contrapposizione, è stato commesso un errore nella costruzione del patto di fiducia con l’autore. L’editor suggerisce e ispira, non deve mai asserire né contrapporsi.

 

Maurizio Dardano (Stili provvisori. La lingua nella narrativa italiana d’oggi, Roma, Carocci, 2010, pp. 30-31): ha detto Perseguire a ogni costo l’efficacia comunicativa trascurando la correttezza linguistica. Questo è l’obiettivo di alcuni scrittori di oggi. Non va dimenticato che tale espressività spesso riduce o addirittura annulla la facoltà conoscitiva che dovrebbe essere propria del narrare.

Qual è la sua opinione riguardo a questo?
È un discorso articolato e complesso. Rispondo da addetta al lavoro editoriale e non da linguista: penso che ogni scrittore abbia le proprie peculiarità di stile e forma, che hanno origine da fattori diversi (come per esempio il periodo storico, il bagaglio di testi letti, le tendenze letterarie, la provenienza geografica). Un tempo la lingua scritta e il linguaggio parlato avevano due collocazioni chiare e distinte; oggi l’influsso del parlato e la ricerca di un’espressività riconoscibile prevalgono rispetto a un lavoro di ricerca formale classica e un attenersi ai modelli come un tempo. Credo che per un editor sia più interessante avere la possibilità di lavorare su testi tanto diversi anche per stile e forma: l’obiettivo, dal mio punto di vista, dovrebbe essere quello di non trascurare mai la correttezza linguistica, allo stesso tempo valorizzando le peculiarità e l’espressività di ogni autore. Non sempre la normalizzazione della lingua è la strada giusta.

Immagino che la mole di inediti ricevuti da una casa editrice come Rizzoli sia pressoché fuori controllo e che i tempi per una scrematura preliminare siano frenetici: ci sono degli elementi che prende in considerazione per decidere di andare avanti nella lettura per poi, eventualmente, prendere in carico un testo e lavorarci su? E, al contrario, quali sono gli errori più evidenti che le consentono di scartare un inedito con sufficiente sicurezza?
Sì, la mole è indiscutibile ed è difficile prendere in considerazione tutto quello che arriva in casa editrice ogni giorno. Ma già una chiara presentazione aiuta l’editor a considerare la proposta.
Uno degli errori più evidenti è non avere chiaro che progetto si sta portando avanti. Il mio consiglio per iniziare a capire se la trama è efficace è provare a raccontarla in poche parole: il famigerato pitch. Questo è un esercizio che aiuta a renderci conto se abbiamo le idee chiare e se riusciamo a trasmetterle agli altri. Lo si può provare a fare con un amico, un famigliare, un addetto ai lavori quando se ne ha l’occasione.
Un altro degli errori frequenti, soprattutto tra gli esordienti, sono le trame piatte, asciutte, per niente magnetiche. E anche la scrittura trasandata e la scorrettezza linguistica. Avere bene in mente lo svolgimento della storia (la fabula) è fondamentale ed è fondamentale che la scrittura sia curata e al servizio della storia e dello sviluppo dell’azione drammatica.
Altri elementi importanti sono l’intreccio coerente e armonico, il ritmo, e la configurazione di personaggi a tutto tondo.
L’insieme di tutti questi elementi mi spinge a prendere in carico un testo e lavorarci su. Poi c’è una regola: non esiste un plot ideale, esiste un plot in relazione al romanzo che si scrive.

Come ci consiglia di presentare un inedito a una media o grande casa editrice?
Prima di presentare un inedito il mio consiglio è di informarsi e conoscere il catalogo degli editori, per stabilire se la proposta può rientrare in una certa linea editoriale.
Poi sicuramente sono indispensabili una breve biografia dell’autore e una sinossi chiara e sintetica, in modo da permettere a chi riceve la mail o il dattiloscritto di capire da subito di che progetto si tratta.

Anche durante questo GSSP (il Fare un romanzo iniziato a settembre), gli Scrittori Pigri hanno potuto intervistare tre professionisti del mondo dell’editoria.
È un’occasione che cerco sempre di offrirgli, e di solito scelgo una scrittrice o uno scrittore e due tra editor, editori, agenti letterari, persone sempre preziose e a cui sono immensamente grata per la disponibilità e la generosità con cui rispondono ogni volta.

Le interviste vengono fatte sul GSSP, sono riservate agli iscritti e le rendo leggibili solo sul forum del laboratorio in corso, ma a ogni giro ne pubblico una, con il permesso dell’intervistato.

Ecco per voi quella che gli Scrittori Pigri del GSSP Fare un romanzo hanno fatto in questi giorni a Emanuela Ersilia Abbadessa.

(e se siete tentati di iscrivervi al GSSP Scrittura e Narrazione che inizia a metà gennaio, ricordate che c’è lo sconto fino al 30 novembre)

Laureata in Lettere moderne con una tesi sul carteggio Zandonai-Maugeri, Emanuela Ersilia Abbadessa si è sempre occupata di musica a tutti i livelli, dall’organizzazione di eventi musicali, all’insegnamento.
Dal 2002 ha insegnato Storia della Musica alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Catania dove è rimasta fino al 2005 anno in cui si è trasferita a Savona dove attualmente vive e lavora.

In campo musicale è esperta delle tematiche belliniane; dal 1990 ha lavorato con la Fondazione Bellini di Catania e presso il  Museo Belliniano di Catania; ha studiato pianoforte e canto artistico come soprano lirico; ha scritto per quotidiani e periodici e ha collaborato con il  Teatro Massimo Vincenzo Bellini  di Catania; ha all’attivo circa settanta saggi di argomento musicologico.

Scrive per il quotidiano “La Repubblica” (edizione di Palermo), per “Il Secolo XIX”, per il web magazine “Midnight” e per il periodico “Notabilis”.

Con il suo romanzo di esordio Capo Scirocco (Rizzoli, 2013) ha vinto il Premio Rapallo-Carige 2013 per la Donna Scrittrice, il Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba R. Brignetti ed è stata finalista al Premio Alassio Centolibri – Un Autore per l’Europa e al Premio Letterario Città di Rieti.
Fiammetta (Rizzoli, 2016) è arrivato secondo al Premio Giuseppe Dessì e al Premio Subiaco Città del Libro.
È da lì che viene la luce (Piemme, 2019), liberamente ispirato al fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden, racconta la difficoltà nella definizione dell’identità sessuale.
Questo è il suo sito. – Qui la trovate su Facebook.

1.    Quanto influisce l’amore per la musica e la sua profonda conoscenza nella creazione di uno scritto? Le succede di scrivere avendo come sottofondo mentale una sorta di colonna sonora a dare la giusta enfasi e cornice alla scena che sta creando?

Influisce moltissimo, sia sul piano formale che su quello delle suggestioni. Formalmente, per esempio, costruii il mio primo romanzo, Capo Scirocco, come un melodramma ottocentesco, plasmando anche i personaggi sugli archetipi della grande opera italiana. L’opera fa comunque parte del mio immaginario, infatti tendo a creare un’eroina sul modello belliniano, una comprimaria, un protagonista che nell’opera corrisponderebbe al tenore e un “antagonista” che, in teatro, avrebbe il timbro del baritono. Quanto alle suggestioni, nei momenti di maggior pathos del romanzo, risuona dentro di me una musica e quella cerco di trasformare in parole, anche per questo inserisco spesso musica dentro le pagine: Wagner, Beethoven, Arie d’opera, canti popolari…

Quando scrivo però lo faccio in totale silenzio: la musica è un linguaggio e chi lo comprende non può in alcun modo gestirlo contemporaneamente a un altro. Voi riuscireste a scrivere un racconto mentre qualcuno vi recita a voce alta l’Amleto?

 

2.    Segue un metodo nella definizione dei personaggi? Come li crea? Quanto c’è di storicamente ricostruito e quanto è creatività della scrittrice?

Occupo molto tempo a definire ogni dettaglio del romanzo, quindi anche i personaggi. È un lavoro che faccio quasi tutto in mente, ogni tanto scrivo qualche appunto incomprensibile ad altri. Cerco di immaginare i personaggi nella loro quotidianità, ne spio i movimenti, i piccoli tic, le manie, penso al timbro della loro voce, al modo di camminare, di dormire, di mangiare, di vestirsi. Questo mi dà modo di “conoscerli” e quando mi siedo a scrivere, è come se parlassi di vecchi amici. La verità storica mi occorre soltanto come ispirazione e sulla base di quella immagino e creo una vicenda secondo ritmi e accadimenti che soltanto io decido. Anche usando come fonte di ispirazione personaggi realmente esistiti (è quello che ho sempre fatto fino a oggi), non cerco di ricalcare la loro biografia perché penso che questo sia compito del biografo, a noi narratori non resta altro mandato che raccontare storie.

 

3.    Quanto ritiene sia importante la documentazione su eventi o persone reali nello scrivere una storia?

Fondamentale, soprattutto la documentazione storica e sociale che impegna la maggior parte del mio tempo. Quanto a quella sui personaggi dipende dal ruolo che questi hanno nella vicenda. Faccio un esempio: il mio ultimo romanzo, È da lì che viene la luce, è ambientato nel Ventennio fascista e liberamente ispirato alla figura di un fotografo realmente esistito, Wilhelm von Glöden. Ora: mentre per il mio Ludwig (che adombra Wilhelm) non ho trasferito quasi nulla della sua vera vita nel romanzo se non alcuni tratti, nel caso di Mussolini o di Hitler, che vengono entrambi citati, non potevo inventare, ciò che li riguarda è vero e documentato, insomma aderente alla realtà storica.

 

4.    Vorrei sapere se, nel suo modo di scrivere, la prima stesura di un romanzo avviene sul flusso della creatività, avendo magari pochi punti chiari, oppure nasce dopo una sorta di progettazione della struttura della storia (trama, personaggi, conflitto, ecc.) e, in quest’ultimo caso, qual è il suo metodo e se ne ha sperimentati più di uno per scrivere. E, approssimativamente, quanto tempo dedica alla prima stesura?

La mia prima stesura è molto vicina alla stesura definitiva: quando scrivo ho già tutto chiarissimo in mente, ho centinaia di appunti sui fatti che dovrò inserire e una linea temporale precisa alla follia, un piano della struttura del romanzo definito fin nella scansione dei capitoli. Quindi, il tempo che dedico alla prima stesura è il tempo materiale che mi occorre per digitare le parole, come se la mia mente le dettasse senza soluzione di continuità. Scrivo circa 2000 parole al giorno in quella fase e, quando la lucidità mi accompagna, anche 3000. Se ho altri impegni non ne scrivo comunque meno di 1000. Certo, in seconda battuta magari aggiungo qualche paragrafo, sistemo qualcosa ma il romanzo ha già una definizione completa in ogni parte.

 

5.    Mi chiedo se nel processo creativo, a un certo punto, intervenga un momento in cui letteralmente “ci si stufa”. Mi spiego: mi domando se, una volta che nella mente si sono chiariti tutti i meccanismi della storia e dell’evoluzione dei personaggi, non essendoci più niente da scoprire, la voglia di scrivere venga meno, e se sì, come si supera quel momento.

A me non è mai successo anche perché quando scrivo vivo le emozioni dei personaggi, quindi anche se so cosa affronteranno aspetto di provarlo insieme a loro. Penso poi che se ci si annoierà scrivendo, è probabile che annoieremo anche il lettore. La scrittura per me non è una scoperta di ciò che succederà perché quello lo faccio prima, quando costruisco la storia, è una conferma di cosa deve accadere e mentre questo avviene, io provo in prima persona ogni gioia e ogni dolore di cui sto scrivendo.

 

6.    Quali “regole” si è imposta per riuscire a completare il suo primo romanzo, magari dovendo gestire in parallelo altri lavori o attività?

Una sola: disciplina. Quando scrivo ho la disciplina di un marine. Faccio un planning, mi do delle scadenze e quelle rispetto, senza se e senza ma. Divido la giornata in fasce orarie e so che da una certa ora a un’altra scriverò o farò la spesa o leggerò, o andrò a fare una lezione, o butterò giù un articolo per il giornale. Pianifico, insomma. E riesco anche ad andare al cinema almeno due volte alla settimana!

 

7.    Quali sono state le sue maggiori difficoltà nello scrivere e cosa ha modificato dall’esordio a ora, e perché?

A me scrivere risulta abbastanza semplice, le difficoltà sono più che altro interiori: ho scritto pagine che mi hanno dilaniata. Poi c’è l’eccitazione dello scrivere: mentre sono dentro un romanzo ho l’adrenalina in circolo e non riesco a pensare ad altro, dormo poco e mentre dormo penso ai miei personaggi.

Dall’esordio a oggi penso che la mia scrittura sia cresciuta così come sono cresciuta io, è naturale. Forse ho sfrondato un po’, sono più consapevole degli errori, ma nell’approccio alla fase creativa non è cambiato nulla di fondamentale. Continuo a scrivere bevendo caffellatte.

 

8.    Quanto c’è di personale nei suoi scritti e quanto è frutto della sola creatività?

Tutto quello che scriviamo ci riguarda e tutto è autobiografico. Si può però raccontare se stessi e la propria vita e questo è il tipo di autobiografismo diaristico per il quale io non provo alcun interesse; si possono poi prendere brandelli di sé, disseminarli nei romanzi e in qualche modo universalizzarli perché nel momento in cui li associamo a un personaggio che non siamo noi, possiamo guardarli da un’altra prospettiva. Questo è quello che a volte mi capita di fare. Rita dice una mia frase, Fiammetta pensa della Bellezza ciò che penso io, Mimì considera le donne come le considero io, Ludwig crede nella libertà come ci credo io, Elena si sistema il vestito come faccio io…

 

9.    Il suo ultimo romanzo è ispirato a una persona realmente esistita; mi chiedo se è nata prima l’idea narrativa, alla quale ha poi cercato e trovato un modello ispiratore, oppure la storia è nata dopo aver conosciuto la figura di Glöden. Parimenti per gli altri romanzi, a cui ha dato ambientazione storica: la cornice temporale è essa stessa fonte di ispirazione di una storia o, al contrario, viene sviluppata attorno a un nucleo narrativo di base slegato dall’ambientazione?

Nel caso dell’ultimo romanzo, conoscevo già da bambina la storia del barone e, negli anni, mi si era ripresentata alla mente varie volte. La scelta di spostarla leggermente avanti nel tempo e collocarla nel cuore del Ventennio fascista è nata dal fatto che desideravo rendere più evidente un contrasto: la possibilità di vivere una libertà personale intimissima come quella legata all’orientamento e/o all’identità sessuale in un momento storico in cui le libertà personali erano molto limitate e il modello maschile di riferimento era estremamente muscolare e testosteronico, ovvero l’esatto contrario di quello rappresentato da Ludwig. Sia per questo romanzo che per i due precedenti, le vicende potevano essere ambientate in qualsiasi periodo storico (anche quello attuale) ma, premendomi sempre il contrasto tra il singolo e la società, ho deciso una collocazione consona a rendere più stridente il rapporto.

In Capo Scirocco racconto l’amore proibito tra una vedova trentottenne e un giovane poco più che adolescente, se oggi la cosa costituirebbe un piccolo scandalo, alla fine dell’Ottocento rappresentava un evento scandaloso in maniera preoccupante, qualcosa di cui tutti avrebbero parlato e che tutti avrebbero condannato, da qui la scelta temporale. Così come in Fiammetta: un matrimonio in cui si consuma una violenza sulla donna perché “troppo libera” è, purtroppo, cosa assai attuale ma la libertà di pensiero e di azione della donna, collocata in un periodo in cui alle donne non era consentito nemmeno di votare, ha una forza maggiore, a mio parere.

 

10. Qual è il suo rapporto con l’editing? Si è modificato nel tempo? Com’è stata la prima volta e come è oggi? Come ha inciso/incide sulla sua scrittura?

Per quanto riguarda i miei tre romanzi ho sempre avuto un ottimo rapporto con i miei editor, ho sempre accolto con favore le loro osservazioni e, anzi, dal reciproco scambio credo siano venute fuori riflessioni importanti. I miei testi non hanno mai subito editing imponenti, quindi direi che ha inciso nel senso del miglioramento. Amo che una lettura esterna competente mi indirizzi verso il risultato sperato e, negli anni ho imparato ad asciugare i testi, ho fatto più attenzione ad alcuni “vezzi” della mia scrittura (come ad esempio la maniacalità nel descrivere sequenze di gesti minimi). Il più delle volte, in fase di editing mi sono anche divertita molto, come quella volta che mi fecero notare che ripetevo sempre il fatto che i miei personaggi respirassero! Cosa ovvia, direte voi, ma per me asmatica cronica, il respiro non è affatto scontato e così avevo finito col trasferire nella pagina questa mia preoccupazione per la mancanza d’aria, sottolineando sempre che Tizio o Caio prima o dopo aver fatto qualcosa… respiravano.

 

Apre a Imperia La fabbrica delle storie, il nuovo corso di scrittura creativa diretto da Sara Rattaro.

Il corso prevede 15 ore di lezione infrasettimanali serali in orario 18.00-20.30 con Sara Rattaro e due laboratori di una giornata (di sabato): un workshop di scrittura ironica condotto da me e un approfondimento sulla scrittura storica tenuto da Emanuela E. Abbadessa.

Le 15 ore di lezione infrasettimanali serali con Sara Rattaro si terranno il:
23 gennaio – 20 febbraio – 5 / 19 marzo – 2 aprile 2020 (orario 18.00-20.30)

Il workshop di scrittura ironica “Come lanciare meringhe a un castello” con me si terrà sabato 30 novembre 2019 (orario 11.00-17.00).

Il workshop di scrittura storica con Emanuela Abbadessa si terrà sabato 21 marzo 2020, (orario 9.00-17.00).

Per chi lo desidera, c’è anche la possibilità di iscriversi solo al mio laboratorio di sabato e poi, semmai, decidere se continuare.

La nostra sarà una giornata dedicata a parlare di scrittura, di lettura e di ironia. Una giornata a scrivere, a raccontare, a guardare cambiando prospettiva, a smontare, a sdrammatizzare.
E anche se “il sarcasmo con certe persone è utile quanto lanciare meringhe a un castello”, come dice Sir Terence David John Pratchett, noi ci proveremo.

Per informazioni e iscrizioni
Nadia Schiavini – tel. 339 2877093 – dueparoleinrivalmare@libero.it
Costo del corso completo: 450 euro + iva
Quota solo per il laboratorio: 110 euro + iva

Maggiori informazioni qui 

Scusate, scusate, scusate, sto imperdonabilmente trascurando il blog per i social. Non si fa, povero blog.
Allora, come alcuni di voi sanno per C’era una svolta non riesco a girare come per gli altri miei libri, è uscito in un periodo di numerosi impegni lavorativi e ho poca disponibilità a muovermi.
Però ho mantenuto tutte le promesse fatte, perché a Genova, a Milano, a Savona e a Terranuova Bracciolini ci sono stata e sono state delle magnifiche serate, di quelle davvero bellissime e speciali.

Ecco i prossimi appuntamenti del 2019 (se siete vicini e vi fa piacere venire a una presentazione vi consiglio di approfittarne perché difficilmente capiterò proprio nella vostra città).

BIELLA, sabato 16 novembre

  • alle 10.00 (del mattino, sì) sarò alla Biblioteca Ragazzi “Rosalia Aglietta Anderi” (Palazzina Piacenza, P.zza La Marmora 5) per il Fuoriluogo Festival e presenterò C’era una svolta insieme a Roberta Invernizzi.
    Tra il pubblico, il mio papà. Pronto a fare autografi a chi glielo chiede.
  • alle 16.00 al M.A.C.I.S.T. (Museo di arte contemporanea, Costa di Riva 11) sarò una dei tre “Librai per un giorno” con Elena Rausa e Nicolò Bellon, sempre per il Fuoriluogo Festival.
    Qui non presenterò un mio libro ma quelli di altri autori, per la precisione tre scrittori che amo molto (venite e scoprirete di chi parlo) perché ho scelto di parlare della narrativa ironica.


TORINO, martedì 19 novembre

  • alle 18.30 sarò alla Libreria Bodoni / Spazio B (via Carlo Alberto 41) dove presenterò C’era una svolta insieme ad Alice Basso.


GENOVA, mercoledì 27 novembre

  • alle 18.00 al Mondadori Bookstore (via XX Settembre 27r) farò un reading di C’era una svolta. Perché avevamo voglia di fare qualcosa di un po’ diverso.
    Leggerò parti di C’era una svolta e due attrici, Daniela Rossi e Roberta Segalerba, leggeranno tre monologhi sempre sulle fiabe che ho scritto per loro.


TORTONA, venerdì 6 dicembre

  • alle 19.30 alla Libreria Namastè Book and Coffee (via Emilia 168/a) presento C’era una svolta.
    Non so ancora chi mi farà da spalla ma so che finalmente vedrò la nuova e bellissima sede della Namastè e già solo per questo sarà una festa.

Questa illustrazione la trovate a pag. 130 di C’era una svolta.
È di Umberto Torricelli e la musica è di Marco Caprelli.
La grafica è di pholpo (Nicola Scodellaro e Sara Zampieri).

La scena è della fiaba “Il piccolo Claus e il grande Claus” di H. C. Andersen, una fiaba poco nota e non si capisce perché.

C’era una svolta
Cos’hanno in comune Andersen, i Grimm e Perrault con Disney? Niente.
Con le illustrazioni di Alice Basso, Sara Lando, Marco Lucente, Alessio Roberti Vittory, Nicola Scodellaro, Umberto Torricelli e la partecipazione straordinaria di Piero Fiorio.

Un antico proverbio dice che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.

Lo trovo molto vero. Per “bambino” si può intendere anche qualcosa di vivo e prezioso che potrebbe andare in diverse direzioni, ma se attorno, a farlo crescere, a dargli supporto, ad arricchirlo ciascuno con la propria dote, c’è un intero villaggio, la direzione sarà la migliore possibile.

Qualcosa di vivo e prezioso come un libro, per esempio.

Il mio villaggio è la mia famiglia, che negli anni si è sempre più allargata comprendendo gli amici e che è lì, al mio fianco e alle mie spalle, a volte anche due passi avanti, dipende da chi ha bisogno di stare in piedi in quel momento, chi di sedersi, chi di nutrirsi, chi di riposare. Chi di creare.

Io amo questo spazio in cui dico grazie, perché per ogni mio libro ci sono sempre state persone che mi hanno aiutato a realizzarlo e a dargli la miglior direzione possibile.

E se in ogni mio romanzo scritto finora il fil rouge è l’amicizia, in questo libro l’amicizia è l’ingrediente principale che gli ha ridato vita.

«Seze» ho detto un giorno di febbraio a Sara Zampieri, «sai che quest’anno C’era una svolta compie dieci anni? Mi piacerebbe tanto ripubblicarlo. Vorrei farne qualcosa di divertente e condiviso, chiedere a qualche amico se ha voglia di fare i disegni».
«Facciamolo!» ha risposto. «Seguo io il progetto grafico.»

Sara Lando ha aderito con lo stesso entusiasmo e ha colto l’occasione per ricordarmi che lei non è un’illustratrice ma una fotografa, che «gli illustratori bravi sono altri» e che nel 2009 lo aveva fatto per amicizia e incoscienza. Poi si è arresa e ha disegnato tre fiabe, restaurato la copertina e creato il retro con un’opera delle sue, magnifica.

Quando gliel’ho chiesto, Alice Basso (che mi aveva appena mandato la foto di un topino a cui aveva dato un cracker) ha risposto in maiuscolo. Se c’è da fare qualcosa di divertente lei si butta e lo fa ogni volta in modo strepitoso (leggete i suoi romanzi, capirete cosa intendo). «Va bene se li ripasso col pennarello e ve li mando così?» ha solo chiesto. Andava bene.

Tenevo moltissimo ad avere in squadra anche Nicola Scodellaro, non solo socio di Sara Zampieri in pholpo ma anche grandioso autore di disegni buffi e uomo dalla creatività incantevole e intelligente; Marco Lucente, l’unico mio concittadino e l’unico ad aver fatto l’Accademia di Belle Arti e a fare il lavoro più vicino a quello dell’illustratore, insomma: quello serio e per fortuna anche molto ironico; Umberto Torricelli, che si è ritagliato una doppia vita da urban sketcher ma i cui disegni, noi del gruppo, conosciamo da prima ancora di C’era una svolta; Alessio Roberti Vittory, che più di dieci anni fa già mi divertiva con i suoi buffi personaggi.

Tutti loro, almeno una volta, si sono ritrovati richieste come: «Lo specchio me lo fai più sussiegoso?» – «Riesci a farmi il ragno più ragnoso?» – «La bambina è più stracciona, trasandala di più.» – «Magari quel gesto, ecco, non amo la censura ma… puoi censurarlo? Proprio palesemente, dico.» – «Eh, ma quella strega sembra Trump, me la fai più stregosa?» – «È una principessa, non fa colazione per terra, me la riesci a far sedere?» – «No no, niente padellate al ranocchio, lui va sbattuto forte contro il muro, è importante!» – «Riesci ad alzare di più il mignolo della matrigna? Più snob.»

Per dire.

A papà ho raccontato tutto e l’ho visto illuminarsi in un “Posso fare un disegno anch’io?” che mi ha fatto sentire stupida per non averci pensato subito. Non avete idea di quanto mi abbia fatta felice – e ridere – con i suoi disegni.

A marzo, bevendo un tè con Mauro Morellini, gli ho parlato di questo progetto senza sapere della sua collana dedicata ai ripubblicati. Gli chiedevo un consiglio, ho avuto un editore (e la benedizione di Feltrinelli, ci tenevo e ci tengo).

In Morellini ho trovato un’altra squadra fantastica – Giada Ribaudo, Silvia Mussini, Francesca Tamanini e Valeria Zanoni – a cui non sfugge niente e con cui lavorare è un piacere (Mauro, ti sai scegliere le collaboratrici!).

E quando abbiamo scoperto che io e Mauro condividiamo l’amicizia con Riccardo Rodolfi, be’, il cerchio si è chiuso.

Questo è stato il “villaggio” che ha fatto crescere il mio libro, attorno al quale c’è stato un amore di tale potenza da contare più di tutte le fiabe messe insieme.
Sono profondamente grata a tutti loro.
Non riesco a immaginare un modo più bello di festeggiare questo decennale.
Dieci anni da C’era una svolta, dieci anni da autrice.

Grazie.

“C’era una svolta”
di Barbara Fiorio (Morellini, 2019)

Con le illustrazioni di Alice Basso, Sara Lando, Marco Lucente, Alessio Roberti Vittory, Nicola Scodellaro, Umberto Torricelli e la partecipazione straordinaria di Piero Fiorio.

Cos’hanno in comune Andersen, i Grimm e Perrault con Disney? Niente.
In libreria dal 26 settembre 2019. 

Ordinatelo nelle vostre librerie.

FIABE VERE IN TOUR!

Per C’era una svolta le presentazioni saranno poche (ma ottime!) perché in questo periodo sono particolarmente ingabbiata con il lavoro.
Ma quelle poche (ma ottime!) saranno davvero speciali, ognuna per motivi diversi.

Vi aspetto a:

GENOVA, lunedì 30 settembre alle 18.00 alla  libreria Feltrinelli.
Mi presentano Sara Rattaro e Mauro Morellini e con me ci saranno anche alcuni illustratori: Sara LandoMarco Lucente e Nicola Scodellaro.

MILANO, martedì 1 ottobre alle 18.30 al Mondadori Megastore in Duomo.
Mi presenta Mauro Morellini e con me ci saranno anche alcuni illustratori: Alice Basso, Sara Lando, Marco Lucente, Nicola Scodellaro e Umberto Torricelli.

SAVONA, venerdì 11 ottobre alle 20.30 al Feltrinelli Point.
È una cena organizzata dalla Compagnia dei lettori, i posti sono limitati (per info e prenotazioni: 3466001652 – lacompagniadeilettori@gmail.com)

TERRANUOVA BRACCIOLINI (AR), venerdì 1 novembre alle 21.00 al Canto del Maggio.
Per chi lo desidera, dalle 19.30 ci sarà un buffet con leccornie salate e dolci e per quello ci si deve prenotare (info e prenotazioni: 339 2641672)
Attenzione: mi pregio di far notare che sarà il giorno del mio compleanno! Lo trovo un modo perfetto di festeggiare.

BIELLA, sabato 16 novembre alle 10.00 (del mattino, sì) alla Biblioteca Ragazzi per il Fuoriluogo Festival.
Mi presenta Roberta Invernizzi

TORINO, martedì 19 novembre alle 18.00 alla Libreria Bodoni / Spazio B
Con me ci sarà Alice Basso.

È possibile che si aggiungano altre date, ma poche.
Voi intanto segnatevi queste, che io vi aspetto in tantissimi!

Qui la scheda del libro.