alfabetoOgni tanto Paola Rondini mi chiama e mi chiede se le mando un video nel quale rispondo a qualcosa. A cosa, dipende da ciò che le gira per la testa in quel momento.
Lei lo sa che io posso affrontare senza problemi anche la platea di un teatro ma piuttosto che andare in video pagherei una controfigura, lo sa, ma ci prova lo stesso.
Lo chiede sempre con delicatezza, usando tutto il suo savoir faire, lasciandomi ogni volta una possibilità di fuga, e fino a poco tempo fa benedicevo il fatto di non avere un cellulare con telecamera, di non sapere usare quella del mio pc e di non avere ordigni simili in giro per casa.
Che se ti mancano i mezzi tecnologici il video non glielo puoi proprio fare.

Ma da poco tempo ho un iPod di quelli che fanno un sacco di cose che quasi ti dimentichi di usarli per ascoltare la musica e lì la telecamerina c’è, maledetta.
Così, stavolta, m’è toccato dirle di sì. E la sua domanda, stavolta, era “Che cos’è la scrittura per te?“.
Che è una di quelle domande dove corri pure il rischio di prenderti sul serio. O di dire immense banalità.

Cos’è la scrittura per me, dunque. Prima di dirlo, ho provato a scriverlo.
Non c’è una sola risposta e nessuna risposta sarà mai completa, credo. La scrittura è la migliore amica della lettura, vanno a braccetto, e se la lettura è un’ottima compagnia anche da sola, la scrittura, senza l’altra, è come un bulbo senza terra: non sboccerà. Per me, entrambe, sono state una scoperta quando avevo sette o otto anni. Quella scoperta è diventata lo spazio dove correre, dove immaginare, dove rifugiarsi. Dove essere chiunque e vivere straordinarie avventure, dove rastrellare emozioni, dove imparare, conoscere, viaggiare. Ed è una scoperta che non ha mai smesso di essere tale.
La scrittura per me è quello. Ma è anche una necessità, è il mio modo di esprimermi, è un luogo dove a volte scopro le mie opinioni, è una presa di posizione, è libertà, è regole, è qualcosa di vivo, che cresce e fa crescere, è creatività, è invenzione, è una bic blu, è un desiderio, è un lavoro, è fatica, è gioco, è un atto di coraggio, può essere giustizia, è un impegno, è una cura, è un’identità, è la tastiera di un computer, è un altro mondo, è un palcoscenico dove una storia prende vita.
È un modo di restituire, con le mie storie e le mie parole, le emozioni che ho avuto dalla lettura.
È il posto dove sto bene, è mangiare cioccolato senza ingrassare.

Ho più o meno detto questo, al mio iPod. Più volte, perché nella prima ripresa avevo dei capelli da Maga Magò che non si potevano proprio vedere, poi me li sono raccolti con una pinza, e già sembravo più presentabile, ma durante il secondo tentativo, Giuggiola ha fatto una passeggiata davanti all’obiettivo, durante il terzo Brodo ha deciso che era il momento di portarmi la pallina da farsi lanciare, nel quarto i Muppet hanno annunciato l’arrivo di una telefonata.
L’ultima ripresa l’ho fatta stando immobile e sperando che anche il resto del mondo facesse lo stesso. Poi non l’ho riguardata, l’ho schiaffata qui, su Vimeo, e ho mandato il link a Paola.

E comunque non ho ancora capito cosa ci faccia, Paola, con quei video.
Però so che ci sta paciugando sulla sua pagina facebook. C’è pure l’hashtag #artePerme.