Avevo 14 anni ed ero andata a trovare mia mamma che in quel periodo lavorava a Milano. Era gennaio, era il 1984, anno del ginnasio e dei foruncoli, e quel pomeriggio ero stata posteggiata su una poltrona dell’ultima fila di una platea con l’ordine di stare buona e in silenzio.

Era il Piccolo Teatro di Milano e stavo assistendo alla filata della Tempesta, che debuttava quella sera. Giorgio Strehler ordinava a enormi e leggerissimi teli bianchi di imitare le onde del mare, mentre intorno tecnici e attori mettevano in scena la magia.
Non conoscevo ancora Shakespeare e tanto meno capivo quale mostro sacro fosse quel regista, ma ero avvezza a respirare il teatro e sapevo lasciarmi trasportare da lui senza opporre resistenza.
Di quel pomeriggio ricordo le scene, l’agitazione, il rumore di tuoni e pioggia scrosciante e un buffo spiritello bianco che svolazzava impertinente, Ariel. Di quel pomeriggio ricordo la magia del teatro.

Quasi trent’anni dopo, di nuovo mia madre mi ha portata a vedere Remake. Un racconto di Tempesta e senza aspettarmelo sono stata nuovamente travolta da una Tempesta. Di emozioni, di ricordi, di consapevolezza rinnovata.

E’ troppo facile dire che Shakespeare è irraggiungibile, lo è, manco stiamo a parlarne. Quello di cui invece bisogna parlare è del teatro, dell’essenza del teatro, dell’importanza del teatro, di ciò che il teatro è per una società che ha il vezzo di definirsi civile.

Giulia Lazzarini, storica attrice di Strehler e sua magica Ariel, racconta il teatro attraverso se stessa, senza mai autoincensarsi e sempre con una naturalezza che sbatte sul palcoscenico e in faccia agli spettatori chi è un attore vero. E chi non lo è.

La sua bravura unita alle parole del Bardo sfida il tempo in una lezione di teatro che tutti -coloro che amano farlo e coloro che amano vederlo- dovrebbero precipitarsi a seguire.

Questa lezione trasformata in spettacolo, come uno strumento di scena trasformato in poesia, mi ha riportato quelle emozioni che mi avevano fatto innamorare del teatro e mi ha ricordato perchè non dobbiamo permettere a nessuno di privarci di questo rifugio del pensiero, che forse non risolve i problemi del mondo ma lo migliora, che può restituire o salvaguardare la ragione dell’uomo quando viene travolto da una tempesta, che ci ricorda cosa possiamo essere e cosa possiamo scegliere di essere.

Perchè siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.
(La Tempesta. Prospero: atto IV, scena I)