RivoluzioneCreativa PulceSono molto indecisa.
Periodicamente mi viene rinnovato l’invito a partecipare a un piccolo festival letterario fuori Liguria. Fin da quando ho ricevuto la prima mail sono stata tentata, ma ancora tentenno.
Non fraintendetemi: mi piace l’idea di dovermi pagare il viaggio, l’albergo e pure la cena con l’autore, anche se l’autore sarei io. Mi piace persino l’idea di avere a disposizione gratuita un tavolino per poter vendere liberamente copie dei miei libri. Certo, io non possiedo copie dei miei libri da vendere, quelle le ha la casa editrice, del resto sarebbe illegale che le vendessi, non sono una libreria né un commerciante, non emetto scontrini fiscali, ma non bisogna farsi tarpare le ali dai dettagli, no?
E poi mica dovrei leggere qualche pagina dei miei libri, figuriamoci, quelli sono pubblicati, chiunque può leggerli (se io ne porto e glieli vendo, ovvio), no, io in pubblico dovrei leggere qualcosa di inedito, qualcosa che renderebbe felici la mia agente e la mia editor, se lo leggessi in pubblico prima della pubblicazione.
E tutto questo, mi precisa l’organizzazione, potrei farlo senza dover dare a loro neanche un euro.
Un affarone.

E così sono indecisa.
Ma alla fine penso che declinerò l’invito, per quanto invitante sia.
Forse perché mi sono montata la testa. Credo proprio che sia per quello, già.

E’ un po’ un problema dei creativi. Quelli che scrivono, che suonano, che cantano, che recitano, che ballano, che disegnano. Quelli che creano, insomma. Non sappiamo apprezzare i pagamenti in visibilità.
Organizzatori di eventi, manifestazioni, inaugurazioni, vernissage, spettacoli e notti bianche sono generosissimi, sulla visibilità. Offrono dobloni di visibilità a piene mani, a chi esibisce il proprio nome.
A volte ti strizzano l’occhio e, per esempio se sei un musicista o un cantante, ti fanno presente che si occuperanno loro del server audio. “Abbiamo un ottimo impianto di amplificazione, lo facciamo montare apposta per te, tranquillo”, ho sentito dire. E ho visto amici musicisti e cantanti sorridere gentili, mantenere la calma e rispondere cortesemente che, accidenti, quel giorno proprio non potevano. Con rammarico.
Perché ci si sente quasi in colpa, a dire di no a chi ti chiede di lavorare gratis.

E così l’unica è montarsi la testa. O meglio: montarsi in testa l’idea che quello che facciamo abbia un valore.
E che le cose gratis possiamo farle, certo, ma se le scegliamo noi. O se siamo nel tour promozionale di un libro, di un cd, di un film. E un tour promozionale non dura una vita, dura qualche mese.

A me, per esempio, che mi sono decisamente montata la testa, hanno dovuto mettere dei paletti sulle collaborazioni gratuite che davo. Non più di una all’anno, mi è stato imposto. Ma a volte sgarro.
Un blogger iperattivo e pieno di entusiasmo mi chiede una fiaba natalizia: eccola! Un gruppo di ragazze realizza un’antologia di racconti contro la violenza sulle donne: ecco il mio! Una piccola e determinata associazione culturale lancia un concorso letterario sulle discriminazioni: pronta!
Ma anche la piccola libreria indipendente che fatica ad aprire tutte le mattine, la biblioteca civica a cui hanno tagliato i fondi, l’associazione che difende i diritti degli omosessuali, la Lega che difende i diritti degli animali.
Queste sono forze che si uniscono per fare qualcosa di buono.
Non si possono combattere tutte le battaglie, non si può partecipare a tutto, ma a qualcosa sì, se si vuole.
Tuttavia, nessuno di loro cerca di pagarti con dobloni di visibilità. Loro ti contattano, riconoscono il valore di quel che fai e ti chiedono se vuoi donargli il tuo tempo e le tue parole. E ti ringraziano come se tu gli avessi regalato qualcosa di davvero prezioso.

Per gli altri, l’unica, come dicevo, è montarsi la testa. E fare una Rivoluzione Creativa.