Aveva tre giorni quando me lo hanno portato, “Se c’è qualcuno che può salvarlo sei tu” mi aveva detto chi me lo aveva posato su una mano, e da quel momento sono diventata l’umana del Mignin.
Erano i primi giorni di marzo 1996.

Non doveva chiamarsi Mignin, questo era il modo in cui lo chiamavo in attesa di capire quale fosse il suo nome vero, mentre ancora prendeva il biberon ogni tre ore, aveva le orecchie larghe e basse, gli occhi azzurri da latte e la coda lunga, stretta e sproporzionata. Mignin, che in Piemonte è il modo affettuoso di chiamare i micini.
Quando ho capito che le sue fusa continue erano la caratteristica principale, e ho deciso di chiamarlo Diesel, era troppo tardi. Ormai lui era il Mignin e a quel nome rispondeva.

Il Mignin faceva le fusa già a distanza, abbracciava le persone cingendo loro il collo con una zampa a destra e una a sinistra, dava testate d’affetto, non sfidava mai nessuno con lo sguardo, ma socchiudeva indulgente gli occhi se qualcuno lo fissava. Lui era il gatto dell’ammmore, lui voleva bene a tutti e un po’ di più a chi era triste.
Se qualcuno piangeva, lui accorreva e se una porta lo divideva da chi stava soffrendo, lui saltava, si aggrappava alla maniglia, apriva, entrava e abbracciava.

Infatti non aveva la minima capacità di selezione e se è vero che i miei animali sono sempre stati un ottimo filtro con le persone che gli ho portato in casa, questo non valeva per il Mignin. Lui aveva un solo imperativo: voler bene. E, in seconda battuta, fregarti la roba dal piatto.
Come dice Sara, il Mignin è riuscito a far sembrare decente anche chi richiedeva un eccesso di ottimismo e clemenza per essere ritenuto tale.

Lui è stato un terzo del mio branco per 16 anni, anni durante i quali ha vissuto con me la parte forse più significativa della mia vita, anni in cui tutte le sere mi veniva incontro quando arrivavo e mi saltava in braccio facendo le fusa, anni in cui l’ho svezzato, nutrito, curato e lui non ha mai mancato di essere al mio fianco, quando non letteralmente addosso riempendomi di peli, e se per alcuni l’affetto che lega un umano ai propri animali è un amore di serie B, bè, mi spiace per loro, gli mancherà sempre qualcosa.

Due mesi fa gli è venuto un gonfiore al collo. Potrei dire un brutto male o un tumore maligno, ma non è Voldemort, possiamo chiamarlo col suo nome: cancro. Non operabile, non curabile. L’ho tenuto con me sostenendolo con quelle terapie che potevano aiutarlo a stare bene il più possibile (stare bene, non sopravvivere) e per due mesi, giorno dopo giorno, l’ho visto consumarsi. Ogni volta gli veniva tolto qualcosa, dal saltare sul tavolo al mangiare crocchette, ma non ha mai smesso di fare due cose: andare nella cassetta della sabbia per i suoi bisogni e fare le fusa quando mi vedeva.

Chi ha gatti lo sa: il loro orgoglio felino è vitale, e la vergogna che provano quando perdono l’equilibrio o non riescono più a pulirsi o a usare la sabbia è insostenibile. Gli avevo promesso di non farlo arrivare al punto di non riuscire a muoversi e ho mantenuto la mia promessa, perchè essere l’umana di un gatto comporta anche rispettare e salvaguardare quella imprescindibile dignità di cui sono sovradotati.
Non voler aspettare che arrivi il peggio -quell’evidente momento in cui non si ha davvero scelta- comporta decidere di dire addio a un gatto che quando ti vede ti fa le fusa, comporta sperare di aver capito qual è davvero l’attimo prima, comporta accompagnare a morire qualcuno che ami e che ti ama, rinunciando all’egoismo di volerselo tenere accanto il più possibile.

L’ultima cosa che ha fatto è stata guardarmi e fare le fusa, poi è crollato prima ancora che la veterinaria finisse di iniettargli il sedativo. Era il momento giusto, era l’attimo prima.

Ciao Mignin, non smetterò di volerti bene solo perchè non ci sei più.