• Finalmente Guglielmo ebbe la totale attenzione di tutte e tre. E in quel momento si avverò uno dei suoi principali desideri, nelle solite modalità ottuse dell’antica tradizione, ovvero senza che fosse minimamente realizzata la sua reale fantasia.

    Chanel non fa scarpette di cristallo

Il convenzionale simbolo del cuore non prende forma dal nostro muscolo cardiaco, bensì dal contorno di una donna nuda leggermente piegata verso il basso (diciamo a 90°) e vista da dietro.
Già, quello.

Chissà che questa nuova consapevolezza non riesca a inibire la simpatica abitudine di seminare cuoricini in chat, mail, commenti, post, puntini sulle i e via dicendo.

Prossimi argomenti didattici:
– il rapporto tra i cinguettii degli uccellini all’alba e le divinità permalose
– far collegare il gusto del sapone al masticare chewingum a bocca aperta
– come sbloccare i video VM14 e bloccare i siti di citazioni
– l’uso dei vezzeggiativi e la pena di morte

In barba alle discussioni in punta di piedi per non fare gli snob spocchiosi, ecco un valido suggerimento da parte di Carlo, che sintetizza il concetto

impara-litaliano-o-fottiti

Se fossi un uomo, venerdì sera mi sarei innamorata.
Una donna bella, elegante, su tacchi a spillo debitamente annaffiati di sangria dopo i primi venti minuti di festa, allegra, vivace e puntigliosa sull’italiano.
Il mio ipotetico cuore di uomo avrebbe definitivamente capitolato nello scoprire che lei, cazzutissima manager di una società nazionale piuttosto nota, inizia le riunioni coi dirigenti facendo ripetere in coro Sul qui e sul qua l’accento non va, su là e su lì l’accento va sì.
A quel punto avrei potuto chiedere la sua mano.

Siccome non sono un uomo e non ho tendenze omosessuali devo accontentarmi di nutrire per lei infinita ammirazione e simpatia.
Perché anche io, come lei, sono sconfortata dalla raffica di accenti casuali che ormai infiorano sms, mail e spesso anche comunicazioni ufficiali.
Passino gli sms (si può sempre dare la colpa al T9), ma mail, lettere di lavoro o documenti…
E’ una cosa bruttiiiiiiiiiiissima.

Lo so che le lingue e le grammatiche si modificano nel tempo -lo dice anche l’Accademia della Crusca (e se lo dice lei!)- e poi chi se le ricorda più le regole?
Ci sono alcuni plurali che mi faranno venire sempre dei dubbi, certi apostrofi che si insinuano dove non dovrebbero e non parliamo delle eccezioni da sapere a memoria visto che a confermar le regole qualcuno dovrà pur esserci!

E sugli accenti, eeehhh, a volte è un bel casino. Che ti verrebbe naturale metterlo ma ci va o non ci va? Boh. Io, per esempio, sul sì (affermazione) non lo metto mai, sbagliando.

Insomma, sono andata a fare un ripasso sugli accenti, come compito per le vacanze, così arrivo a settembre preparata e posso anche trasformare gli errori in creatività (“sì sì, lo so che su ma l’accento non va, infatti non è un accento, sono le ciglia lunghe della a che dopo la m è sempre femminile, perchè la m di maschio, si sa, fa sentire donna qualunque vocale”).

Quindi, non potendo far cantare a tutti in coro la nota filastrocca che ci insegnavano alle elementari, vi inchiodo nell’angolo del menaggio sui termini monosillabici.

…O speravate di svicolare dal mio mood Montessori?
Ingenui.
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Da alcuni anni ho notato una nuova tendenza nel vandalismo nelle dichiarazioni d’amore scritte con vernice indelebile sulle superfici pubbliche.
Ora, infatti, pare andare di moda la scritta davanti al civico dell’amata.
I più romantici potrebbero leggerla come un’evoluzione della tradizionale serenata sotto il balcone.
Di positivo c’è il fatto che a) non vengono infastiditi parenti e vicini di casa con melense strimpellate, b) si lascia che la Giulietta della situazione dorma placidamente ignara della sorpresa mattutina e soprattutto c) gli autori rischiano di venire investiti da un’auto.

Ogni volta, ma davvero ogni volta, che vedo una scritta sulla strada penso le seguenti cose:
1) dio mio, se una mattina trovassi davanti al portone la prova incancellabile dell’idiozia del mio fidanzato/corteggiatore/quel che l’è, sprofonderei dalla vergogna
2) ovviamente lo lascerei
3) non oso pensare all’imbarazzo del padre di lei
4) e tu pensa ai vicini
5) ma visto che c’è il nome dell’amata, davanti al suo civico, non solo si può risalire inconfutabilmente al colpevole e punirlo pesantemente, ma lo si può anche denunciare per violazione della privacy, vero? Eh? Eh? Eh?
6) ma quando poi si lasciano?

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Quando tempo fa un’amica mi ha telefonato allarmata per chiedermi Tutto bene? con quel tono preoccupato di chi in realtà è assolutamente certo che no, non vada tutto bene per niente, mi è suonato un campanello d’allarme.
Perché era così in ansia per me?
Perché quel giorno non avevo scritto niente sulla mia bacheca di facebook.

Oh. Mio. Dio.

Come un’illuminazione mistica mi si è svelato un sottomondo che fino a quel momento mi era sfuggito: la gente prende sul serio facebook. Peggio: la gente SI prende sul serio su facebook.

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Oggi inauguriamo l’Angolo del Menaggio, quello dove faccio finta di parlare di cose serie, farfugliando a casaccio e blaterando orgogliosamente di tesi e ipotesi, con rigorosa superficialità.
Yeah!
L’argomento di oggi è la forma e la sostanza nell’ambito della comunicazione in senso lato (relazionale, politica, divulgativa, etc).
E già solo l’aver usato parole come ambito e senso lato la dice lunga su quanto farò la saccentina.

Mi è capitato spesso di dichiarare il mio convinto dissenso nel dover scegliere tra forma e sostanza, ritenendo necessarie entrambe e talvolta coincidenti.
Questo, qualche volta, raccapriccia alcune persone che esclamano “E’ sbagliato” (talvolta aggiungendo un laconico “L’importante è il contenuto!”) come un assioma inconfutabile e senza aggiungere altro.
Peccato, prima di tutto perchè mi interesserebbe capire le loro ragioni, secondo perché probabilmente scopriremmo di pensarla allo stesso modo con l’unica differenza di dare un significato diverso alle parole (ehi, già questo è un chiaro esempio di quando la forma può essere anche sostanza! Tana!).

Non sto parlando di apparenza, di immagine, di fittizio, di costruito, etc.
Concetti che gli “avversari della forma” sembrano ritenere tutti sinonimi della stessa (snobbando peraltro le forme geometriche e quelle di formaggio che sempre forme sono e alcune particolarmente gustose…).

Sto parlando, appunto, di forma.
Siccome il rischio di essere seria mi sa che devo correrlo comunque, cosa che mi imbarazza alquanto, tanto vale che azzardi una definizione: per me la forma è il modus.
Cioè: il modo di fare o di dire una cosa, che spesso ne determina anche la sostanza.

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