• Si beava della propria disinvoltura nell’accartocciare tutto ciò che la donna davanti a lui rappresentava e nel gettarlo con noncuranza tra i rifiuti.

    Buona Fortuna

Danae KlimtOggi è martedì grasso, l’ultimo giorno di maschera libera.
Poi si torna tutti a travestirci in privata sede. O si balla il Time Warp. O entrambe le cose.
Crocerossine, conigliette, cameriere sexy e sweet transvestite a parte, c’è qualcuno che di tutto ciò ne aveva fatto un’arte. Non un’arte fine a se stessa, no. Un’arte con un fine ben preciso. Lo stesso fine di chi si infila un paio di autoreggenti a rete, una guêpière e un sobrio rossetto color melograna. Quel fine.

Stiamo parlando di Zeus, il re dell’Olimpo.
E Zeus, dei sexy shop, non avrebbe saputo cosa farsene.

Lui scrutava la Terra, adocchiava una sventola, si stordiva di capogiri e vortici di testosterone, studiava come non farsi beccare dalla moglie, decideva come fare colpo e partiva.
Solo che lui non faceva colpo presentandosi con un mazzo di fiori o una parure di brillanti. Erano altri tempi, quelli. Lui si trasformava.
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bradipoLa mia intenzione, tra Natale e l’Epifania, era quella di trasferirmi su un universo parallelo con una time table composta dalle seguenti voci: serial, letto, divano, cibo, gatti, parentesi vietate ai minori. Il tutto col frigo pieno e i telefoni staccati.
E siccome nessuno ha ostacolato i miei piani, è esattamente quello che ho fatto.

Lo so. Speravate in qualche altra avventura del tipo Cosa diavolo avevo in mente quando ho deciso di andare lì, ma tocca deludervi (mi sono però assicurata che Isa, la mia complice di deliri, passasse un capodanno indimenticabile in un due stelle ad Abano, in caso di carenza di argomenti).

DowntonAbbey1Parliamo però della droga che ho assunto tra torroni al cioccolato e muffin alla cannella.
Dopo serial killer, vampiri dalla mutanda allegra, staff della Casa Bianca, cinici pubblicitari e cardiochirurghi innamorati, il mio mood è diventato molto british, molto anni Venti, molto aristocratico e molto caustico. Con classe.
Downton Abbey è di un’eleganza e di un inglesità rare, e la prima stagione è un capolavoro. Potete dunque immaginare l’entità del mio disappunto quando, dopo un’appagante maratona della prima stagione, mi sono tuffata fiduciosa nella seconda, trovandomi a nuotare in uno stagno melmoso da telenovela, con eventi prevedibili, concetti ripetuti, frasi banali, amori stucchevoli e conflitti scontati. Una delusione che ha rischiato di rovinare il mio perfetto equilibrio vacanziero.
Ma sono felice di rassicurare i vostri animi, che già vedo in comprensibile tensione: la terza stagione sembra tornare agli sfarzi della prima. Potete continuare a pensarmi con deliziose cloche in testa e lunghi abiti retrò di stoffa leggera.

E ora bando alle ciance, che qui s’ha da ricominciare l’anno.
Che il 2014 vi sia propizio.

baywatchQuest’anno c’è stato un attimo di sconcerto al mancato apparire del tomo della spiaggia.
Già l’estate si è fatta sospirare come la fine di una brutta influenza, per cui la Stessaspiaggiastessomare doveva aspettarci con le proprie rassicuranti certezze: la lotta al centimetro quadrato di battigia, i sassolini che si infilano negli orifizi, la doccia con l’acqua misteriosamente sempre ghiacciata, il panificio sempre aperto con focaccia calda a tutte le ore, il bar col barista armato di cerbottana per colpire i bagnanti alla bisogna, i ragazzi coi loro fottutissimi palloni, la rifatta dei poveri che porta il silicone sulla spiaggia pubblica e sbalordisce con nuove entusiasmanti gonfiezze, i vecchietti veraci di guardia alle barchette e il belloccio sempre abbronzato con fisico mozzafiato e pesante accento genovese.

Dopo due o tre weekend a scaldarci le ossa, abbiamo dovuto tristemente prendere atto dell’assenza del belloccio.
Belloccio particolarmente gradito alla mia amica.
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Peep toe in raso plisse fucsia con cinturino a spirale nero e tacco di 10,5 cmHo un paio di scarpe che odio. Capisco che non sia un argomento particolarmente accattivante, ma il punto non sono le scarpe, il punto è che le odio.

Le odio perché hanno un tacco che si infila in tutte le grate, in mezzo a tutti i sanpietrini e in qualunque crepa sui marciapiedi.
Le odio perché hanno un cinturino che passa sul collo del piede e che mi blocca la circolazione, ma se lo tengo più largo perdo la scarpa.
Le odio perché hanno una punta che pare debba passare la vita a spegnere le cicche negli angoli.

E odio il fatto che io, il mio odio, me lo dimentico ogni volta, per cui di tanto in tanto decido di mettermi quelle scarpe e passo il resto della giornata a odiarle.

Questo è uno sfogo stagionale. Ogni primavera io mi ritrovo di fronte al doloroso addio agli stivali, la tipica calzatura con cui deambulo felicemente sei mesi all’anno, e ad affrontare l’abbinamento “scarpe-clima”, procedendo con due classici della mia esistenza: 1) il recupero delle (varie) scarpe che odio; 2) l’acquisto della scarpa sbagliata (che poi odierò per i successivi anni).

Perché io non sono una di quelle donne che ha la passione per le scarpe, io ho quattro tipologie di scarpe accettate nel mio personale manuale di ciò che va bene indossare e, una volta trovate quelle, sono una donna felice.
Ma ‘ste cazzo di mode da zoccola d’assalto col gusto di una scimmia ignorante mi stanno destabilizzando la ricerca.
Ops.
Forse sono stata politicamente scorretta.
Colpa del cinturino che mi blocca la circolazione al piede.

hulkStavo aspettando un amico davanti alle Poste, sotto i portici nel pieno centro di Genova, alle quattro e mezza di un venerdì pomeriggio, e come faccio spesso mi distraevo controllando le mail sul blackberry, per cui quando l’uomo è entrato nel mio campo visivo era già a terra e stava terminando il volo sul pavimento liscio di via Dante.

Nel tempo in cui ho voltato la testa per capire cosa stesse succedendo -quindi piuttosto breve- addosso all’uomo atterrato è piombato un altro uomo, con la divisa blu scuro dei controllori dell’Azienda Municipale dei Trasporti pubblici genovese. Lo ha afferrato per il bavero, lo ha rialzato e piantato contro il muro urlandogli contro a un paio di centimetri dal viso.
Accanto a lui, il collega osservava la scena impassibile.
Intorno a loro, i passanti osservavano la scena incuriositi.
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festival-di-sanremoAvendo ospite una semi berlinese, mi è parso doveroso offrirle un ampio spettro di italianità, giusto per farla ripartire senza rimpianti, e dopo averle propinato una lunga passeggiata sul mare di sabato pomeriggio in una giornata di sole e coriandoli, ho pensato fosse pronta per il Festival di Sanremo. Cosa che io non ero, tra l’altro.

Scoprendo di non sapere, nessuna delle due, un granché sul festival della canzone italiana, abbiamo deciso di colmare la lacuna comprando Tv Sorrisi e Canzoni (con un moto di amarcord che ci ha trascinate all’infanzia e ai diari con le canzoni appiccicate sulle pagine).
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ombrello rossoQuando piove, noi genovesi ci divertiamo immensamente a fare lo slalom tra una pozzanghera e l’altra.
E’ un’attività che ci mantiene giovani, atletici, elastici e rafforza le nostre difese immunitarie.

Le salite, le scale, la tramontana d’inverno, la focaccia calda e lo slalom tra le pozzanghere sono infatti tra i motivi principali per cui Genova ha un rilevante indice di vecchiaia che la piazza tra le città con la più alta densità di vecchietti in Italia. Perché son tosti, i nostri vecchietti. E sopravvivono a piogge e alluvioni con la destrezza di mille ranocchi.

Quando piove, bastano pochi minuti e le strade, i marciapiedi, i vicoli e persino i tunnel sopraelevati che dovrebbero essere coperti (e lo sono, ma sai che tristezza se non ci piovesse dentro? che banalità un tunnel sopraelevato asciutto!) si riempiono di acqua e tutti cominciamo a esibirci nei nostri migliori virtuosismi.

Io, per esempio, sono piuttosto brava nel salto a forbice: lancio la gamba destra in avanti, tesa, lascio che la sinistra segua altrettanto tesa, con grazia ed eleganza, e approdo su un punto individuato per guadare la pozza e ripartire con lo stesso passo leggiadro. Le falcate aeree sono la mia specialità.
Ma c’è chi predilige corricchiare rapidamente in punta di piedi, chi si dedica a elaborate circumnavigazioni che possono portarlo a scoprire quartieri cittadini fino a quel momento a lui sconosciuti, chi –attrezzato con lungimiranti stivali di gomma- sfida noncurante le misteriose profondità degli avvallamenti inondati o chi, con ammirevole creatività, tenta il passaggio a talloni, confidando nel maggiore spessore del tacco rispetto alla punta per non bagnarsi i piedi.

Un’altra disciplina particolarmente in voga è l’onda, che necessita di una squadra di minimo due persone: l’autista e il pedone. L’autista cercherà di alzare un’onda degna di tale nome, con un abile gioco di velocità, inclinazione e peso, cercando di irrorare il più possibile il pedone, che a sua volta avrà individuato il punto migliore per posizionarsi.
Nonostante questo impegno, la grande partecipazione di squadre casuali, una sorta jam session ondifera, che vede autisti concentrati sull’onda e pedoni che si piazzano nei punti giusti per accoglierla, senza accordo o allenamento tra loro, ha, nel tempo, aggiunto “l’accidentalità” ai parametri di valutazione ufficiali, riconoscendo di fatto la maggiore qualità delle performance offerte da tali squadre.

Insomma, quando a Genova piove, vale la pena assistere e magari partecipare alle entusiasmati olimpiadi locali e tutti viviamo con grande timore la minaccia di risistemazione del manto stradale e pedonale che, periodicamente, viene fatta ai cittadini.

Facciamocene una ragione: Natale è alle porte. Siamo appena entrati nel suo mese, non abbiamo scampo, tra poco dovremo presentarci alla nostra cerchia di Persone Meritevoli Di Strenna e consegnare loro il pacchettino colorato, sperando di averci azzeccato.

Ve lo dico subito: non serve sparire dal 22 dicembre al 6 gennaio, non è mai stata considerata una giustificazione accettabile dal comune sentire. Per cui, o litigate con tutti e fate pace verso metà gennaio, ma vi avviso che socialmente parlando non sarà un gran bel mese, oppure prendete carta e penna, tirate giù la lista delle persone a cui volete/dovete fare un regalo e scrivete accanto, a matita, le varie idee. Le passate a penna solo quando avrete deciso e avrete provveduto all’acquisto. Fidatevi, di come fare le liste io ne so. E no, dai, non fatele sull’iPhone, l’iPad o altre iCose, essù, la lista dei regali è carta, penna e matita, sennò che Natale è?

E adesso, siccome vedo le vostre facce impanicate da quella precisa sensazione che si può più o meno riassumere in NO! Dicembre! Natale! Regali! AIUTO!, eccomi pronta a elargire suggerimenti utili per la strenna perfetta.

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Matti. Matti ovunque, matti di tutti i tipi, matti veri, matti assurdi, matti storti.
Matti che bisognerebbe rifugiarsi in un manicomio per stare tra gente normale.
Matti che alla fine ti domandi se non sia tu, quella strana.

Ieri, in quattro fermate di autobus per un percorso di dieci minuti, mentre un uomo urlava in un cellulare immaginario, una donna è scesa parlando da sola con veemenza in piena fase di litigio con personaggi invisibili e un signore di una certa età si è alzato e, guardandoci uno per uno, ha gridato più e più volte “Me ne sbatto i coglioni della bandiera!“. Nessuno gli ha chiesto di quale bandiera parlasse, nessuno ha guardato nessun altro, nessuno ha reagito, tutti con lo sguardo fisso davanti a sé, in una scena che sembrava una pièce di teatro sperimentale anni ottanta.

Ma non sono questi quelli che mi inquietano.
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